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Piccoli bulli crescono: il mobbing

 

High school students being bullied.

Brodsky nel 1976 definiva il bullismo sul posto di lavoro come una molestia. Era definito come “un comportamento ripetuto e persistente da parte di una persona finalizzato al tormento, allo sfinimento, alla frustrazione o a portare ad una reazione un’altra persona”. 

In pratica, il bullo descritto da Brodky rispecchia pienamente il fenomeno del bullismo nel mondo scolastico. Secondo Elliot Aronson, uno psicologo che si è lungamente occupato di bullismo, non si deve restare indifferenti di fronte ai primi fenomeni di bullismo. I bulli che non trovano nessun tipo di resistenza e di autorità, infatti, rafforzano l’idea di poter dare libero sfogo ai propri impulsi e gli altri finiscono per adeguarsi.

Brodsky studiò migliaia di casi di bullismo sul lavoro in California e trovò che le vittime soffrivano di numerose conseguenze negative quali ansia, depressione, nervosismo, rabbia, burnout e varie problematiche psicosomatiche (Brodsky, 1976, 1990; Skuzinska & Plopa, 2010).

Leymann (1990) studiando il fenomeno della violenza sul lavoro introdusse il termine mobbing e lo descrisse come una violenza psicologica ripetuta o un abuso emotivo da parte di una o più persone nel posto di lavoro.

Alcuni comportamenti tipici del bullo sul posto di lavoro sono rimproverare pubblicamente, interrompere o ignorare una persona, escluderla dai meeting, criticare il suo lavoro senza giustificazione e usare la minaccia e l’intimidazione.

Sia il bullismo che il mobbing conducono la vittima ad abbandonare il posto di lavoro.

Cosa caratterizza i bulli, siano essi adolescenti o adulti?  Il bullo non ha sviluppato un’adeguata capacità introspettiva, non ha affinato la propria sensibilità e non è capace di tradurre i sentimenti in parole. In pratica, il bullo non riesce a mettersi nei panni dell’altro. Riuscire a non confondere i propri sentimenti con quelli altrui, fa parte dell’intelligenza emotiva ed è principalmente in famiglia che si sviluppa.

Social network e soddisfazione di coppia

soddisfazione coppia

Componenti della relazione di coppia

Henry Dicks (1967) ritiene che una coppia è in relazione su tre grandi aree:
1 – aspettative reciproche cosciente su quello che la coppia può offrire
2 – grado in cui le aspettative reciproche hanno potuto armonizzare e integrare le aspettative culturali di ciascuno
3 – attivazione inconscia delle passate relazioni patogene.
Spesso, grazie all’identificazione proiettiva, una coppia patologica può apparire più affiatata grazie all’intreccio collusivo reciproco dei partner.
Secondo Kernberg (1995) le aree individuate da Dicks possono essere così riformulate:
1 – relazioni sessuali reali
2 – relazioni oggettuali predominanti consce e inconsce
3 – condivisione di un ideale dell’Io.

L’idealizzazione nella coppia

Secondo Fowers, Lyons e Montel (1996) le persone con una maggior idealizzazione del partner riportano un maggior senso di appagamento riguardo alla propria relazione sentimentale. In pratica, una visione irrealisticamente molto positiva del proprio compagno produce una maggior soddisfazione di coppia. Nel 1967, Edmonds sviluppò il concetto di “convenzionalizzazione coniugale”  per delineare la tendenza di un partner a fornire
descrizioni positivamente irrealistiche del proprio compagno e della relazione. Più recentemente per ritrarre tale tendenza alcuni autori, fra cui Fowers e Olson (1993), Fowers, Applegate, Olson e Pomerantz (1994) e Fowers e coll. (1996), hanno utilizzato il termine “distorsione idealistica”.

Codivisione sui social network

Questo bisogno di idealizzazione potrebbe essere il motivo del bisogno di alcune coppie di condividere, quasi compulsivamente, la propria soddisfazione relazione sui vari social.

Tratti di personalità e uso di Facebook

Il nostro modo di usare Facebook riflette la nostra personalità? Una recente ricerca di Marshall Lefringhausen e Ferenczi (2015) pubblicata sulla rivista scientifica “Personality and Individual Differences” ha esaminato la relazioni tra tratti di personalità e tipologia di topic pubblicati su Facebook.
Gli autori si sono chiesti come mai alcune persone usano Facebook per condividere eventi eccezionali, altri per dichiarare il proprio amore, per condividere le proprie idee politiche oppure per far sapere dove e con chi hanno cenato. I risultati mostrano che le persone estroverse aggiornano più frequentemente il loro status con post inerenti la propria vita sociale giorno per giorno e sono motivati dal comunicare e rimanere in contatto con gli altri.
Le persone con un’alta apertura mentale aggiornano maggiormente il loro profilo con topic più intellettuali e concepiscono il social come mezzo per lo scambio di informazioni.
I partecipanti dello studio con un basso livello di autostima condividano soprattutto post relativi alla propria vita sentimentale o i propri figli. I narcisisti usano Facebook soprattutto per condividere informazioni relative alle proprie realizzazioni, all’andamento della propria dieta e il livello di attività fisica.

Essere transgender significa avere una psicopatologia?

transgender identity

Il termine transgender indica persone la cui identità sessuale, il comportamento, l’atteggiamento non è conforme a quelle tipicamente associate al sesso assegnato alla nascita. Uno stato psicologico è considerato un disturbo mentale solo se causa angoscia o disabilità. Se un transgender prova disagio, non si considera una persona con un disturbo mentale. Il problema per queste persone consiste solitamente nel riuscire a poter esprimere liberamente il proprio modo d’essere senza sentirsi discriminati. Gli ostacoli che trovano nell’accettare il proprio modo d’essere e nel sentirsi accettati dagli altri possono portare a provare angoscia, ansia, a uno stato depressivo o ad altri disturbi che non sono solo tipici delle persone transgender.
Secondo il DSM 5 (Manuale Diagnostico Statistico dei Disturbi Mentali). le persone che sperimentano intensamente e in modo persistente una incongruenza di genere sono soggetti ad una diagnosi di disforia di genere.
Il punto è che non è tanto essere o non essere transgender il fatto che determina l’essere o meno soggetto ad una psicopatologia, ma il travaglio interno che porta a definirsi tale.

Psicologo Firenze Ilaria Sarmiento, Via Pier Capponi, 41 50132 Firenze Cell: (+39) 339 7487312 P.IVA:06312890483
Ordine Psicologi Firenze sezione A n° 4226 | Laureata in Psicologia all'Università di Padova | Privacy