Archivio della categoria: Genitori

Piccoli pazienti crescono

 

Lo psicoterapeuta per esistere ha bisogno di pazienti. Cosa succederebbe se un giorno le persone fossero tutte psicologicamente sane ed equilibrate? Cosa ne sarebbe degli oltre 50.000 psicoterapeuti presenti in Italia? Senza contare tutte quelle figure professionali che si occupano del benessere psico-emotivo a vario titolo (a volte anche senza titolo!). Tutte queste persone si troverebbero senza una lavoro.

Come genitori possiamo evitare che tale scenario possa realizzarsi. Come fare? Ecco un semplice decalogo da seguire per crescere un futuro paziente e scongiurare l’estinzione della specie “psicoterapeuta”:

  1. Giustifichiamo i comportamenti sbagliati del nostro bambino. In fondo, “è solo un bambino“.
  2. Salviamolo dalla noia ad ogni costo. Possiamo dargli un tablet, una consolle, accendere la tv e tenerlo lì anche tutto il giorno. In questo modo, oltre ad evitare che si annoi, possiamo anche evitare che interferisca nelle nostre attività.
  3. Evitiamogli le delusioni. Se non riesce a fare qualcosa, facciamolo noi per lui. Se la scuola è troppo difficile, possiamo sempre iscriverlo in un’altra scuola.
  4. Se possiamo evitargli le frustrazioni, facciamolo! Perché fargli desiderare qualcosa, se possiamo averlo facilmente pagando. Sarebbe un atto estremamente egoistico da parte nostra.
  5. Difendiamolo dal sistema scolastico. Del resto, nostro figlio è un genio ed è per questo che ha un comportamento irrequieto a scuola, lo annoiano le cose che fanno tutti, “lui è troppo avanti“. Lui è speciale e sta all’insegnante valorizzare le sue qualità.
  6. Se gli diciamo di non fare una cosa, non la deve fare. Non importa cosa facciamo noi! Se io uso il cellulare a tavola, è per cose importanti, alla sua età può anche evitare. E’ più importante quello che gli dico che l’esempio che gli do.
  7. Deve imparare a nascondere le emozioni. Un bambino pignucoloso non piace a nessuno e non va bene che si arrabbi in pubblico. Anch’io evito di mostrare le mie emozioni e cerco di sembrare sempre sereno e felice.
  8. Ho un figlio perfetto e lo mostro a tutti. I suoi successi, sono i miei successi, ma i suoi insuccessi dipendono da lui.
  9. La mia vita è essere genitore. Faccio tutto in funzione di mio figlio, ho annullato le mie aspirazioni lavorative e sentimentali per lui. Non è la cosa più importante della mia vita, ma l’unica.
  10. Sono una persona di successo e mio figlio non può essere da meno.

Semplice vero? Non importa che seguiate il decalogo alla lettera, a volte bastano anche solo uno o due punti che si ripetono costantemente nella relazione con lui. E’ la cosa fondamentale e che non si abbia nella mente nostro figlio, quello reale intendo,  ma quello che vorremmo che fosse.

E ricordate, se state seguendo anche solo alcuni punti del decalogo, non è mai troppo presto per portarlo da uno psicoterapeuta.

Stati mentali gravi: perversione, anoressia, tossicodipendenza e psicosi

 

Le costruzioni psicopatologiche si riscontrano negli stati mentali gravi: perversioni, anoressie, tossicomanie e psicosi.

Tali stati mentali si reggono su difese perverse o psicotiche e tendono a distorcere la percezione della realtà fino a distruggerla. Invece, le difese nevrotiche tendono a limitare la percezione delle emozioni.

Le strutture psicopatologiche si formano silenziosamente nell’infanzia ed esprimono solo successivamente la loro potenzialità patogena.

Secondo De Masi, nella costruzione psicopatologica il carattere difensivo è secondario all’eccitazione che perverte la mente. La psicosi è  lenta e progressiva. Quando diventa evidente all’osservatore esterno vuol dire che il processo era già avvenuto silenziosamente nel corso del tempo. Nell’infanzia un comportamento bizzarro o difficoltà di apprendimento possono segnalare un processo già in atto.

L’episodio psicotico lascia cicatrici e focolai che possono portare a scompensi ulteriori. La possibilità di recupero dipende dal tempo trascorso e dalla gravità dell’episodio. Sono questi due fattori che incidono prevalentemente sulla possibilità di uscita dalla malattia. Il processo di ripristino del funzionamento normale comincia da piccole isole di sanità. Il processo psicotico evolve continuamente e si sviluppa per gradi, passando da stadi parzialmente reversibili ad altri che lo sono sempre meno. Per questo è importante, in tutti gli stati mentali gravi, cercare di scardinare alle prime avvisaglie il processo psicotico in atto.

 

 

Piccoli bulli crescono: il mobbing

 

High school students being bullied.

Brodsky nel 1976 definiva il bullismo sul posto di lavoro come una molestia. Era definito come “un comportamento ripetuto e persistente da parte di una persona finalizzato al tormento, allo sfinimento, alla frustrazione o a portare ad una reazione un’altra persona”. 

In pratica, il bullo descritto da Brodky rispecchia pienamente il fenomeno del bullismo nel mondo scolastico. Secondo Elliot Aronson, uno psicologo che si è lungamente occupato di bullismo, non si deve restare indifferenti di fronte ai primi fenomeni di bullismo. I bulli che non trovano nessun tipo di resistenza e di autorità, infatti, rafforzano l’idea di poter dare libero sfogo ai propri impulsi e gli altri finiscono per adeguarsi.

Brodsky studiò migliaia di casi di bullismo sul lavoro in California e trovò che le vittime soffrivano di numerose conseguenze negative quali ansia, depressione, nervosismo, rabbia, burnout e varie problematiche psicosomatiche (Brodsky, 1976, 1990; Skuzinska & Plopa, 2010).

Leymann (1990) studiando il fenomeno della violenza sul lavoro introdusse il termine mobbing e lo descrisse come una violenza psicologica ripetuta o un abuso emotivo da parte di una o più persone nel posto di lavoro.

Alcuni comportamenti tipici del bullo sul posto di lavoro sono rimproverare pubblicamente, interrompere o ignorare una persona, escluderla dai meeting, criticare il suo lavoro senza giustificazione e usare la minaccia e l’intimidazione.

Sia il bullismo che il mobbing conducono la vittima ad abbandonare il posto di lavoro.

Cosa caratterizza i bulli, siano essi adolescenti o adulti?  Il bullo non ha sviluppato un’adeguata capacità introspettiva, non ha affinato la propria sensibilità e non è capace di tradurre i sentimenti in parole. In pratica, il bullo non riesce a mettersi nei panni dell’altro. Riuscire a non confondere i propri sentimenti con quelli altrui, fa parte dell’intelligenza emotiva ed è principalmente in famiglia che si sviluppa.

Le origini della follia

L’origine della follia, o meglio della psicosi, si insinua nei primi processi relazionali. La precoce e prolungata distorsione delle prime relazioni emotive crea le premesse per un’alterazione della percezione della realtà psichica, che viene dissociata e sostituita da una costruzione fantastica (De Masi, 2006).
Attraverso la terapia analitica si favorisce nel paziente il funzionamento emotivo normale, in modo che possa capire la propria realtà psichica e quella dell’altro. E’ l’angosciante senso di impotenza, sin dall’età infantile, che spinge il paziente psicotico a sovvertire l’organizzazione del proprio pensiero.

E’ qualcosa di altamente distruttivo, sostiene De Masi, che si insinua in precocissima età nello sviluppo della propria capacità di pensare e di percepire le emozioni. Infatti, il bambino ha bisogno della capacità di contenimento materna. La madre deve essere in grado di percepire e dare senso all’esperienza emotiva del bambino, sin dalla sua nascita. Se il bambino non cresce in un ambiente con un’adeguata capacità di contenimento, non riesce a trasformare l’angoscia derivante dalle prime esperienze di frustrazione o sovrastimolazione.
Il nucleo psicotico, che ha iniziato a costruire la sua tela sia dalla primissima infanzia è già presente seppur silente. Solitamente è un qualche evento esterno che ne favorisce la slatentizzazione (cioè da latente diventa manifesto), ma non è tale evento a causare la psicosi.

La sola terapia farmacologia non è sufficiente. Attraverso la psicoanalisi, un paziente con nucleo psicotico ha la possibilità di elaborare l’esperienza infantile che ha reso possibile tale vulnerabilità. Non è solo una questione di biochimica celebrale, sono infatti le precoci esperienze mentali ed emotive che alterano tale biochimica e solo la trasformazione di tale fatti psichici ed emotivi può fornire una reale via di uscita dalla malattia.

 

Co-sleeping: quando è necessario abbandonare il lettone

co-sleeping

Durante il primo anno di vita i genitori forniscono intimità e conforto al bambino attraverso il contatto, il proprio odore e il suono della propria voce. Il bambino ha quindi bisogno del contatto e della vicinanza per sentirsi sicuro e provare conforto. I bisogni del bambino cambiano però man mano che cresce. Alla fine del primo anno di vita, nel rassicurare il bambino acquisiscono sempre più importanza le parole e l’espressione facciale. Mentre durante il primo anno di vita il contatto è il miglior agente di rassicurazione e confort, dopo il primo anno gli aspetti verbali hanno sempre maggiore importanza.
Nella transitare tra una modalità di rassicurazione all’altra, il bambino introietta il senso di sicurezza, fa suo il senso di sicurezza provato nella relazione genitoriale. Il bambino continua a richiedere la presenza dei genitori e gradualmente interiorizza il senso di sicurezza. La possibilità di separarsi deriva proprio da quanto ha potuto interiorizzare il senso di sicurezza attraverso il contatto, l’odore e il suono della voce.
Intorno ai tre anni i bambini che i genitori non solo i loro genitori, ma hanno una relazione tra loro, che possono non accettare. I bambini che hanno difficoltà ad accettare questa relazione, sono maggiormente centrati su se stessi ed hanno difficoltà a capire che le persone hanno bisogni e motivazioni che possono non riguardarli. Continuare a farli dormire nel lettone, può quindi trasmettere il messaggio che i genitori esistono solo per loro, continuando a farli sentire al centro dell’universo. E’ l’accettazione di non esserlo, che può rendere difficile per il bambino dormire da solo nel proprio letto.

Psicologo Firenze Ilaria Sarmiento, Via Pier Capponi, 41 50132 Firenze Cell: (+39) 339 7487312 P.IVA:06312890483
Ordine Psicologi Firenze sezione A n° 4226 | Laureata in Psicologia all'Università di Padova | Privacy