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Alla ricerca di una strategia

mental strategy

Diversi anni fa, ero all’inizio della mia attività di psicologa e psicoterapeuta, ricevetti la richiesta di un appuntamento via email. Era uno dei miei primi appuntamenti con un potenziale paziente. Si presentò un giovane uomo, apparentemente sicuro di sé. Mi aveva scelta, pensai, perché il mio studio era poco lontano da casa sua ed inoltre, a quel tempo, ero una dei pochi psicologi fiorentini presente sul web. Era un giovane uomo di successo, abituato a gestire situazioni lavorative complesse, ma in evidente difficoltà sul piano personale e familiare.

Mi chiese “una strategia” per risolvere pesanti angosce personali. Era già in cura farmacologica con antidepressivi e ansiolitici.

Quella parola, “strategia”, mi colpì molto. Mi vedeva come una professionista esperta in strategie. Pensai che di strategie ne sapevo poco, che anzi, i pochi studi di PNL che avevo fatto, mi avevano portato a ripudiarle come comportamenti manipolatori per menti poco brillanti.

Mi chiesi cosa intendesse quest’uomo così brillante con strategia. Qualcosa per ingannare la propria mente? Qualcosa di consapevole in grado di ingannare le risposte automatiche del nostro cervello che portano ad un attacco di panico? Le risposte automatiche sono inconsce, pensai che cercasse una strategia da usare consapevolmente per ingannare qualcosa di inconscio. Mi stava chiedendo la bacchetta magica.

Esistono terapie che si prefiggono di “ingannare” la risposta psicopatologica, ma la psicoanalisi non è una di queste. L’inganno attuato dalla strategia ha sempre un’efficacia limitata nel tempo, perché le ragioni per cui il sintomo psicopatologico si era creato, permangono.

Ero (e sono!) talmente entusiasta dell’effetto trasformativo profondo del trattamento psicoanalitico che non esitai a proporgli un’analisi a quattro sedute settimanali. Perché non avrebbe dovuto accettare? Aveva tempo libero, disponibilità economiche, voleva risolvere i suoi problemi. Rifiutò. Adesso capisco che avevo agito la sua angoscia claustrofobica proponendogli un percorso da cui si sentiva troppo vincolato. La sua richiesta era un’altra, non era quella di lavorare su se stesso e sulle proprie fragilità.

Mi dispiacque molto, non solo perché ero all’inizio della mia attività professionale, ma soprattutto perché pensai che era davvero un’occasione persa per quell’uomo. Avrebbe potuto vivere una vita veramente libera dalle proprie fragilità e, viste le capacità che aveva già dimostrato di avere, avrebbe potuto vivere la sua vita in modo ancor più libero e appagante.

Se dovete affrontare un discorso pubblico e questo vi provoca ansia, potete provare a frequentare un corso public speaking, ma conoscere le tecniche di comunicazione efficace e le relative strategie, non vi servirà se il vostro problema è più intimo e profondo. L’ansia che provate all’idea di parlare in pubblico riguarda la vostra autostima, che avete costruito durante la vostra infanzia nelle relazioni con gli altri. Se siete persone ansiose e siete terrorizzati dal giudizio degli altri, qualsiasi strategia apprendiate per gestire il problema, avrà un’efficacia per un lasso di tempo più o meno breve. Questo perché i motivi che avevano creato il sintomo ansioso, sono sempre lì, pronti per esprimersi nello stesso o in altri modi. Il sintomo è, infatti, il segnale di qualche nostra fragilità interna, qualcosa che a livello psicologico non siamo riusciti a costruire in modo completamente adeguato. Se troviamo una strategia per gestire il sintomo, non risolviamo ciò che l’ha causato ed è quindi destinato a ripresentarsi.

Stabilire un contatto visivo con un ipotetico interlocutore di riferimento, tenere in mano qualcosa di rassicurante, parlare con calma, non servirà se non affrontate l’origine dell’angoscia di non valere abbastanza.

Psicoanalisti italiani contro il “Decreto Sicurezza” di Salvini

Lettera aperta al Presidente della Repubblica 

Noi tutti, firmatari di questa lettera, siamo psicoanalisti appartenenti alla storica Società Psicoanalitica Italiana (SPI), componente dell’International Psychoanalytical Association (IPA), della quale fanno parte società psicoanalitiche di tutto il mondo. Molti di noi fanno parte di un gruppo denominato PER (Psicoanalisti Europei Per i Rifugiati), con il quale la SPI ha inteso raccogliere le esperienze di molti psicoanalisti che già da anni operano su tutto il territorio nazionale nel settore della migrazione. Del Gruppo PER inoltre, fanno parte anche psicoanalisti che appartengono al gruppo denominato Geografie della Psicoanalisi che ha per scopo l’indagine e i contatti della psicoanalisi con altre culture.

Grazie allo specifico sapere psicoanalitico, in grado di cogliere la complessità del lavoro con i migranti e con l’intero fenomeno che sappiamo essere attivatore di grande sofferenza psichica, è stato possibile fornire, lavorando in strutture d’accoglienza o comunque in contatto con i migranti,  un contributo clinico scientifico in favore dei migranti e degli stessi operatori delle varie associazioni che, essendo in diretto contatto con i migranti, si fanno carico quotidianamente della sofferenza psichica di cui essi sono portatori silenti.

È proprio quest’esperienza quotidiana di contatto con il disagio psichico profondo e con la sofferenza legata a traumi, sradicamento e lutto migratorio che ci spinge a scrivere e ad assumere una posizione critica, ritenendo che non si possa tacere sulle complesse e gravi condizioni in cui versano i migranti in Italia.

La situazione, da tempo critica, si è drammaticamente aggravata dopo il varo e l’approvazione del “Decreto Sicurezza” che, contrariamente al termine “sicurezza”, sta già rendendo la condizione dei migranti e, consequenzialmente quella italiana, sempre più “insicura”. Concordiamo con quanto Lei afferma: “la vera sicurezza si realizza, con efficacia, preservando e garantendo i valori positivi della convivenza”.

Ed è proprio a partire da questa Sua dichiarazione che pensiamo di poter affermare che la convivenza non è un dato, ma una paziente tessitura da costruire nel quotidiano, sfidando paure e diffidenze reciproche inevitabili. L’accoglienza e la convivenza possono essere prove difficili quanto l’esilio ed è per questo che vanno sostenute attraverso politiche e azioni sociali capaci di dare ascolto anche al disagio della popolazione residente, evitando che si radicalizzi quel cieco rifiuto che si sta attivando.

E’ grave chiudere gli SPRAR, in quanto sistemi di “accoglienza integrata”, che fino ad oggi non si sono occupati solo del sostegno fisico delle persone immigrate, ma hanno anche promosso percorsi di informazione, assistenza e orientamento, necessari a favorire un loro dignitoso inserimento socio-economico. Precludere queste opportunità non vuol dire solo annullare drasticamente gli SPRAR, ma cancellare ogni possibilità di dare dignità alle persone sostenendo il loro legittimo diritto di aspirare ad una vita migliore e alla salute che, come sancito dall’OMS, “…è uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non solo l’assenza di malattia o infermità”.

La nuova legge, di fatto, rende impossibile l’integrazione dei migranti in Italia, esponendoli ancora una volta al rischio di umiliazioni e sofferenze psichiche profonde e disumane. Non riconoscere più il permesso di soggiorno per motivi umanitari è disumano!

Gestire il fenomeno migratorio come una pura questione di ordine pubblico è segno di pericolosa miopia. Noi pensiamo che sia urgente ripensare completamente anche le politiche migratorie, riaprendo, ad esempio, i canali regolari della migrazione da lavoro, come opportunità per avvalersi dell’apporto di energie nuove che sempre le migrazioni riuscite hanno rappresentato e che sono alla base di ogni autentico processo di integrazione.

Quelli di noi che operano a Bologna, Genova, Milano, Roma, Trieste, Gorizia, Venezia, Caserta hanno visto, dopo l’approvazione della legge, da un giorno all’altro, centinaia di migranti lasciati in strada senza protezione. Diventati fantasmi, privati di tutto, uomini e donne che restano esposti al pericoloso circuito vizioso alimentato dalla condizione di bisogno estremo, vulnerabili e inermi, assoggettabili a contesti delinquenziali che possono spingerli/costringerli verso comportamenti anti sociali.

Tragicamente inoltre sono aumentati percentualmente i morti in mare per la restrizione quasi totale della possibilità di operare salvataggi da parte delle navi di soccorso. Chi soccorre in mare può, paradossalmente rispetto alle leggi di mare, essere soggetto a processo per il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina! Per non dire di ciò che accade nei percorsi di terra e nell’attraversamento dei deserti.

Quanto poi ai rimpatri, essi, di fatto, sono semplicemente impossibili in assenza di accordi sicuri con le Nazioni di partenza. In questo contesto, è molto grave che l’Italia non abbia partecipato al Global Compact for Migration dell’ONU, accordo globale sull’accoglienza dei migranti approvato con il voto favorevole di 152 Paesi.

E’ doveroso chiedersi da dove nasca questa ossessione per il migrante da parte dei nostri governanti, che generano e alimentano paure sociali, dal momento che gli sbarchi sono passati da circa 120.00 nel 2017 a 23.000 circa nel 2018.

Siamo consapevoli che le paure possono accecare al punto da distorcere la percezione non solo dell’altro ma persino della propria stessa umanità. La disumanità è un rischio costante per l’umano in cui si può scivolare quasi inavvertitamente spostando sempre un po’ più in là l’asticella di ciò che è tollerabile. E’ questa la ragione per cui è ancora più necessario riuscire ad ascoltare anche quello che si cela sotto la paura, per trasformarla in possibilità di contatto con se stesso e con l’altro. Attraverso il nostro lavoro di psicoanalisti siamo vicini alle complesse realtà umane e sentiamo urgente lavorare e riflettere, anche al difuori del nostro ambito, sulla possibilità di elaborare il “male” per prevenire il rischio che il “male” possa essere agito.

E’ necessario operare affinché l’inconsapevole distruttività, cui tutti siamo esposti, possa trasformarsi in conoscenza e comprensione generatrice di consapevole tensione verso il diverso, l’ignoto, l’altro.

Non possiamo accettare il razzismo crescente che sfocia in atti di cui una nazione civile dovrebbe vergognarsi. E’ in atto un diffuso, impressionante processo di disumanizzazione. Noi analisti siamo sempre attenti quando vediamo negli individui, nei piccoli e nei grandi gruppi, fenomeni più o meno striscianti o palesi di razzismo e di disumanizzazione. Siamo sensibili per formazione professionale e cerchiamo di tenere a mente l’insegnamento della storia, anche perché nel periodo delle leggi razziali, la psicoanalisi fu vietata e molti colleghi di allora, perché ebrei, furono costretti a emigrare.

Operando nel settore, non finiamo mai di stupirci di quanto dolore possa essere inflitto a un essere umano, anche senza volerlo, anche solo girando la testa dall’altra parte.

Conosciamo le gravi conseguenze psichiche di tutto ciò che sta succedendo, sia in coloro che si sentono rifiutati ed emarginati, sia nei figli che avranno, sia in coloro che si trovano a dover operare in modo disumano e che rischiano essi stessi di impoverirsi dei valori fondamentali dell’esistere. Non siamo disposti, per tutti questi motivi, a vedere una parte dell’Italia abbracciare xenofobia e razzismo. Organismi internazionali come Amnesty International hanno segnalato questi gravi fenomeni razzisti e xenofobi in Italia.

Un’altra Italia esiste e inizia a esprimere il proprio profondo dissenso: noi ne facciamo parte. Lavoriamo affinché i valori dell’ospitalità, della tolleranza, della convivenza e della responsabilità individuale per il futuro di tutti, siano mantenuti vivi. Siamo una “comunità di vita”, come lei ha definito il nostro Paese e, come tale, vogliamo continuare a esistere. Non possiamo tacere perché tacere sarebbe colpevole anche verso le generazioni future di figli e nipoti che ci potranno chiedere dove eravamo quando un’umanità dolente e in cerca della possibilità di ricostruire la propria identità spezzata e perduta, veniva respinta, emarginata o segregata in modo disumano.

Ci rivolgiamo a Lei, Signor Presidente della Repubblica, nella Sua qualità di Garante della Costituzione  e dei diritti umani e civili  sui quali Essa è stata fondata, affinché questo appello, nato dalla nostra esperienza professionale, sostenuto dal nostro ruolo di cittadini e dalla nostra identità di esseri umani, abbia ascolto.

Seguono 618 firme di Soci SPI

Narcisisti: ne conoscete qualcuno?

Tutti conosciamo un narcisista, sono talmente diffusi tra la popolazione, che il dibattito scientifico prima della pubblicazione del DSM 5, proponeva di non inserirlo più tra i disturbi di personalità. Il narcisista cerca costantemente conferme dall’esterno per il mantenimento della propria autostima. Temono di non essere adeguati e si concentrano su aspetti apprezzabili esteriormente (es. bellezza, fama, ricchezza, ecc.).

Tendono ad avere fantasie di onnipotenza, a giudicare gli altri e, nella relazione con questo tipo di persone, si percepisce sempre un certo grado di distacco, per quanto intima possa essere la relazione. La loro angoscia prevalente è quella di sentirsi inadeguati.

Possono essere stati bambini particolarmente capaci a cogliere messaggi in contraddizione a quanto verbalizzato, oppure trattati come estensioni narcisistiche dai genitori. Avete presente quei genitori che non fanno che mettere sui social foto del loro bambino o che non parlano altro dei loro figli? I traguardi raggiunti dai figli, sono i loro traguardi, attribuiscono al figlio caratteristiche non reali, proiettando un loro ideale.

I sentimenti maggiormente presenti nel narcisista sono l’invidia e la vergogna. Sono spesso cresciuti cercando di ricalcare l’ideale proiettato dal genitori, ma sentendo una mancanza di autenticità nella loro stessa identità (come li vedeva il genitore e come si vedevano loro stessi), crescono con il terrore che qualche loro mancanza (che invidiano e spesso criticano nell’altro) venga scoperta, provando un forte senso di vergogna.

Proiettano il loro sé grandioso cercando sempre il meglio (miglior ristorante, miglior medico, migliore istruzione, ecc.) e sono spesso dei perfezionisti.

Quando arrivano in analisi, lo fanno per un problema specifico, perché loro “già sanno tutto di loro stessi” ed il terapeuta può essere idealizzato o svalutato, a seconda delle fasi dell’analisi. Possono avere sintomi ipocondriaci o attacchi di panico a causa della frammentazione del Sé. Il terapeuta si sente “deumanizzato” e deve stare molto attento a formulare gli interventi, perché il narcisista coglie ogni sfumatura di critica.

Siccome gli altri sono Oggetti-Sé, cioè importanti solo per quanto alimentano il loro senso di identità e di autostima, nella relazione con il narcisisti (anche in quella terapeutica) si prova sempre una certa distanza, una mancanza di contatto emotivo autentico.

La trasmissione familiare dell’atteggiamento razzista

 

Come si diventa razzista? La ricerca ha evidenziato come l’atteggiamento etnico e razziale dipendano dal contesto sociale. L’incremento di sentimenti anti-immigrati (Semyonov, Raijman, & Gorodzeisky, 2006) va parallelamente ai gravi fenomeni di esclusione, violenza e discriminazione.  (Bunar, 2007 ; Dovidio, Brigham, Johnson, & Gaertner, 1996). Le diverse teorie di psicologia sociale hanno evidenziato il ruolo di genitori, coetanei e amici nello sviluppo del del pregiudizio in infanzia e adolescenza (Aboud & Amato, 2001; Allport, 1954; Hardin & Conley, 2001; Kandel, 1978; Pettigrew & Tropp, 2006), come confermato da diverse ricerche (Davies, Tropp, Aron, Pettigrew, & Wright, 2011; Degner & Dalege, 2013; Van Zalk, Kerr, Van Zalk, & Stattin, 2013).

Le teorie dell’apprendimento sociale sostengono che l’atteggiamento si sviluppa attraverso l’osservazione e l’imitazione di quello di genitori e coetanei, al fine di sentirsi accettati.

Secondo l’Ipotesi del Contatto di Allport, le esperienze positive tra gruppi etnici riescono a diminuire il pregiudizio razziale. Tali esperienze favoriscono lo sviluppo della capacità empatica, la riduzione dell’ansia e la riduzione di un atteggiamento negativo (Pettigrew & Tropp, 2006).

La capacità empatica rappresenta il nucleo dallo sviluppo socio-cognitivo (Eisenberg, Spinrad, & Morris, 2014). La capacità empatica ci permette di comprendere le situazioni sociali, inferire i pensieri degli altri, le loro emozioni e le loro intenzioni. Le persone empatiche risultano essere più sensibili alle questioni sociali e più  attenti ai propri comportamenti rispetto agli altri (Finlay, Girardi, & Coplan, 2006).

Miklikowska si è chiesta quanto influiscano genitori, amici e la possibilità di vivere in contesti interculturali sul pregiudizio razziale. La sua ricerca è stata pubblicata sul BJP nel 2017 ed evidenzia il forte ruolo dell’atteggiamento razzista dei genitori nello sviluppo del pregiudizio durante l’adolescenza. Contesto interculturale e gruppo di pari mostrano un’influenza solo nella prima adolescenza. Inoltre, avere amici immigrati tutela l’adolescente dall’influenza negativa dei genitori. La capacità empatica dell’adolescente svolge, fortunatamente, un ruolo di mediazione rispetto all’influenza esterna.

La persona razzista si difende in realtà da se stesso, proietta sull’altro parti di sé che respinge. Cerca di liberarsi dalle proprie parti aggressive, attribuendole all’altro. Freud ne “Il disagio della civiltà” (1929) spiega come la coesione intergruppale sia mantenuta dal mantenere altri gruppi su un piano di inferiorità. Il gruppo può percepirsi migliore se proietta su un gruppo con minime differenze i propri aspetti aggressivi. L’altro diventa quindi oggetto di disprezzo e ostilità.

Aboud, F. E., & Amato, M. ( 2001 ). Developmental and socialization influences on intergroup bias. In R. Brown & S. Gaertner (Eds.), Blackwell handbook in social psychology, Vol. 4: Intergroup processes (pp. 65 – 85 ). Oxford, UK : Blackwell.

Allport, G. ( 1954 ). The nature of prejudice. Cambridge, MA : Addison‐Wesley.

Bunar, N. ( 2007 ). Hate crimes against immigrants in Sweden and community responses. The American Behavioral Scientist, 51, 166 – 181. 

Davies, K., Tropp, L. R., Aron, A., Pettigrew, T. F., & Wright, S. C. ( 2011 ). Cross‐group friendships and intergroup attitudes: A meta‐analytic review. Personality and Social Psychology Review, 15, 332 – 351

Degner, J., & Dalege, J. ( 2013 ). The apple does not fall far from the tree, or does it? A meta‐ analysis of parent‐child similarity in intergroup attitudes. Psychological Bulletin, 139, 1270 – 1304.

Dovidio, J. F., Brigham, J. C., Johnson, B. T., & Gaertner, S. L. ( 1996 ). Stereotyping, prejudice and discrimination. In C. N. Macrae, C. S. Stangor & M. Hewstone (Eds.), Stereotypes and stereotyping (pp. 276 – 323 ). New York, NY : The Guilford Press.

Eisenberg, N., Spinrad, T. L., & Morris, A. ( 2014 ). Empathy‐related responding in children. In M. Killen & J. Smetana (Eds.), Handbook of moral development (pp. 184 – 208 ). New York, NY : Psychology Press.

Finlay, L. C., Girardi, A., & Coplan, L. J. ( 2006 ). Links between empathy, social behavior, and social understanding in early childhood. Early Childhood Research Quarterly, 21, 347 – 359

Hardin, C. D., & Conley, T. D. ( 2001 ). A relational approach to cognition: Shared experience and relationship affirmation in social cognition. In G. B. Moskowitz (Ed.), Cognitive social psychology: The Princeton symposium on the legacy and future of social cognition (pp. 3 – 17 ). Mahwah, NJ : Lawrence Erlbaum.

Kandel, D. B. ( 1978 ). Homophily, selection, and socialization in adolescent friendships. American Journal of Sociology, 84, 427 – 436.

Pettigrew, T. F., & Tropp, L. R. ( 2006 ). A meta‐analytic test of intergroup contact theory. Journal of Personality and Social Psychology, 90, 751 – 783

Semyonov, M., Raijman, R., & Gorodzeisky, A. ( 2006 ). The rise of anti‐foreigner sentiment in European societies, 1988–2000. American Sociological Review, 71, 426 – 449.

Van Zalk, M., Kerr, M., Van Zalk, N., & Stattin, H. ( 2013 ). Xenophobia and tolerance toward immigrants in adolescence: Cross‐influence processes within friendships. Journal of Abnormal Child Psychology, 41, 627 – 639.

Leadership e autoconsapevolezza

 

 

Le capacità di leadership sono correlate a tratti narcisistici della personalità. Il narcisista è  solitamente brillante e trasmette la sicurezza di avere tutto sotto controllo. Il narcisismo può però essere un grave ostacolo. Un buon leader deve infatti favorire la capacità di pensare e di esprimersi del gruppo di lavoro. Non deve primeggiare a tutti i costi con un’idea brillante, ma deve permettere agli altri di brillare. In uno studio di  Nevicka e collaboratori (2011) è  stato evidenziato come un leader narcisista inibisca la creatività dei suoi collaboratori. Le persone tendono a scegliere il narcisista come leader, ma questa non risulta essere la scelta migliore.

Seppur le persone narcisiste perseguono la leadership, riescono a ottenere buoni risultati solo fin quando il proprio interesse è in linea con quello dell’organizzazioni di cui sono i leader.  La rassegna di Susanne Braun del 2015 evidenzia i pro e i contro della personalità narcisista come leader. Solitamente una persona estroversa, fiduciosa in se stessa e con un alto QI (Quoziente Intellettivo) è considerato un buon leader. Una persona simile può essere tentata di fare sfoggio della propria dominanza e intelligenza il più possibile. Spesso, invece, un buon leader deve avere la capacità di fare un passo indietro, in modo da dare spazio al gruppo per trovare e creare soluzione. Il pensiero di gruppo può essere soffocato dal pensiero del leader, a cui tenderà a conformarsi. Se il leader suggerisce subito la sua soluzione, per il gruppo sarà più difficile essere veramente creativo.

Ci sono quindi aspetti positivi e negativi del narcismo. Attraverso un percorso psicoanalitico, il narcisista riattualizza nel tranfert gli aspetti negativi e distruttivi della sua personalità, sono quegli aspetti che fanno vivere il narcista in una continua sensazione di impotenza, in una incapacità di amare e di sentirsi soddisfatto, perché ricerca sempre la prevaricazione e la sensazione di potere sull’altro. Green ne Il complesso della madre morta (1983) ipotizza infatti che il problema del narcisista è l’identificazione con quella che lui chiama la “madre morta”, ovvero una madre depressa che ha disinvestito il figlio nei primi anni di vita. La madre ha continuato a occuparsi del figlio, ma in modo emotivamente distaccato, probabilmente per un lutto o perdita. Pur avendo una vita apparentemente soddisfacente, il narcisista continua a identificarsi con questa immagine di madre morta. Nel relazione psicoanalitica ad alta frequenza si ha la possibilità di risanare, attraverso il lavoro nel tranfert, l’identificazione con la madre morta, cioè questa relazione primaria affettivamente deprivante andando così a trasformare positivamente il bisogno di non sentirsi impotente prevaricando sull’altro, anche sui propri collaboratori.

Per questo un leader che è stato un’analisi, è sicuramente un leader migliore.

 

 

Christmas blues: la depressione delle feste

Per  Christmas Blues si intende la depressione tipica del periodo natalizio.

E’ noto a chi si occupa di salute mentale, come i periodi natalizio ed estivo siano momenti di maggiore affluenza ai servizi di psichiatria territoriale. Aumentano la problematiche depressive ed il numero dei suicidi.

Sono anche i periodi in cui sia io che i miei colleghi riceviamo maggiore richiesta di “primi appuntamenti”. Persone che arrivano nell’urgenza di voler cambiare qualcosa che non riescono più a tollerare.

In letteratura ci sono varie ipotesi rispetto a questo incremento delle problematiche psicologiche. Si ipotizza che sia dovuto alle minori ore di luce, per quanto riguarda il Natale, oppure che sia collegabile all’aumento delle temperature in estate. E’ possibile che influisca la solitudine o lo stress legati alle reunion familiari e ai viaggi.

E’ possibile che questi fattori scatenino una psicopatologia? Non credo. E’ senz’altro vero, però, che in questi periodi aumentano le richieste di nuovi appuntamenti.

E’ possibile che il cambiamento della routine, frequente nel periodo festivo, dia spazio al manifestarsi di fragilità che solitamente riusciamo a tenere a bada grazie ad un susseguirsi di impegni. In qualche modo è come se in un ripetersi quotidiano di comportamenti e relazioni, non dessimo la possibilità alle nostre fragilità di emergere. Ci muoviamo quotidianamente in una confort zone, che è diversa per ognuno di noi, ma che ognuno di noi si è perfettamente modellato attuando tanti piccoli (a volte anche grandi) aggiustamenti. Abbiamo modellato impegni e relazioni. Con chi e per quanto tempo riusciamo a relazionarci senza sentirci inadeguati, ma anche quanto tempo riusciamo a tollerare attività o situazioni.

Durante il periodo festivo, questo prezioso equilibrio che ci siamo costruiti viene meno. E’ probabile che ci ritroviamo a fare i conti con una realtà diversa dall’ideale narcisistico che ci sostiene durante il resto dell’anno. Ci rendiamo forse conto, a livello più o meno consapevole, che la quantità e/o qualità delle nostre relazioni non è quella che vorremmo, facciamo il conti con l’anno che è passato e con i miglioramenti in cui avevamo sperato e che, forse, non ci sono stati.

In qualche modo, grazie al perturbarsi della routine riusciamo ad entrare in contatto con il nostro perturbante (Das Unheimliche freudiano), un qualcosa di estraneo ma familiare, un’angoscia nuova, ma che già conosciamo.

Piccoli pazienti crescono

 

Lo psicoterapeuta per esistere ha bisogno di pazienti. Cosa succederebbe se un giorno le persone fossero tutte psicologicamente sane ed equilibrate? Cosa ne sarebbe degli oltre 50.000 psicoterapeuti presenti in Italia? Senza contare tutte quelle figure professionali che si occupano del benessere psico-emotivo a vario titolo (a volte anche senza titolo!). Tutte queste persone si troverebbero senza una lavoro.

Come genitori possiamo evitare che tale scenario possa realizzarsi. Come fare? Ecco un semplice decalogo da seguire per crescere un futuro paziente e scongiurare l’estinzione della specie “psicoterapeuta”:

  1. Giustifichiamo i comportamenti sbagliati del nostro bambino. In fondo, “è solo un bambino“.
  2. Salviamolo dalla noia ad ogni costo. Possiamo dargli un tablet, una consolle, accendere la tv e tenerlo lì anche tutto il giorno. In questo modo, oltre ad evitare che si annoi, possiamo anche evitare che interferisca nelle nostre attività.
  3. Evitiamogli le delusioni. Se non riesce a fare qualcosa, facciamolo noi per lui. Se la scuola è troppo difficile, possiamo sempre iscriverlo in un’altra scuola.
  4. Se possiamo evitargli le frustrazioni, facciamolo! Perché fargli desiderare qualcosa, se possiamo averlo facilmente pagando. Sarebbe un atto estremamente egoistico da parte nostra.
  5. Difendiamolo dal sistema scolastico. Del resto, nostro figlio è un genio ed è per questo che ha un comportamento irrequieto a scuola, lo annoiano le cose che fanno tutti, “lui è troppo avanti“. Lui è speciale e sta all’insegnante valorizzare le sue qualità.
  6. Se gli diciamo di non fare una cosa, non la deve fare. Non importa cosa facciamo noi! Se io uso il cellulare a tavola, è per cose importanti, alla sua età può anche evitare. E’ più importante quello che gli dico che l’esempio che gli do.
  7. Deve imparare a nascondere le emozioni. Un bambino pignucoloso non piace a nessuno e non va bene che si arrabbi in pubblico. Anch’io evito di mostrare le mie emozioni e cerco di sembrare sempre sereno e felice.
  8. Ho un figlio perfetto e lo mostro a tutti. I suoi successi, sono i miei successi, ma i suoi insuccessi dipendono da lui.
  9. La mia vita è essere genitore. Faccio tutto in funzione di mio figlio, ho annullato le mie aspirazioni lavorative e sentimentali per lui. Non è la cosa più importante della mia vita, ma l’unica.
  10. Sono una persona di successo e mio figlio non può essere da meno.

Semplice vero? Non importa che seguiate il decalogo alla lettera, a volte bastano anche solo uno o due punti che si ripetono costantemente nella relazione con lui. E’ la cosa fondamentale e che non si abbia nella mente nostro figlio, quello reale intendo,  ma quello che vorremmo che fosse.

E ricordate, se state seguendo anche solo alcuni punti del decalogo, non è mai troppo presto per portarlo da uno psicoterapeuta.

Piccoli bulli crescono: il mobbing

 

High school students being bullied.

Brodsky nel 1976 definiva il bullismo sul posto di lavoro come una molestia. Era definito come “un comportamento ripetuto e persistente da parte di una persona finalizzato al tormento, allo sfinimento, alla frustrazione o a portare ad una reazione un’altra persona”. 

In pratica, il bullo descritto da Brodky rispecchia pienamente il fenomeno del bullismo nel mondo scolastico. Secondo Elliot Aronson, uno psicologo che si è lungamente occupato di bullismo, non si deve restare indifferenti di fronte ai primi fenomeni di bullismo. I bulli che non trovano nessun tipo di resistenza e di autorità, infatti, rafforzano l’idea di poter dare libero sfogo ai propri impulsi e gli altri finiscono per adeguarsi.

Brodsky studiò migliaia di casi di bullismo sul lavoro in California e trovò che le vittime soffrivano di numerose conseguenze negative quali ansia, depressione, nervosismo, rabbia, burnout e varie problematiche psicosomatiche (Brodsky, 1976, 1990; Skuzinska & Plopa, 2010).

Leymann (1990) studiando il fenomeno della violenza sul lavoro introdusse il termine mobbing e lo descrisse come una violenza psicologica ripetuta o un abuso emotivo da parte di una o più persone nel posto di lavoro.

Alcuni comportamenti tipici del bullo sul posto di lavoro sono rimproverare pubblicamente, interrompere o ignorare una persona, escluderla dai meeting, criticare il suo lavoro senza giustificazione e usare la minaccia e l’intimidazione.

Sia il bullismo che il mobbing conducono la vittima ad abbandonare il posto di lavoro.

Cosa caratterizza i bulli, siano essi adolescenti o adulti?  Il bullo non ha sviluppato un’adeguata capacità introspettiva, non ha affinato la propria sensibilità e non è capace di tradurre i sentimenti in parole. In pratica, il bullo non riesce a mettersi nei panni dell’altro. Riuscire a non confondere i propri sentimenti con quelli altrui, fa parte dell’intelligenza emotiva ed è principalmente in famiglia che si sviluppa.

Social network e soddisfazione di coppia

soddisfazione coppia

Componenti della relazione di coppia

Henry Dicks (1967) ritiene che una coppia è in relazione su tre grandi aree:
1 – aspettative reciproche cosciente su quello che la coppia può offrire
2 – grado in cui le aspettative reciproche hanno potuto armonizzare e integrare le aspettative culturali di ciascuno
3 – attivazione inconscia delle passate relazioni patogene.
Spesso, grazie all’identificazione proiettiva, una coppia patologica può apparire più affiatata grazie all’intreccio collusivo reciproco dei partner.
Secondo Kernberg (1995) le aree individuate da Dicks possono essere così riformulate:
1 – relazioni sessuali reali
2 – relazioni oggettuali predominanti consce e inconsce
3 – condivisione di un ideale dell’Io.

L’idealizzazione nella coppia

Secondo Fowers, Lyons e Montel (1996) le persone con una maggior idealizzazione del partner riportano un maggior senso di appagamento riguardo alla propria relazione sentimentale. In pratica, una visione irrealisticamente molto positiva del proprio compagno produce una maggior soddisfazione di coppia. Nel 1967, Edmonds sviluppò il concetto di “convenzionalizzazione coniugale”  per delineare la tendenza di un partner a fornire
descrizioni positivamente irrealistiche del proprio compagno e della relazione. Più recentemente per ritrarre tale tendenza alcuni autori, fra cui Fowers e Olson (1993), Fowers, Applegate, Olson e Pomerantz (1994) e Fowers e coll. (1996), hanno utilizzato il termine “distorsione idealistica”.

Codivisione sui social network

Questo bisogno di idealizzazione potrebbe essere il motivo del bisogno di alcune coppie di condividere, quasi compulsivamente, la propria soddisfazione relazione sui vari social.

Tratti di personalità e uso di Facebook

Il nostro modo di usare Facebook riflette la nostra personalità? Una recente ricerca di Marshall Lefringhausen e Ferenczi (2015) pubblicata sulla rivista scientifica “Personality and Individual Differences” ha esaminato la relazioni tra tratti di personalità e tipologia di topic pubblicati su Facebook.
Gli autori si sono chiesti come mai alcune persone usano Facebook per condividere eventi eccezionali, altri per dichiarare il proprio amore, per condividere le proprie idee politiche oppure per far sapere dove e con chi hanno cenato. I risultati mostrano che le persone estroverse aggiornano più frequentemente il loro status con post inerenti la propria vita sociale giorno per giorno e sono motivati dal comunicare e rimanere in contatto con gli altri.
Le persone con un’alta apertura mentale aggiornano maggiormente il loro profilo con topic più intellettuali e concepiscono il social come mezzo per lo scambio di informazioni.
I partecipanti dello studio con un basso livello di autostima condividano soprattutto post relativi alla propria vita sentimentale o i propri figli. I narcisisti usano Facebook soprattutto per condividere informazioni relative alle proprie realizzazioni, all’andamento della propria dieta e il livello di attività fisica.

Essere transgender significa avere una psicopatologia?

transgender identity

Il termine transgender indica persone la cui identità sessuale, il comportamento, l’atteggiamento non è conforme a quelle tipicamente associate al sesso assegnato alla nascita. Uno stato psicologico è considerato un disturbo mentale solo se causa angoscia o disabilità. Se un transgender prova disagio, non si considera una persona con un disturbo mentale. Il problema per queste persone consiste solitamente nel riuscire a poter esprimere liberamente il proprio modo d’essere senza sentirsi discriminati. Gli ostacoli che trovano nell’accettare il proprio modo d’essere e nel sentirsi accettati dagli altri possono portare a provare angoscia, ansia, a uno stato depressivo o ad altri disturbi che non sono solo tipici delle persone transgender.
Secondo il DSM 5 (Manuale Diagnostico Statistico dei Disturbi Mentali). le persone che sperimentano intensamente e in modo persistente una incongruenza di genere sono soggetti ad una diagnosi di disforia di genere.
Il punto è che non è tanto essere o non essere transgender il fatto che determina l’essere o meno soggetto ad una psicopatologia, ma il travaglio interno che porta a definirsi tale.