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Alla ricerca di una strategia

mental strategy

Diversi anni fa, ero all’inizio della mia attività di psicologa e psicoterapeuta, ricevetti la richiesta di un appuntamento via email. Era uno dei miei primi appuntamenti con un potenziale paziente. Si presentò un giovane uomo, apparentemente sicuro di sé. Mi aveva scelta, pensai, perché il mio studio era poco lontano da casa sua ed inoltre, a quel tempo, ero una dei pochi psicologi fiorentini presente sul web. Era un giovane uomo di successo, abituato a gestire situazioni lavorative complesse, ma in evidente difficoltà sul piano personale e familiare.

Mi chiese “una strategia” per risolvere pesanti angosce personali. Era già in cura farmacologica con antidepressivi e ansiolitici.

Quella parola, “strategia”, mi colpì molto. Mi vedeva come una professionista esperta in strategie. Pensai che di strategie ne sapevo poco, che anzi, i pochi studi di PNL che avevo fatto, mi avevano portato a ripudiarle come comportamenti manipolatori per menti poco brillanti.

Mi chiesi cosa intendesse quest’uomo così brillante con strategia. Qualcosa per ingannare la propria mente? Qualcosa di consapevole in grado di ingannare le risposte automatiche del nostro cervello che portano ad un attacco di panico? Le risposte automatiche sono inconsce, pensai che cercasse una strategia da usare consapevolmente per ingannare qualcosa di inconscio. Mi stava chiedendo la bacchetta magica.

Esistono terapie che si prefiggono di “ingannare” la risposta psicopatologica, ma la psicoanalisi non è una di queste. L’inganno attuato dalla strategia ha sempre un’efficacia limitata nel tempo, perché le ragioni per cui il sintomo psicopatologico si era creato, permangono.

Ero (e sono!) talmente entusiasta dell’effetto trasformativo profondo del trattamento psicoanalitico che non esitai a proporgli un’analisi a quattro sedute settimanali. Perché non avrebbe dovuto accettare? Aveva tempo libero, disponibilità economiche, voleva risolvere i suoi problemi. Rifiutò. Adesso capisco che avevo agito la sua angoscia claustrofobica proponendogli un percorso da cui si sentiva troppo vincolato. La sua richiesta era un’altra, non era quella di lavorare su se stesso e sulle proprie fragilità.

Mi dispiacque molto, non solo perché ero all’inizio della mia attività professionale, ma soprattutto perché pensai che era davvero un’occasione persa per quell’uomo. Avrebbe potuto vivere una vita veramente libera dalle proprie fragilità e, viste le capacità che aveva già dimostrato di avere, avrebbe potuto vivere la sua vita in modo ancor più libero e appagante.

Se dovete affrontare un discorso pubblico e questo vi provoca ansia, potete provare a frequentare un corso public speaking, ma conoscere le tecniche di comunicazione efficace e le relative strategie, non vi servirà se il vostro problema è più intimo e profondo. L’ansia che provate all’idea di parlare in pubblico riguarda la vostra autostima, che avete costruito durante la vostra infanzia nelle relazioni con gli altri. Se siete persone ansiose e siete terrorizzati dal giudizio degli altri, qualsiasi strategia apprendiate per gestire il problema, avrà un’efficacia per un lasso di tempo più o meno breve. Questo perché i motivi che avevano creato il sintomo ansioso, sono sempre lì, pronti per esprimersi nello stesso o in altri modi. Il sintomo è, infatti, il segnale di qualche nostra fragilità interna, qualcosa che a livello psicologico non siamo riusciti a costruire in modo completamente adeguato. Se troviamo una strategia per gestire il sintomo, non risolviamo ciò che l’ha causato ed è quindi destinato a ripresentarsi.

Stabilire un contatto visivo con un ipotetico interlocutore di riferimento, tenere in mano qualcosa di rassicurante, parlare con calma, non servirà se non affrontate l’origine dell’angoscia di non valere abbastanza.

Il pensiero di Giovanni Hautmann – Pisa, 27 settembre 2018

 

Il Centro Psicoanalitico di Firenze ha organizzato una seconda giornata per riflettere sul pensiero di Giovanni Hautmann, a quasi un anno dalla sua scomparsa.

Durante la giornata è stato sottolineato l’aspetto creativo della psicoanalisi che Giovanni Hautmann ha costantemente messo in evidenza. La relazione analitica non è più un portare a galla il rimosso, ma è creare dei funzionamenti mentali dove prima erano assenti. Creare nuove rappresentazioni mentali.

Ad Hautmann si deve l’idea di una visione gruppale della mente, l’idea della nascita della soggettivazione attraverso la formazione di una pellicola di pensiero, che si forma quando gli elementi Beta si trasformano in Alpha, l’idea di splitting cognitivo primario quando si ha un malfunzionamento di tale pellicola e l’esistenza di elementi Gamma (oltre agli elementi bioniani Alpha e Beta ) che aiutano la comprensione di quelle patologie dove il deficit della Funzione Alpha riguarda solo alcuni elementi Beta, in particolare, i precursori delle emozioni. Nell’autismo, ad esempio, dove non si assiste ad una difesa estrema nei confronti della percezione sensoriale in generale, ma solo rispetto alla sensorialità che richiede reazioni sociali emotive.

Nella relazione analista-paziente, così come in quella madre-neonato, si ha una prima forma di contatto creativo che porta alla formazione di una pellicola di pensiero. La formazione di tale pellicola rappresenta un momento integrativo di stimoli sensoriali, emotivi ed ideativi ed è dalla formazione di tale pellicola che comincia il processo di separazione-individuazione del bambino. Questo processo avviene grazie al lavoro della Funzione Alpha, alla capacità materna e analitica di creare rappresentazioni lì dove mancavano.

L’impossibilità rappresentazionale è quello che porta un paziente nello studio di uno psicologo ed è questo lo specifico della psicoanalisi. Lo psicoanalista non si occupa di fornire strategie di funzionamento cognitivo, ma di rendere pensabile qualcosa che è rimasto a livello concreto. Quel che è rimasto a livello concreto può essere uno stimolo percettivo-sensoriale (elemento Beta) o uno stimolo emotivo (elemento Gamma) e richiede di essere trasformato in elemento Alpha per poter essere integrato al Sé.  Il percorso psicoanalitico si occupa quindi di aiutare l’emergere e il ripristino di parti di sé, attraverso la formazione delle pellicola di pensiero.

 

 

Leadership e autoconsapevolezza

 

 

Le capacità di leadership sono correlate a tratti narcisistici della personalità. Il narcisista è  solitamente brillante e trasmette la sicurezza di avere tutto sotto controllo. Il narcisismo può però essere un grave ostacolo. Un buon leader deve infatti favorire la capacità di pensare e di esprimersi del gruppo di lavoro. Non deve primeggiare a tutti i costi con un’idea brillante, ma deve permettere agli altri di brillare. In uno studio di  Nevicka e collaboratori (2011) è  stato evidenziato come un leader narcisista inibisca la creatività dei suoi collaboratori. Le persone tendono a scegliere il narcisista come leader, ma questa non risulta essere la scelta migliore.

Seppur le persone narcisiste perseguono la leadership, riescono a ottenere buoni risultati solo fin quando il proprio interesse è in linea con quello dell’organizzazioni di cui sono i leader.  La rassegna di Susanne Braun del 2015 evidenzia i pro e i contro della personalità narcisista come leader. Solitamente una persona estroversa, fiduciosa in se stessa e con un alto QI (Quoziente Intellettivo) è considerato un buon leader. Una persona simile può essere tentata di fare sfoggio della propria dominanza e intelligenza il più possibile. Spesso, invece, un buon leader deve avere la capacità di fare un passo indietro, in modo da dare spazio al gruppo per trovare e creare soluzione. Il pensiero di gruppo può essere soffocato dal pensiero del leader, a cui tenderà a conformarsi. Se il leader suggerisce subito la sua soluzione, per il gruppo sarà più difficile essere veramente creativo.

Ci sono quindi aspetti positivi e negativi del narcismo. Attraverso un percorso psicoanalitico, il narcisista riattualizza nel tranfert gli aspetti negativi e distruttivi della sua personalità, sono quegli aspetti che fanno vivere il narcista in una continua sensazione di impotenza, in una incapacità di amare e di sentirsi soddisfatto, perché ricerca sempre la prevaricazione e la sensazione di potere sull’altro. Green ne Il complesso della madre morta (1983) ipotizza infatti che il problema del narcisista è l’identificazione con quella che lui chiama la “madre morta”, ovvero una madre depressa che ha disinvestito il figlio nei primi anni di vita. La madre ha continuato a occuparsi del figlio, ma in modo emotivamente distaccato, probabilmente per un lutto o perdita. Pur avendo una vita apparentemente soddisfacente, il narcisista continua a identificarsi con questa immagine di madre morta. Nel relazione psicoanalitica ad alta frequenza si ha la possibilità di risanare, attraverso il lavoro nel tranfert, l’identificazione con la madre morta, cioè questa relazione primaria affettivamente deprivante andando così a trasformare positivamente il bisogno di non sentirsi impotente prevaricando sull’altro, anche sui propri collaboratori.

Per questo un leader che è stato un’analisi, è sicuramente un leader migliore.

 

 

Diversità tecniche nelle teorie psicoananalitiche

Esistono diverse psicoanalisi, che sfumano l’una nell’altra.

Per Freud, l’obiettivo dell’analisi è rendere conscio l’inconscio (1900, 1909) e, più avanti nella sua opera, spostare la struttura psichica dall’Es all’Io (1923, 1926). Per la Klein (1948, 1952) la trasformazione fondamentale in analisi consiste nel passaggio dalla posizione schizoparanoide alla posizione depressiva. Bion auspica il passaggio da una mentalità basata sull’evacuazione dell’emozione disturbante, non mentalizzata (elemento beta), a una metalità in cui la propria esperienza emotiva può essere sognata e pensata (1965). Per Winnicott la salute psichica si fonda sulla trasformazione psichica in cui si passa dalla fantasticheria alla capacità di vivere in modo immaginativo uno spazio tra realtà e fantasia.A seconda della tecnica più o meno esplicita dell’analista, le interpretazione dei contenuti inconsci possono cogliere aspetti diversi:

  1. L’analista che è maggiormente influenzato dalla teoria freudiana si focalizza sull‘analisi del tranfert, che coglie il rimosso del passato.
  2. Un’impostazione più kleiniana cerca di cogliere le parti delle personalità scisse e proiettate, sempre basandosi sull’analisi del tranfert, in cui sono rimesse in scene le parti scisse, proiettate sull’analista.
  3. Secondo la prospettiva bioniana, l’analista è il contenitore delle proiezioni del paziente e svolge la funzione di elaborare e restituire al paziente ciò che non ha potuto elaborare. Bion (1992) in Cognitations dice che lo sviluppo della personalità dipende da un oggetto che possa contenere le proiezioni del bambino, le sue angosce. Se questo oggetto non esiste, non è adeguato, non svolge la funzione di contenere e restituire elaborate queste angosce, è un disastro per la psiche del bambino che non svilupperà la capacità di contenere psichicamente e usare le emozione per comprendere. Nei pazienti gravi manca, infatti, la funzione riflessiva che, secondo Fonagy e Target (1996), permette alla persona di comprendere le qualità simboliche del comportamento altrui.

Quello che però accomuna le diverse tecniche è l’attenzione al vissuto e significato interno dell’esperienza. I fatti reali assumono significato e possono essere trasformati psichicamente solo all’interno della relazione terapeutica.

L’attenzione fluttuante dello psiconalista

In “Consigli al medico nel trattamento psicoanalitico” (19120) Freud fornisce una serie di indicazioni perché l’analista non lavori su un piano consapevole e cognitivo, ma su un piano preconscio. La psicoanalisi, infatti, si distingue da tutti gli altri trattamenti terapeutici proprio perché non si prefigge di cambiare l‘aspetto superficiale e consapevole (la punta dell’iceberg), ma tutto ciò che ha permesso l’emergere del sintomo, la struttura profonda (la parte sommersa dell’iceberg). La formazione dell’analista, attraverso la sua analisi didattica, è quindi fondamentale per permettere all’analista di lavorare con la propria parte preconscia.

La parte conscia può, infatti, rendere cieco l’analista di fronte a ciò che è il materiale su cui lavorare, materiale che non arriva dalla parte consapevole e cognitiva del paziente. L’analista deve, quindi, saper sostare nella “non conoscenza” e nella “non comprensione”.

L’ascolto cosciente e la comprensione cognitiva del parlare del paziente è come l’ascolto e la comprensione del significato letterale della metafora. Il valore della metafora non sta in questo tipo di significato, ma al significato altro a cui rimanda.

Sono due, infatti, le regole fondamentali della psicoanalisi, una per il paziente e l’altra per l’analista: rispettivamente le libere associazioni e l’attenzione liberamente fluttuante. Sono queste due regole che rendono possibile il lavorare, in analisi, sugli aspetti preconsci del paziente. La coscienza diventa  così permeabile agli aspetti inconsci. ‘Attenzione liberamente fluttuante’ in origine è ‘gleichshwebend aufmerksamkeit’ e scheweben  significa fluttuare, ma non una qualsiasi fluttuare, un fluttuare nell’aria come opposto ad un galleggiare nell’acqua (schiwimmen) – una nuvola schwebens mentre una nave shwimmens.

Freud nell’Io e l’Es scrive che l’analista deve  “arrendersi all’attività mentale inconscia,  mettendosi in uno stato di attenzione fluttuante, per evitare, per quanto possibile, riflessioni e costruzioni di provenienza conscia, senza provare a fissare nei suoi ricordi qualcosa e, da questi significati, capire qualcosa dell’incoscio del paziente attraverso il proprio inconscio” (1923b, p. 239). Freud (1915) chiarisce che soggetto e oggetto non sono mai completamente separati dal momento che il soggetto plasma gli oggetti che percepisce, paragonando la sua epistemologia a quella di Kant e avvertendoci delle intrinseche distorsioni che la coscienza impone all’inconscio. Afferma comunque, che gli ‘oggetti interni’ (evidentemente inconsci) sono conoscibili se come strumento di percezione si usa l’inconscio stesso.

Nel suo volume Against understanding,  Fink (2014) scrive che ciò che è veramente cruciale per l’esplorazione psicoanalitica dell’inconscio “non è fornire significati, ma mettere in parole l’indicibile. Parlare di ciò che è sempre apparso impronunciabile, impensabile, inaccettabile e/o inimmaginabile per l’analizzando…Dire tutte queste cose non è la stessa cosa del comprenderle, né per l’analizzando né per l’analista…La comprensione – se mai arriva – può aspettare.” (p.8)

Il proprio inconscio è, quindi, il principale strumento dell’analista ed è per questa ragione che è necessario avere la garanzia che l’analista stessa abbia lavorato, trasformato, elaborato i propri contenuti inconsci attraverso una lunga analisi didattica.

L’elemento chiave della psicoanalisi è la centralità dell’inconscio e la particolare ‘tecnica’ richiesta per poterlo ‘conoscere’. Se il sogno è il portavoce dell’inconscio (così come i lapsus, le associazioni libere, la metafora, il mito, e cosi via, che non sono inconscio in sé, ma parlano la sua lingua), allora l’unica strada che ha l’analista è di ascoltare attraverso il suo inconscio.

E’ quel che arriviamo a conoscere inconsciamente che è il cuore della pratica psicoanalitica.

Stati mentali gravi: perversione, anoressia, tossicodipendenza e psicosi

 

Le costruzioni psicopatologiche si riscontrano negli stati mentali gravi: perversioni, anoressie, tossicomanie e psicosi.

Tali stati mentali si reggono su difese perverse o psicotiche e tendono a distorcere la percezione della realtà fino a distruggerla. Invece, le difese nevrotiche tendono a limitare la percezione delle emozioni.

Le strutture psicopatologiche si formano silenziosamente nell’infanzia ed esprimono solo successivamente la loro potenzialità patogena.

Secondo De Masi, nella costruzione psicopatologica il carattere difensivo è secondario all’eccitazione che perverte la mente. La psicosi è  lenta e progressiva. Quando diventa evidente all’osservatore esterno vuol dire che il processo era già avvenuto silenziosamente nel corso del tempo. Nell’infanzia un comportamento bizzarro o difficoltà di apprendimento possono segnalare un processo già in atto.

L’episodio psicotico lascia cicatrici e focolai che possono portare a scompensi ulteriori. La possibilità di recupero dipende dal tempo trascorso e dalla gravità dell’episodio. Sono questi due fattori che incidono prevalentemente sulla possibilità di uscita dalla malattia. Il processo di ripristino del funzionamento normale comincia da piccole isole di sanità. Il processo psicotico evolve continuamente e si sviluppa per gradi, passando da stadi parzialmente reversibili ad altri che lo sono sempre meno. Per questo è importante, in tutti gli stati mentali gravi, cercare di scardinare alle prime avvisaglie il processo psicotico in atto.

 

 

Le origini della follia

L’origine della follia, o meglio della psicosi, si insinua nei primi processi relazionali. La precoce e prolungata distorsione delle prime relazioni emotive crea le premesse per un’alterazione della percezione della realtà psichica, che viene dissociata e sostituita da una costruzione fantastica (De Masi, 2006).
Attraverso la terapia analitica si favorisce nel paziente il funzionamento emotivo normale, in modo che possa capire la propria realtà psichica e quella dell’altro. E’ l’angosciante senso di impotenza, sin dall’età infantile, che spinge il paziente psicotico a sovvertire l’organizzazione del proprio pensiero.

E’ qualcosa di altamente distruttivo, sostiene De Masi, che si insinua in precocissima età nello sviluppo della propria capacità di pensare e di percepire le emozioni. Infatti, il bambino ha bisogno della capacità di contenimento materna. La madre deve essere in grado di percepire e dare senso all’esperienza emotiva del bambino, sin dalla sua nascita. Se il bambino non cresce in un ambiente con un’adeguata capacità di contenimento, non riesce a trasformare l’angoscia derivante dalle prime esperienze di frustrazione o sovrastimolazione.
Il nucleo psicotico, che ha iniziato a costruire la sua tela sia dalla primissima infanzia è già presente seppur silente. Solitamente è un qualche evento esterno che ne favorisce la slatentizzazione (cioè da latente diventa manifesto), ma non è tale evento a causare la psicosi.

La sola terapia farmacologia non è sufficiente. Attraverso la psicoanalisi, un paziente con nucleo psicotico ha la possibilità di elaborare l’esperienza infantile che ha reso possibile tale vulnerabilità. Non è solo una questione di biochimica celebrale, sono infatti le precoci esperienze mentali ed emotive che alterano tale biochimica e solo la trasformazione di tale fatti psichici ed emotivi può fornire una reale via di uscita dalla malattia.

 

Walking the path di Amin Shahverdi

 

Un bellissimo video che partecipa al concorso video del prossimo convegno IPA, che si terrà a Buenos Aires dal 25 al 29 luglio.

Attraverso queste immagini è possibile percepire la profondità del lavoro psicoanalitico e il rapporto analista-paziente nella seduta di analisi.

Quest’anno il titolo del convegno è Intimacy. L’intimità, la conoscenza profonda, che si ha nel rapporto analitico con i pazienti in tutte le sue sfumature.

 


Programme Committee
Maureen Murphy, Chair, (North America)
Ronnie Shaw, Co-Chair, (North America)
Alfonso Pola, Co-Chair, (Latin America)
Pedro Gil, Co-Chair, (Europe)
Isabel Ugarte da Silveira, (IPSO Vice-President for Latin America)
Alexandra Billinghurst, (IPA Vice-President)

Local Arrangements Committee
Jeanette Dryzun, Co-Chair, APA
Liliana Pedrón, Member, APA
María Cecilia Andrade, Member, APA
Laura Orsi, Member, APA
Inés Vidal, Co-Chair, APdeBA
Mónica Cardenal, Member, APdeBA
Haydée Zac, Member, APdeBA
Daniel Biebel, Co-Chair, SAP
María Haydée Cantelli, Member, SAP
Sodely Páez, Member, SAP

Cosa significa “fare un’analisi”?

ruota-che-gira

Fare un’analisi non è mai una questione semplice. Neanche proporre un’analisi lo è. Si chiede alla persona di impegnarsi per anni. Impegnarsi dal punto di vista emotivo, economico, spazio-temporale, ecc.

La psicoanalisi risulta di aiuto quando uno pensa di aver fatto tutti gli sforzi per contrastare uno schema che tende a ripetersi e che influenza negativamente la qualità della propria vita. Evidentemente quello di cui siamo consapevoli, quello che sappiamo già su noi stessi, non aiuta o non è sufficiente a modificare questi pattern di funzionamento. Possiamo rassegnarci dicendo che “siamo fatti così” oppure possiamo cercare di capire cosa a livello inconscio influenza la nostra mente, condannandoci a ripetere sempre lo stesso schema di funzionamento.

Perché la psicoterapia non basta

I clinici hanno sviluppato la terapia comportamentale per focalizzarsi su i comportamenti indesiderati della persona. La terapia comportamentale si focalizza quindi sugli aspetti coscienti e su quello che il paziente stesso individua come un problema. L’assunto alla base di questo tipo di trattamento, è che l’individuo apprende per condizionamento, cioè attraverso l’associazione del comportamento con rinforzi positivi (premi) e rinforzi negativi (punizioni). La terapia CBT (cognitivo-comportamentale) inserisce l’influenza dei processi di pensiero. Anche questo tipo di terapia si focalizza sugli aspetti consci della mente, su come i nostri pensieri consapevoli influenzano il comportamento. Questi trattamenti sono brevi, focalizzati su quelli che consideriamo aspetti disfunzionali del nostro comportamento o del nostro pensiero. La ricerca ha però dimostrato che i risultati non sono a lungo termine.

La psicoanalisi si focalizza su quello che il paziente non riesce a vedere da solo.

Analisi interrotte

Ci sono pazienti che si sentono speciali per il fatto di poter fare l’analisi. Lo sono. Fare un’analisi è un qualcosa di speciale, che non tutti fanno e che non tutti possono fare. Se nel corso dell’analisi non si riesce a trasformare questa motivazione, sono analisi verosimilmente destinate a fallire entro il primo-secondo anno.

Sono pazienti che non vengono in analisi per cambiare, ma per sentirsi “nel giusto”. Pazienti che hanno un bisogno narcisistico di sentir confermato il proprio modo d’essere e che si oppongono alla possibilità di cambiamento.

Pazienti che non vogliono diventare consapevoli di se stessi, delle proprie dinamiche psichiche e dei meandri più oscuri della propria personalità. Non chiedono la verità su se stessi e sulle proprie relazioni fallimentari, chiedono di imporre la propria verità. Deve diventare vero, quello che loro affermano sia vero.

Andare in analisi per uno  o due anni, o andarci per due volte la settimana, non è fare un’analisi, è avere la possibilità di cosa annusare cosa sia l’analisi.

Analisi di successo

Quello che non riusciamo a capire da soli di noi stessi, in analisi è considerato essenziale. Un trattamento analitico richiede pazienza. E’ un lungo viaggio che offre un tempo e uno spazio che non si possono trovare altrove. E’ un luogo dove entrare in contatto con noi stessi in modo autentico e, quindi, anche con aspetti sgradevoli  o minacciosi.

Se ci accorgiamo che, nonostante i nostri sforzi e le nostre strategie, ripetiamo sempre la “stessa scena del film”, come se girassimo su una ruota che ci presenta periodicamente sempre lo stesso scenario, è l’ora di intraprendere un’analisi.

 

 

 

Psicoanalisi di coppia

counselor coppia

terapia coppia

La psicoanalisi di coppia è diversa da quella individuale. La coppia viene trattata come se fosse un’unica persona in terapia, una persona che pensa, sente e agisce e che, quindi, associa analiticamente come se fosse un’unica persona. La coppia crea infatti un campo che si può ammalare. Spesso ad essere problematica è, infatti, l’interazione preconscia e inconscia della coppia.
A volte il problema può essere individuale, ed allora è meglio valutare di intraprendere un’analisi personale, ma non è sempre così. Ad esempio, può accadere che l’altro venga usato per compensare parti fragili del proprio Sé, in questo caso la dinamica di coppia può slatentizzare, cioè rendere manifesto, il problema, che però è da trattare individualmente.
Nel decidere di intraprendere un percorso di coppia, è fondamentale che entrambi i membri della coppia abbiamo il desiderio di capire e trasformare gli aspetti problematici ed insoddisfacenti.
Spesso la relazione di coppia diventa problematica perhcé l’altro può funzionare da contenitore di identificazioni proiettive, proiezioni e scissioni di cui individui e coppia non sono consapevoli. Se l’altro diventa ricettacolo passivo di qualcosa di non elaborato dell’altro, si crea una relazione patologica.
L’obiettivo della psicoanalisi di coppia è di far in modo che la coppia acquisisca gli strumenti per elaborare, dare significato e trasformare il proprio funzionamento, cioè che ci sia una capacità di reverie di coppia.

Trovi sempre la persona sbagliata?

relazione patologica

Quali sono le caratteristiche personologiche ed interpersonali correlate all’instaurarsi della relazione patologica? Come nasce un equilibrio disturbante tra le parti sane e le parti malate dell’ IO dell’ uno, con le analoghe parti dell’ altro?
Il rapporto di coppia pone in essere un incontro di aspetti oltre che interpersonali anche intrapersonali; in questo tipo di relazioni il legame uno-uno dovrebbe lasciare il posto al legame tra-due, “un Due che si produce e produce qualcosa di differente dalla somma o dalla semplice aggregazione di Uno e Uno” (Berenstein, 2005, p.183), quale presupposto di una relazione appagante.
I numerosi studi sulla soddisfazione di coppia hanno portato ad evidenziare le principali componenti di un appagamento relazionale e il collegamento tra pattern di attaccamento, stile comunicativo e relazione sentimentale adulta (Hazan e Shaver, 1987; Denton, Byurleson e Sprenkle, 1994; Sinclair e McCluskey, 1996), mentre non sono state altrettanto profondamente indagate le caratteristiche relazionali e personali che innescano la relazione patologica.
Bowlby (1988) ha affermato che un intenso stile di attaccamento di tipo ambivalente conduce a sentirsi minacciati dalla solitudine, con la conseguente paura di essere lasciati; sempre secondo questo autore ciò può portare a comportamenti estremi quali la violenza.
Secondo la teoria sviluppata da Bowlby (1988) il bambino, nella sua crescita, giunge a sviluppare un attaccamento nei confronti della persona che si prende cura di lui ed il tipo di legame instaurato costituirà una matrice relazionale per i successivi rapporti.
Dalle prime ricerche sulle relazioni tra i legami sentimentali adulti e le modalità di attaccamento infantili (Hazan e Shaver, 1987), sono stati effettuati studi successivi che hanno provato come uno stile di attaccamento ambivalente sia maggiormente presente nei mariti violenti (Bartholomew, 1994), così come sono più frequenti alti livelli di dipendenza dalla moglie (Murphy, Meyer e O’Leary, 1994).
Holtworth-Munroe et al. (1991, 1993) hanno evidenziato come le relazioni caratterizzate da eccessiva gelosia da parte del marito e rifiuto da parte della moglie, evidenzino uno stile di attribuzione di intenti negativo ed hanno minore probabilità di generare risposte competenti.
Nell’ambito di questo paradigma di ricerca è stato inoltre evidenziato come persone con attaccamento sicuro tendino ad unirsi tra loro, mentre per le altre categorie sembrerebbe esserci un rapporto di complementarità (Collins, Read, 1990; Senchak, Leonardi, 1992)
L’osservazione clinica in ambito psicoanalitico, ha portato a considerare come fondamentali le relazioni instaurate nei primi anni di vita con le figure parentali per il successivo sviluppo di un disturbo di personalità; nella diagnosi psicoanalitica vengono infatti considerati il mondo pulsionale-affettivo e lo stile difensivo dell’Io ma anche i modelli di relazione oggettuale interiorizzati, le esperienze di sé che si ripercuotono sull’autostima e i modelli di tranfert e controtranfert, quali espressione delle rappresentazioni interne di sé e degli altri (per una trattazione puntuale vedere McWilliams, 1994 e Gabbard, 2000).
Secondo Minolli (2005, p. ?), “accedere alla coppia è accedere alla realizzazione di desideri reali. In effetti solo un Io-soggetto sufficientemente attestato a posizioni di funzionamento realistico può accedere, e di fatto accede, alla coppia”.
In definitiva, è necessario essere sufficientemente sani per instaurare una relazione di coppia sufficientemente sana.