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Il caso di Giovanni e i comportamenti da non punire.

Cosa si poteva fare di diverso nella vicenda di Lavagna? Quella perquisizione ha rappresentato l’ultima crepa in un contenitore che non riusciva più a contenere qualcosa di troppo doloroso. Ogni genitore cerca di fare il possibile per aiutare un figlio, la madre di Giovanni ha fatto quel che pensava potesse aiutarlo. L’ha denunciato alla Guardia di Finanza, in qualche modo ha detto a Giovanni che doveva essere punito per il suo comportamento. Quello che nelle intenzioni della madre doveva essere un messaggio di aiuto, probabilmente a Giovanni è arrivato come un’accusa di essere sbagliato, di non essere all’altezza delle aspettative genitoriali.

Una tragica esperienza che fa chiedere a ognuno di noi se Giovanni doveva essere punito.

Non si punisce un bambino perché si fa la pipì addosso.
Non si punisce un bambino che a 6 anni non parla.
Non si punisce una ragazzina che vomita quel che mangia.
Non si punisce un adolescente che si taglia.
Non si punisce un ragazzo che fuma le canne.
Non si arresta un adulto che perde tutto quello che ha con le slot machine.

Non si puniscono questi comportamenti, perché sono sintomi, manifestazioni di un disagio psicologico profondo.

Forse Giovanni non doveva essere punito.

Ruota tutto intorno all’invidia?

Invidia Invidia come tratto di personalita? L’Huffingtonpost  riporta una ricerca in cui emerge che l’invidia è il  tratto di personalità più diffuso. Nella letteratura psicoanalitica l’invidia è considerata diadica, là dove la gelosia è edipica. Per la Klein l’invidia nasce dalla pulsione di morte: vuoi distruggere ciò che non puoi avere. In un’epoca in cui il Disturbo Narcisistico di Personalità è sempre più diffuso, ciò che ha l’altro diventa ciò che manca a me. La mancanza dell’oggetto esterno diventa mancanza del Sé e, come tale, intollerabile. L’onnipotente infante non riesce a tollerare la separatezza dell’altro per mancanza di risorse interne sufficienti. L’invidia nasce, quindi, da questo senso di mancanza. 

Più desideriamo di essere felici e più rischiamo di essere depressi

seeking happiness

Lo psicologo deve considerare anche il contesto culturale? Uno studio pubblicato nel 2014 sul Journal of Social and Clinical Psychology mostra che quanta più importanza diamo alla felicità, tanto più rischiamo di soffrire di depressione.L’articolo suggerisce quindi un’influenza della cultura occidentale, che dà molta importanza al “dover essere felice” a tutti i costi.
Oltre all’influenza culturale, è forse necessario tenere presente un Io Ideale espressione dell’onnipotenza narcisistica infantile. D’altro canto, la società è frutto dell’organizzazione dominante delle personalità dei suoi componenti (Bateson, 1973). Come sostiene Mancia (2010) “possiamo pensare alla società come uno specchio deformante di quello che avviene nel microcosmo familiare e individuale”. Per cambiare la società ci dobbiamo occupare, quindi, del bambino fondante la nostra personalità, derivante dalla relazione del bambino all’interno della propria famiglia. E’ proprio questo bambino l’oggetto del trattamento psicoanalitico.

Superare il lutto

luttoLa morte di una persona cara rappresenta uno degli eventi più sconvolgenti della vita e influisce in modo importante sul benessere fisico e psico-sociale dell’individuo (Stroebe e Stroebe, 1993; Latham e Prigerson, 2004; Onrust et al., 2007; Shear et al., 2012). Diversi studi hanno dimostrato la presenza di alti tassi di disabilità e di uso di farmaci nei soggetti che hanno subìto un lutto rispetto a coloro che non hanno sperimentato questo evento, oltre ad aumentati tassi di mortalità (Thompson et al., 1984; Schaefer et al., 1995; Lichtenstein et al., 1998; Murphy et al., 1999; Bradbeer et al., 2003; Li J et al., 2003; Stroebe et al., 2007; Prigerson et al., 2009).

Lutto patologico

Nonostante la maggior parte dei soggetti riesca ad adattarsi alla perdita di una persona cara, è stato calcolato che tra il 9 e il 20% dei soggetti che sperimentano tale perdita si osserva una difficoltosa elaborazione del lutto e, di conseguenza, lo sviluppo di una quadro sintomatologico di “lutto patologico” (Byrne et al., 1994; Middleton et al., 1996; Lichtenthal et al., 2004; Zisook and Shear, 2009; Kersting et al., 2011; Shear et al., 2011 e 2012; Simon, 2012).
Con il DSM 5 (APA, 2013) il lutto è entrato a far parte della categoria dei disturbi mentali, perché a volte è necessario rivolgersi ad uno psicologo per la sua elaborazione. Gli studi che hanno portato a questa nuova categoria diagnostica sono partiti dagli studi sul DPTS. Mardi Horowitz e il suo gruppo di ricerca (Langley Porter Psychiatric Institute, Università della California) hanno individuato come evento traumatico un evento luttuoso e la presenza di sintomi intrusivi, di evitamento e fallimento nell’adattamento.

Comorbilità

La condizione di lutto è associata ad un’aumentata morbilità e mortalità (Jacobs, 1993; Stroebe e Stroebe, 1993; Latham et al., 2004; Onrust et al., 2007) e quindi può rappresentare la causa scatenante di disturbi mentali quali la depressione maggiore ed i disturbi d’ansia (Thompson et al., 1984; Bruce et al., 1990; Clayton, 1990; Jacobs et al.,1990; Zisook et al., 1993; Schaefer et al., 1995; Parkes, 1996; Lichtenstein et al., 1998; Murphy et al., 1999; Shahar et al., 2001; Li J et al., 2003; Bradbeer et al., 2003; Onrust et al., 2006; Stroebe et al., 2007).

Fattori di rischio

Rando (1992) ha inoltre identificato numerosi fattori di rischio per lo sviluppo di un alterato processo di elaborazione del lutto. Tali fattori sono distinti in:
• fattori di rischio legati alla modalità del decesso: morte improvvisa e inaspettata, specialmente se traumatica, violenta, mutilante o accidentale; morte dopo una malattia particolarmente lunga; perdita di un figlio; convinzione, da parte del soggetto, che la morte del proprio caro avrebbe potuto essere evitata.
• fattori di rischio legati a variabili antecedenti o successive al decesso: relazione con il defunto particolarmente burrascosa o ambivalente; precedenti o concomitanti malattie mentali; perdite multiple; tensioni non risolte; e percezione di mancanza di supporto sociale.

Depressione

E’ frequente la comorbidità tra lutto complicato e disturbo depressivo (Prigerson et al., 1995, 1996; Lichtenthal et al., 2004; Maytal et al., 2007; Brent et al., 2009; Kersting et al., 2009), in una percentuale variabile dal 52% al 70% (Melhem et al., 2001; Simon et al., 2007). Questa comorbidità tende ad aggravare il quadro del lutto complicato poiché l’inibizione emotiva tipica della depressione priva il soggetto di un’importante via di scarico dell’emotività, l’atteggiamento cognitivo pessimistico favorisce le tendenza alla ruminazione sulle circostanze e sulle conseguenze della morte, la spinta all’isolamento porta a ridurre i contatti interpersonali che sarebbero, invece, positivi nella elaborazione del lutto. In questo modo la depressione aggrava il lutto e ne ritarda l’evoluzione (Shear, 2012; Dell’Osso et al. 2011 e 2012; Lannen et al., 2008).

Anatomia di un individuo che ama solo se stesso

Su D di La Reppublica un articolo di Umberto Galimberti sulla patologia narcisistica.

 

galimberti

Quando nasciamo, letteralmente veniamo al mondo, che incominciamo a vedere quando apriamo gli occhi, senza capire nulla di dove siamo capitati. C’è però una madre che fa da mediatrice tra noi e le cose del mondo. E siccome queste cose non sappiamo che cosa sono né che cosa significano, la sola “relazione oggettuale”, come dicono gli psicoanalisti, si instaura con quell’unico oggetto che percepiamo fuori di noi, che è la madre. Può rispondere ai nostri bisogni più o meno sollecitamente, può gratificarci con i suoi baci, i suoi abbracci, le sue carezze, può rassicurarci quando il mondo si fa buio perché viene la notte ad animare tutte le ombre, può attutire le nostre angosce, così come può rispondere ai nostri sorrisi, che ci capita di fare senza sapere davvero perché. Se questa relazione va abbastanza bene e le risposte della madre sono positive, prende corpo la “relazione oggettuale”, ossia la capacità di investire su un oggetto (la madre) che è fuori di noi. Ma se la relazione non va bene, se gli investimenti che il bambino fa sulla madre non ricevono risposte adeguate, o comunque non sono gratificanti, il bambino può incamminarsi sui sentieri della depressione, oppure può salvarsi dalla depressione investendo non più sull’oggetto esterno (la madre), ma su di sé.

Pagliacci che spaventano, perché?

Pagliacci spaventosi. Perché? – BBCpagliaccioDietro all’attuale fenomeno della moltitudine di clown spaventosi negli Stati Uniti e in Inghilterra c’è qualcosa che lo psicologo può cercare di spiegare. Qualcosa a cui ha attinto, più o meno consapevolmente,  Stephen King quando ha scritto It  (1986). L’immagine del clown contiene il sé lo sdoppiamento tra familiare e non familiare di cui Freud ha parlato ne Il pertubante (OSF 9, 1977). A livello psicologico è qualcosa di contemporaneamente estraneo e familiare. Qualcosa di familiare che nasconde altro. Come il sorriso del clown. Una maschera di dipinta felicità dietro cui non sappiamo cosa si celi.

Coppie gay

Nino Ferro (presidente SPI) sulla Cirinnà

Professore, cominciamo dalla domanda di fondo: ci sono differenze tra genitori omo ed etero?
“Il sesso biologico dei genitori è un elemento assolutamente inessenziale. Più che l’essere uomo o donna, quello che conta in una coppia genitoriale è l’attitudine mentale, la capacità di svolgere le funzioni paterne (la legge, l’ordine) e materne (l’accoglienza, l’affettuosità). Se una coppia funziona in una maniera mentalmente eterosessuale, se al suo interno c’è chi svolge la funzione materna e chi quella paterna, non vedo alcuna differenza che riguardi il sesso biologico dei suoi componenti. Perché non è da quello che dipende l’equilibrio complessivo della coppia, e dunque la crescita del bambino”.

 

Chi è contrario alla stepchild adoption, dice che è “per tutelare l’interesse del bambino, che ha diritto a una famiglia naturale composta di una mamma e un papà”.
“Ma è una cavolata atroce. E quindi, un bambino cui muore uno dei due genitori omosessuali, dovrebbe andare a vivere in un altro nucleo familiare, o in un istituto, piuttosto che restare tra le sue abitudini e i suoi affetti? Qui non invocherei neanche la psicoanalisi, ma un buon senso minimale. Parliamoci chiaro: immaginare un percorso del genere è una forma di sadismo”.

Intervista su L’Espresso