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La trasmissione familiare dell’atteggiamento razzista

 

Come si diventa razzista? La ricerca ha evidenziato come l’atteggiamento etnico e razziale dipendano dal contesto sociale. L’incremento di sentimenti anti-immigrati (Semyonov, Raijman, & Gorodzeisky, 2006) va parallelamente ai gravi fenomeni di esclusione, violenza e discriminazione.  (Bunar, 2007 ; Dovidio, Brigham, Johnson, & Gaertner, 1996). Le diverse teorie di psicologia sociale hanno evidenziato il ruolo di genitori, coetanei e amici nello sviluppo del del pregiudizio in infanzia e adolescenza (Aboud & Amato, 2001; Allport, 1954; Hardin & Conley, 2001; Kandel, 1978; Pettigrew & Tropp, 2006), come confermato da diverse ricerche (Davies, Tropp, Aron, Pettigrew, & Wright, 2011; Degner & Dalege, 2013; Van Zalk, Kerr, Van Zalk, & Stattin, 2013).

Le teorie dell’apprendimento sociale sostengono che l’atteggiamento si sviluppa attraverso l’osservazione e l’imitazione di quello di genitori e coetanei, al fine di sentirsi accettati.

Secondo l’Ipotesi del Contatto di Allport, le esperienze positive tra gruppi etnici riescono a diminuire il pregiudizio razziale. Tali esperienze favoriscono lo sviluppo della capacità empatica, la riduzione dell’ansia e la riduzione di un atteggiamento negativo (Pettigrew & Tropp, 2006).

La capacità empatica rappresenta il nucleo dallo sviluppo socio-cognitivo (Eisenberg, Spinrad, & Morris, 2014). La capacità empatica ci permette di comprendere le situazioni sociali, inferire i pensieri degli altri, le loro emozioni e le loro intenzioni. Le persone empatiche risultano essere più sensibili alle questioni sociali e più  attenti ai propri comportamenti rispetto agli altri (Finlay, Girardi, & Coplan, 2006).

Miklikowska si è chiesta quanto influiscano genitori, amici e la possibilità di vivere in contesti interculturali sul pregiudizio razziale. La sua ricerca è stata pubblicata sul BJP nel 2017 ed evidenzia il forte ruolo dell’atteggiamento razzista dei genitori nello sviluppo del pregiudizio durante l’adolescenza. Contesto interculturale e gruppo di pari mostrano un’influenza solo nella prima adolescenza. Inoltre, avere amici immigrati tutela l’adolescente dall’influenza negativa dei genitori. La capacità empatica dell’adolescente svolge, fortunatamente, un ruolo di mediazione rispetto all’influenza esterna.

La persona razzista si difende in realtà da se stesso, proietta sull’altro parti di sé che respinge. Cerca di liberarsi dalle proprie parti aggressive, attribuendole all’altro. Freud ne “Il disagio della civiltà” (1929) spiega come la coesione intergruppale sia mantenuta dal mantenere altri gruppi su un piano di inferiorità. Il gruppo può percepirsi migliore se proietta su un gruppo con minime differenze i propri aspetti aggressivi. L’altro diventa quindi oggetto di disprezzo e ostilità.

Aboud, F. E., & Amato, M. ( 2001 ). Developmental and socialization influences on intergroup bias. In R. Brown & S. Gaertner (Eds.), Blackwell handbook in social psychology, Vol. 4: Intergroup processes (pp. 65 – 85 ). Oxford, UK : Blackwell.

Allport, G. ( 1954 ). The nature of prejudice. Cambridge, MA : Addison‐Wesley.

Bunar, N. ( 2007 ). Hate crimes against immigrants in Sweden and community responses. The American Behavioral Scientist, 51, 166 – 181. 

Davies, K., Tropp, L. R., Aron, A., Pettigrew, T. F., & Wright, S. C. ( 2011 ). Cross‐group friendships and intergroup attitudes: A meta‐analytic review. Personality and Social Psychology Review, 15, 332 – 351

Degner, J., & Dalege, J. ( 2013 ). The apple does not fall far from the tree, or does it? A meta‐ analysis of parent‐child similarity in intergroup attitudes. Psychological Bulletin, 139, 1270 – 1304.

Dovidio, J. F., Brigham, J. C., Johnson, B. T., & Gaertner, S. L. ( 1996 ). Stereotyping, prejudice and discrimination. In C. N. Macrae, C. S. Stangor & M. Hewstone (Eds.), Stereotypes and stereotyping (pp. 276 – 323 ). New York, NY : The Guilford Press.

Eisenberg, N., Spinrad, T. L., & Morris, A. ( 2014 ). Empathy‐related responding in children. In M. Killen & J. Smetana (Eds.), Handbook of moral development (pp. 184 – 208 ). New York, NY : Psychology Press.

Finlay, L. C., Girardi, A., & Coplan, L. J. ( 2006 ). Links between empathy, social behavior, and social understanding in early childhood. Early Childhood Research Quarterly, 21, 347 – 359

Hardin, C. D., & Conley, T. D. ( 2001 ). A relational approach to cognition: Shared experience and relationship affirmation in social cognition. In G. B. Moskowitz (Ed.), Cognitive social psychology: The Princeton symposium on the legacy and future of social cognition (pp. 3 – 17 ). Mahwah, NJ : Lawrence Erlbaum.

Kandel, D. B. ( 1978 ). Homophily, selection, and socialization in adolescent friendships. American Journal of Sociology, 84, 427 – 436.

Pettigrew, T. F., & Tropp, L. R. ( 2006 ). A meta‐analytic test of intergroup contact theory. Journal of Personality and Social Psychology, 90, 751 – 783

Semyonov, M., Raijman, R., & Gorodzeisky, A. ( 2006 ). The rise of anti‐foreigner sentiment in European societies, 1988–2000. American Sociological Review, 71, 426 – 449.

Van Zalk, M., Kerr, M., Van Zalk, N., & Stattin, H. ( 2013 ). Xenophobia and tolerance toward immigrants in adolescence: Cross‐influence processes within friendships. Journal of Abnormal Child Psychology, 41, 627 – 639.

Fiabe paurose: positive o negative per i bambini?

Nel corso dei secoli filastrocche e storielle per bambini sono state caratterizzate dalla presenza di minacce (Ragan, 2006): il 41% delle filastrocche contengono elementi violenti (Davies et al., 2004). Gli psicologi infantili hanno spesso criticato le fiabe per essere troppo brutali, cruente e paurose, fornendo inoltre un quadro irrealistico del mondo (Sale, 1978). Queste fiabe hanno però avuto l’importante ruolo di avvicinare i bambini alla paura e alla possibilità di affrontarla.

Input minacciosi non provengono solo dalle fiabe, ma anche dalla quotidianità, attraverso i dialoghi dei genitori, dalla televisione, ecc. (Comer & Kendall, 2007 per una review).
Alcuni ricercatori si sono posti la domanda se tali tipi di input contribuiscano a generare paure ed angosce infantili. Muris e Field hanno passato in rassegna gli studi sulle paure e fobie infantili, focalizzandosi sulla loro genesi. Quella della paura è un’emozione, il cui funzionamento è stato spiegato da diversi modelli.

Le paure infantili non devono essere sottovalutate dai genitori, infatti, le fobie rappresentano una manifestazione estrema di queste paure (Craske 2003; Muris 2007).  Dietro la fobia c’è un’angoscia non altrimenti gestibile, se non tramite l’evitamento e il controllo dell’oggetto fobico.

Le diverse ricerche sull’argomento si sono focalizzate su tre principali vie di acquisizione della paura.

  1. Condizionamento classico. Dimostrata da Watson e Rayner con un esperimento del 1920, nel quale presentarono uno stimolo neutro (un topino bianco) a un bambino piccolo e lo associarono ad uno stimolo che faceva sussultare di paura il bambino stesso (un forte rumore). Gli presentarono i due stimoli in associazione più volte, finché il bambino non cominciò ad avere paura anche del topino, che aveva associato al forte rumore.
  2. La seconda via è quella dell’apprendimento vicario (Askew & Field, per una review). In pratica osservando le paure di una persona, il bambino le apprende (es. genitore fobico dei cani e bambino che ha paura dei cani).
  3. La terza via è quella della trasmissione verbale dell’informazione minacciosa. L’idea alla base di questa terza modalità di instillazione della paura, è che il bambino diventi pauroso quando sente o legge informazioni che possono rappresentare un pericolo o avere altre connotazioni negative (Rachman, 1977, 1991). I media sono un importante veicolo di informazioni per i bambini, anche di informazioni minacciose.

Oltre alle ricerche che si sono focalizzate sul persistere in età adulta di un ricordo infantile di paura associato a qualcosa visto in televisione (Harrison & Cantor, 1999), alcuni studi hanno misurato la correlazione tra tempo passato davanti la tv o su internet dei bambini e sensazione di essere vulnerabili alle minacce del mondo esterno. Non è stata trovata nessuna correlazione significativa.

Un interessante ricerca di Hoven e collaboratori (2005) ha esaminato la presenza di Disturbo Post Traumatico da Stress (DPTS) in bambini che non erano stati testimoni diretti dell’attentato de l’11 settembre 2001, ma lo avevano visto in televisione. E’ emerso che il 18.2% dei bambini che hanno assistito all’evento in televisione presentano sintomi post-traumatici, ansiosi o depressivi. In un’altra ricerca (Otto et al., 2007) è emerso che la presenza di DPTS non è maggiormente presente in bambini con precedente sintomatologia ansiosa e depressiva, o con una storia psichiatrica familiare. Il maggior predittore risulta invece essere la quantità di tempo passata di fronte alla televisione mentre trasmetteva notizie sull’attentato, ma solo per i bambini fino ai 10 anni di età.

I numerosi studi esaminati nella rassegna si Muris e Field (2010) sostengono, quindi, l’ipotesi che le informazioni verbali acquisite tramite il contesto ambientale ed i media siano correlati alla presenza di paure infantili, che costituiscono la base delle fobie adulte.

Quello che vedono e sentono alla televisione, nonché i discorsi dei genitori, possono quindi risultare intrusivi e non elaborabili, soprattutto per i bambini fino a dieci anni. E’ importante non lasciare i bambini impreparati di fronte a questi stimoli, cercando di renderglieli comprensibili e gestibili.

Le fiabe aiutano il bambino proprio a gestire angosce a cui, altrimenti, non riesce a dare un nome. Le fiabe si muovono su un piano simbolico e preconscio. Non intrudono la mente del bambino, ma lo aiutano ad affrontare situazioni conflittuali e angoscianti. Permettono l’affiorare di sentimenti e angosce che altrimenti rimarrebbero sotterranee e non avrebbero modo di essere espresse. Attraverso l’identificazione con i personaggi il bambino riesce a liberarsi di sentimenti aggressivi e di impotenza. Il bambino proietta se stesso nel protagonista della fiaba e ne assume le caratteristiche, la fiaba non deve essere spiegata al bambino, perché questo potrebbe risultare intrusivo. E’ importante quello che la fiaba simbolizza nel suo preconscio. Attraverso la fiaba il bambino riesce a tradurre in immagine degli stati interiori che possono essere angoscianti e, attraverso l’identificazione con il protagonista, impara che possono essere superati.

Molte ricerche hanno dimostrato che la paura è molto comune in età infantile. I bambini possono aver paura di animali (cani, ragni, ecc.), di situazioni mediche (dottore, iniezioni, dentista, ecc.) o di condizioni ambientali (altezza, buio, ecc.). Mediamente i bambini mostrano da 2 a 5 di questo tipo di paure, ma c’è molta differenza tra una ricerca e l’altra circa il numero di paure che presenta mediamente ogni bambino. La maggior parte di queste situazioni sono benigne, ma in una piccola percentuale di bambini, questo tipo di paure nasconde problematiche ansiose più gravi. Da una ricerca di Muris e collaboratori (2000) emerge, infatti, che un bambino su 5 (22.8%) presenta, alla base di queste paure, un disturbo ansioso o fobico e che questi disturbi interferiscono significativamente con la loro vita quotidiana. Questi disturbi devono essere presi seriamente. Inizialmente i bambini hanno paura della separazione dai loro genitori e degli animali, dai 4 anni iniziano ad esplorare il mondo e anche la paura della separazione diventa non rilevante. In fase adolescenziale comincia ad assumere un’importanza primaria il contesto sociale e si innescano, quindi, le fobie sociali.

In definitiva, ad instillare paure e fobie, sembrano essere gli input non elaborabili dal bambino, non quelli che riesce a trasformare attraverso l’attività immaginativa della fiaba che può quindi aiutare a rendere digeribili vissuti interni non comprensibili.

Piccoli pazienti crescono

 

Lo psicoterapeuta per esistere ha bisogno di pazienti. Cosa succederebbe se un giorno le persone fossero tutte psicologicamente sane ed equilibrate? Cosa ne sarebbe degli oltre 50.000 psicoterapeuti presenti in Italia? Senza contare tutte quelle figure professionali che si occupano del benessere psico-emotivo a vario titolo (a volte anche senza titolo!). Tutte queste persone si troverebbero senza una lavoro.

Come genitori possiamo evitare che tale scenario possa realizzarsi. Come fare? Ecco un semplice decalogo da seguire per crescere un futuro paziente e scongiurare l’estinzione della specie “psicoterapeuta”:

  1. Giustifichiamo i comportamenti sbagliati del nostro bambino. In fondo, “è solo un bambino“.
  2. Salviamolo dalla noia ad ogni costo. Possiamo dargli un tablet, una consolle, accendere la tv e tenerlo lì anche tutto il giorno. In questo modo, oltre ad evitare che si annoi, possiamo anche evitare che interferisca nelle nostre attività.
  3. Evitiamogli le delusioni. Se non riesce a fare qualcosa, facciamolo noi per lui. Se la scuola è troppo difficile, possiamo sempre iscriverlo in un’altra scuola.
  4. Se possiamo evitargli le frustrazioni, facciamolo! Perché fargli desiderare qualcosa, se possiamo averlo facilmente pagando. Sarebbe un atto estremamente egoistico da parte nostra.
  5. Difendiamolo dal sistema scolastico. Del resto, nostro figlio è un genio ed è per questo che ha un comportamento irrequieto a scuola, lo annoiano le cose che fanno tutti, “lui è troppo avanti“. Lui è speciale e sta all’insegnante valorizzare le sue qualità.
  6. Se gli diciamo di non fare una cosa, non la deve fare. Non importa cosa facciamo noi! Se io uso il cellulare a tavola, è per cose importanti, alla sua età può anche evitare. E’ più importante quello che gli dico che l’esempio che gli do.
  7. Deve imparare a nascondere le emozioni. Un bambino pignucoloso non piace a nessuno e non va bene che si arrabbi in pubblico. Anch’io evito di mostrare le mie emozioni e cerco di sembrare sempre sereno e felice.
  8. Ho un figlio perfetto e lo mostro a tutti. I suoi successi, sono i miei successi, ma i suoi insuccessi dipendono da lui.
  9. La mia vita è essere genitore. Faccio tutto in funzione di mio figlio, ho annullato le mie aspirazioni lavorative e sentimentali per lui. Non è la cosa più importante della mia vita, ma l’unica.
  10. Sono una persona di successo e mio figlio non può essere da meno.

Semplice vero? Non importa che seguiate il decalogo alla lettera, a volte bastano anche solo uno o due punti che si ripetono costantemente nella relazione con lui. E’ la cosa fondamentale e che non si abbia nella mente nostro figlio, quello reale intendo,  ma quello che vorremmo che fosse.

E ricordate, se state seguendo anche solo alcuni punti del decalogo, non è mai troppo presto per portarlo da uno psicoterapeuta.

Stati mentali gravi: perversione, anoressia, tossicodipendenza e psicosi

 

Le costruzioni psicopatologiche si riscontrano negli stati mentali gravi: perversioni, anoressie, tossicomanie e psicosi.

Tali stati mentali si reggono su difese perverse o psicotiche e tendono a distorcere la percezione della realtà fino a distruggerla. Invece, le difese nevrotiche tendono a limitare la percezione delle emozioni.

Le strutture psicopatologiche si formano silenziosamente nell’infanzia ed esprimono solo successivamente la loro potenzialità patogena.

Secondo De Masi, nella costruzione psicopatologica il carattere difensivo è secondario all’eccitazione che perverte la mente. La psicosi è  lenta e progressiva. Quando diventa evidente all’osservatore esterno vuol dire che il processo era già avvenuto silenziosamente nel corso del tempo. Nell’infanzia un comportamento bizzarro o difficoltà di apprendimento possono segnalare un processo già in atto.

L’episodio psicotico lascia cicatrici e focolai che possono portare a scompensi ulteriori. La possibilità di recupero dipende dal tempo trascorso e dalla gravità dell’episodio. Sono questi due fattori che incidono prevalentemente sulla possibilità di uscita dalla malattia. Il processo di ripristino del funzionamento normale comincia da piccole isole di sanità. Il processo psicotico evolve continuamente e si sviluppa per gradi, passando da stadi parzialmente reversibili ad altri che lo sono sempre meno. Per questo è importante, in tutti gli stati mentali gravi, cercare di scardinare alle prime avvisaglie il processo psicotico in atto.

 

 

Piccoli bulli crescono: il mobbing

 

High school students being bullied.

Brodsky nel 1976 definiva il bullismo sul posto di lavoro come una molestia. Era definito come “un comportamento ripetuto e persistente da parte di una persona finalizzato al tormento, allo sfinimento, alla frustrazione o a portare ad una reazione un’altra persona”. 

In pratica, il bullo descritto da Brodky rispecchia pienamente il fenomeno del bullismo nel mondo scolastico. Secondo Elliot Aronson, uno psicologo che si è lungamente occupato di bullismo, non si deve restare indifferenti di fronte ai primi fenomeni di bullismo. I bulli che non trovano nessun tipo di resistenza e di autorità, infatti, rafforzano l’idea di poter dare libero sfogo ai propri impulsi e gli altri finiscono per adeguarsi.

Brodsky studiò migliaia di casi di bullismo sul lavoro in California e trovò che le vittime soffrivano di numerose conseguenze negative quali ansia, depressione, nervosismo, rabbia, burnout e varie problematiche psicosomatiche (Brodsky, 1976, 1990; Skuzinska & Plopa, 2010).

Leymann (1990) studiando il fenomeno della violenza sul lavoro introdusse il termine mobbing e lo descrisse come una violenza psicologica ripetuta o un abuso emotivo da parte di una o più persone nel posto di lavoro.

Alcuni comportamenti tipici del bullo sul posto di lavoro sono rimproverare pubblicamente, interrompere o ignorare una persona, escluderla dai meeting, criticare il suo lavoro senza giustificazione e usare la minaccia e l’intimidazione.

Sia il bullismo che il mobbing conducono la vittima ad abbandonare il posto di lavoro.

Cosa caratterizza i bulli, siano essi adolescenti o adulti?  Il bullo non ha sviluppato un’adeguata capacità introspettiva, non ha affinato la propria sensibilità e non è capace di tradurre i sentimenti in parole. In pratica, il bullo non riesce a mettersi nei panni dell’altro. Riuscire a non confondere i propri sentimenti con quelli altrui, fa parte dell’intelligenza emotiva ed è principalmente in famiglia che si sviluppa.

Le origini della follia

L’origine della follia, o meglio della psicosi, si insinua nei primi processi relazionali. La precoce e prolungata distorsione delle prime relazioni emotive crea le premesse per un’alterazione della percezione della realtà psichica, che viene dissociata e sostituita da una costruzione fantastica (De Masi, 2006).
Attraverso la terapia analitica si favorisce nel paziente il funzionamento emotivo normale, in modo che possa capire la propria realtà psichica e quella dell’altro. E’ l’angosciante senso di impotenza, sin dall’età infantile, che spinge il paziente psicotico a sovvertire l’organizzazione del proprio pensiero.

E’ qualcosa di altamente distruttivo, sostiene De Masi, che si insinua in precocissima età nello sviluppo della propria capacità di pensare e di percepire le emozioni. Infatti, il bambino ha bisogno della capacità di contenimento materna. La madre deve essere in grado di percepire e dare senso all’esperienza emotiva del bambino, sin dalla sua nascita. Se il bambino non cresce in un ambiente con un’adeguata capacità di contenimento, non riesce a trasformare l’angoscia derivante dalle prime esperienze di frustrazione o sovrastimolazione.
Il nucleo psicotico, che ha iniziato a costruire la sua tela sia dalla primissima infanzia è già presente seppur silente. Solitamente è un qualche evento esterno che ne favorisce la slatentizzazione (cioè da latente diventa manifesto), ma non è tale evento a causare la psicosi.

La sola terapia farmacologia non è sufficiente. Attraverso la psicoanalisi, un paziente con nucleo psicotico ha la possibilità di elaborare l’esperienza infantile che ha reso possibile tale vulnerabilità. Non è solo una questione di biochimica celebrale, sono infatti le precoci esperienze mentali ed emotive che alterano tale biochimica e solo la trasformazione di tale fatti psichici ed emotivi può fornire una reale via di uscita dalla malattia.

 

Co-sleeping: quando è necessario abbandonare il lettone

co-sleeping

Durante il primo anno di vita i genitori forniscono intimità e conforto al bambino attraverso il contatto, il proprio odore e il suono della propria voce. Il bambino ha quindi bisogno del contatto e della vicinanza per sentirsi sicuro e provare conforto. I bisogni del bambino cambiano però man mano che cresce. Alla fine del primo anno di vita, nel rassicurare il bambino acquisiscono sempre più importanza le parole e l’espressione facciale. Mentre durante il primo anno di vita il contatto è il miglior agente di rassicurazione e confort, dopo il primo anno gli aspetti verbali hanno sempre maggiore importanza.
Nella transitare tra una modalità di rassicurazione all’altra, il bambino introietta il senso di sicurezza, cioè quella sensazione che ha provato nella relazione con il genitore. Il bambino continua a richiedere la presenza dei genitori e gradualmente interiorizza la relazione con il genitore e quello che questa trasmette. La possibilità di separarsi deriva proprio da quanto ha potuto interiorizzare il senso di sicurezza attraverso il contatto, l’odore e il suono della voce.
Intorno ai tre anni i bambini cominciano a capire che i genitori non sono solo i loro genitori, ma hanno una relazione tra loro, che possono non accettare. I bambini che hanno difficoltà ad accettare questa relazione, sono maggiormente centrati su se stessi ed hanno difficoltà a capire che le persone hanno bisogni e motivazioni che possono non riguardarli. Continuare a farli dormire nel lettone, può quindi trasmettere il messaggio che i genitori esistono solo per loro, continuando a farli sentire al centro dell’universo. E’ l’accettazione di non esserlo, che può rendere difficile per il bambino dormire da solo nel proprio letto.

I cambiamenti dell’adolescente

adolescenza

“All’apparir del vero
tu, misera, cadesti: e con la mano
la fredda morte ed una tomba ignuda
mostravi di lontano.” (Giacomo Leopardi)

Con l’irrompere dell’adolescenza si ha una rottura epistemologica dello scorrere del tempo. L’adolescente capisce che il il tempo è irreversibile. Esiste l’irreparabile.
Sono tre i cambiamenti fondamenti che avvengono in adolescenza:

1) Somatico. Il corpo cambia, l’adolescente diventa più forte dei suoi genitori, viene messa in discussione la loro autorità.

2) Sessualità. Anche prima è presente, ma in modo immaturo.

3) Pensiero. Si accede al pensiero adulto. Nascono le grandi domande e le grandi intuizioni.

Nell’infanzia c’è il buono e il male ed i genitori sono i rappresentanti del buono. L’adolescente si accorge che i genitori sono complessi e questo è meno rassicurante. Si cercano dei sostituti dell’infanzia, degli idoli.
Quanto più è fragile l’identità dell’adolescente, tanto più ha bisogno di simboli esterni (piercing, tatuaggi, vestiario).

Spesso i genitori attribuiscono il cambiamento in negativo a qualcosa di esterno (scuola, amici, ecc.), spesso ci può essere qualcosa che ha accelerato un processo, che però era iniziato molto tempo prima. Un cambiamento catastrofico (Bion) che comincia spesso a preparare il terreno durante l’infanzia, un vissuto traumatico che non era rappresentabile e che trova una rappresentazione.

Psicoanalisi di coppia

counselor coppia

terapia coppia

La psicoanalisi di coppia è diversa da quella individuale. La coppia viene trattata come se fosse un’unica persona in terapia, una persona che pensa, sente e agisce e che, quindi, associa analiticamente come se fosse un’unica persona. La coppia crea infatti un campo che si può ammalare. Spesso ad essere problematica è, infatti, l’interazione preconscia e inconscia della coppia.
A volte il problema può essere individuale, ed allora è meglio valutare di intraprendere un’analisi personale, ma non è sempre così. Ad esempio, può accadere che l’altro venga usato per compensare parti fragili del proprio Sé, in questo caso la dinamica di coppia può slatentizzare, cioè rendere manifesto, il problema, che però è da trattare individualmente.
Nel decidere di intraprendere un percorso di coppia, è fondamentale che entrambi i membri della coppia abbiamo il desiderio di capire e trasformare gli aspetti problematici ed insoddisfacenti.
Spesso la relazione di coppia diventa problematica perhcé l’altro può funzionare da contenitore di identificazioni proiettive, proiezioni e scissioni di cui individui e coppia non sono consapevoli. Se l’altro diventa ricettacolo passivo di qualcosa di non elaborato dell’altro, si crea una relazione patologica.
L’obiettivo della psicoanalisi di coppia è di far in modo che la coppia acquisisca gli strumenti per elaborare, dare significato e trasformare il proprio funzionamento, cioè che ci sia una capacità di reverie di coppia.

Quell’adolescente non è mio figlio!

adolescenza

Il bambino inizialmente idealizza i genitori, dipende completamente da loro e l’angoscia di frammentazione, di perdita di parti di sé, lo spinge ad identificarsi con essi. E’ l’idealizzazione che permette al bambino di andare avanti, di tollerare la sua impotenza e di identificarsi con l’onnipotenza genitoriale.
Durante l’adolescenza si assiste alla perdita dell’idealizzazione genitoriale. L’idealizzazione si sposta sui altri personaggi (cantanti, calciatori, personaggi famosi o anche gruppi di amici).
Il cinismo è uno degli aspetti che caratterizza la perdita dell’idealizzazione.
I genitori smettono di essere il modello. Nel bambino i genitori rappresentano quello che lui deve essere, in adolescenza, se tutto va bene, diventano quelli che l’aiutano ad essere quello che lui vuole essere.
Può succedere che il genitore non riesca ad identificarsi con il figlio, perché continua a vederlo come il figlio che lui ha immaginato e idealizzato. Hanno difficoltà a vedere il figlio come altro da loro e continuano a soffrire e provare rabbia per le aspettative deluse.

Winnicott parla di madre sufficientemente buona perché è inevitabile che un genitore operi identificazioni proiettive con il figlio. Quello che fa la differenza sono la frequenza, l’intensità e la capacita di riparazione. Sono questi aspetti che determinano il potenziale patogeno della relazione genitore-figlio. Gli oggetti interni (figure genitoriali che abbiamo dentro di noi) possono quindi assumere una connotazione aggressiva e frantumante. L’adolescente non può essere quello che è a causa della forte identificazione con le proiezioni genitoriali, ma non si sente autentico. A questo punto può esprimere il disagio con una varietà di comportamenti: condotte autolesive, onnipotenza, ecc.

Il caso di Giovanni e i comportamenti da non punire.

Cosa si poteva fare di diverso nella vicenda di Lavagna? Quella perquisizione ha rappresentato l’ultima crepa in un contenitore che non riusciva più a contenere qualcosa di troppo doloroso. Ogni genitore cerca di fare il possibile per aiutare un figlio, la madre di Giovanni ha fatto quel che pensava potesse aiutarlo. L’ha denunciato alla Guardia di Finanza, in qualche modo ha detto a Giovanni che doveva essere punito per il suo comportamento. Quello che nelle intenzioni della madre doveva essere un messaggio di aiuto, probabilmente a Giovanni è arrivato come un’accusa di essere sbagliato, di non essere all’altezza delle aspettative genitoriali.

Una tragica esperienza che fa chiedere a ognuno di noi se Giovanni doveva essere punito.

Non si punisce un bambino perché si fa la pipì addosso.
Non si punisce un bambino che a 6 anni non parla.
Non si punisce una ragazzina che vomita quel che mangia.
Non si punisce un adolescente che si taglia.
Non si punisce un ragazzo che fuma le canne.
Non si arresta un adulto che perde tutto quello che ha con le slot machine.

Non si puniscono questi comportamenti, perché sono sintomi, manifestazioni di un disagio psicologico profondo.

Forse Giovanni non doveva essere punito.

Madre depressa. Cosa dice la ricerca psicologica sugli effetti sul figlio

bambino depresso

Perché una madre che soffre di depressione dovrebbe rivolgersi ad uno psicologo?

In letteratura è ampiamente dimostrato l’effetto negativo della depressione della madre sul figlio. I figli di genitori affetti da depressione rischiano di sviluppare essi stessi un disturbo depressivo, d’ansia, un deficit dell’attenzione o un disturbo dell’iperattività e l’abuso di sostanze (Birmaher, Ryan, Williamson, Brent, Kaufman, 1996; Weissman, Wickramaratne, Nomura, Warner, Pilowsky e Verdeli, 2006).

Interazione madre-figlio

Mattejat (2002) e Papousek (2002) sottolineano che l’interazione tra le madri con diagnosi di depressione e dei loro figli è gravemente compromessa. Ciò che sembra essere particolarmente perturbato è la continuità dell’interazione emotiva a causa o di un maggiore ritiro e perdita dell’iniziativa o di un’iperstimolazione intrusiva. La depressione, infatti, può compromettere la capacità materna e, di conseguenza, anche quella della diade madre-bambino, di regolare reciprocamente l’interazione (Cohn & Tronick, 1989)
Le madri depresse mostrano minore calore emotivo nel rapporto con il figlio, sono meno sensibili alle sue manifestazioni di disagio e meno capaci di discriminare le frequenze fondamentali di differenti tipi di pianto; sono meno coinvolte con il figlio, lo toccano di meno e si impegnano di meno in attività condivise (Cohn et al., 1989; Tronick, 2005); la mancanza di una regolazione reciproca, nel contesto di accudimento, può influire sugli scambi sociali e sulla regolazione degli affetti, determinando interazioni povere, a-sincrone, disimpegnate, caratterizzate da emozioni negative (Goodman & Gotlib, 1999). Di conseguenza sono meno pronte a rispondere in modo adeguato alle richieste e ai segnali dei propri bambini. Rispetto alle madri non depresse, inoltre, esse mostrano maggior disimpegno ed un atteggiamento più critico, intrusivo ed ostile nei confronti dei figli (Goodman, Rouse, Connell, Broth, Hall & Heyward, 2011; Hammen, 1991).
Nell’interazione faccia a faccia presentano perlopiù stili interattivi distaccati o intrusivi, che hanno entrambi effetti negativi, sia pure differenti, sui bambini e provocano in loro, a seconda dei casi, una riduzione dell’attività o risposte disforiche di rabbia o di isolamento sociale (Cohn & Campbell, 1992; Cohn & Tronick, 1987; Field,1998).

Trattamento della madre e miglioramento dei figli

Alcuni ricercatori (Wickramaratne, Gameroff, Pilowsky, Hughes, Garber, Malloy et al., 2011) hanno cercato di valutare gli effetti di un trattamento con antidepressivo, su madri con tale quadro sintomatologico, sul funzionamento dei loro figli. Hanno valutato, dopo un anno se la madre guariva e dopo due se la madre non guariva, possibili sintomi psichiatrici in 80 bambini e ragazzi, tra i 7 ed i 17 anni, utilizzando la Scala per i Disturbi dell’Umore e la Schizofrenia per ragazzi in età scolare, ripetendo la valutazione dopo tre mesi dalla prima intervista. Le valutazioni delle madri e dei figli sono state fatte separatamente. I risultati dello studio hanno confermato come il trattamento con antidepressivo nelle madri sia associato ad una remissione dei sintomi psicopatologici nei loro figli. In particolare, i figli delle pazienti che non iniziano nessun trattamento sono risultati essere maggiormente a rischio di disturbo psicopatologico.
E’ stata in particolare evidenziata l’importanza dello stato emotivo della madre nel primo anno di vita. In particolare, è emersa una correlazione tra depressione materna nel primo anno di vita del bambino ed una successiva psicopatologia negli anni seguenti (Bagner, Pettit, Lewinsohn e Seeley, 2010).
In generale, nei bambini con madri depresse si evidenziano comportamenti di ritiro, e isolamento (Connell & Goodman, 2002; Lovejoy, 2000; Patrizi, Rigante, De Matteis, Isola & Giamundo, 2010) e problemi aggressivi, di disregolazione e sentimenti di rabbia (Cohn et al., 1992; Lee & Gotlib, 1989; Radke-Yarrow, Zahn-Waxler, Richardson, Susman & Martinez, 1994).
Diversi livelli di disturbo depressivo nella madre è risultato associato ad un aumento del rischio suicidario dei figli (Hammerton, Mahedy, mars, Harold, Thapar, Zammit e Collishaw, 2015; Garber, Little, Hilsman, Weaver, 1998; Wilcox, Arria Caldeira, Vincent, Pinchevsky, O’Grady, 2010).

Quando i genitori si separano


Il lieto fine della favole prevede che vissero tutti felici e contenti, sottintendendo “tutti insieme”, purtroppo questo non è sempre possibile e, a volte, nemmeno auspicabile. Le speranze più o meno implicite che l’arrivo di un figlio possa sanare le angosce profonde di una coppia già in crisi sono solitamente deluse e, contrariamente alle rosee aspettative, è più probabile che la crisi precipiti. Un ulteriore richio è che una vita coniugale insoddisfacente faccia diventare il figlio una discarica della propria frustrazione. Il bambino diventa oggetto di investimenti affettivi che dovrebbero essere destinati al partner, il quale diventa marginale ed è tagliato fuori dalla relazione. A volte appare evidente quando un figlio sia depositario del soddisfacimento narcisistico del genitore, che vive attraverso la vita del figlio. Una vita che viene mostrata a tutti, quasi come se i suoi successi, i suoi lati positivi, scandissero essi stessi la vita del genitore. Genitori totalmente identificati con il ruolo di padre o madre, quasi che questo diventi unica ragione di esistenza, senza rendersi conto dell’intrusività traumatica nella vita emotiva del figlio. Ad un certo punto uno dei genitori comincia a parlare di separazione, perché si innamora di un altro/a, perché non è disposto a vivere in un clima di insoddisfazione e tensione, più raramente si giunge insieme alla decisione. La separazione porta ad una scissione tra coniugalità e genitorialità, scissione che ha inevitabili ripercussioni sia nei genitori che nei figli. Nella famiglia, infatti, si giocano le reciproche identificazioni ed è essa stessa depositaria e contenitore delle emozioni dei suoi diversi componenti. La separazione si accompagna, quindi, allo sgretolarsi di questo contenitore, e le emozioni, esacerbate dal vissuto traumatico del momento, possono non trovare più un luogo dove essere contenute, comprese e trasformate. Le separazioni non consensuali creano maggiori problemi. Quando c’è una separazione, genitori e figli devono accettare il fatto che si trovano davanti ad una separazione permanente. A volte, i genitori sono accecati dai loro bisogni narcisistici e non riescono a vedere l’impatto delle loro difficoltà sui figli, che possono essere usati e manipolati per alimentare il senso di colpa del coniuge che ha deciso di separarsi. Per i genitori la separazione è sempre una ferita narcisistica, ma le evidenze scientifiche mostrano come divorzi vissuti con l’ostilità dei genitori, conducono a ripercussioni negative nella vita dei figli (Wallerstein, Lewis, & Blakeslee, 2000), per questo è importante che i genitori si facciano aiutare se non riescono a contenere ed elaborare il loro vissuto di dolore. Il pericolo è che di fronte all’iperstimolazione emozionale, dovuta all’aggressività, rabbia, delusione e infelicità dei genitori, il bambino si trovi inerme, non trovi nei genitori la capacità contenitiva e trasformativa dei suoi vissuti e questo può portare ad una sintomatologia psicopatologica nell’infanzia o nell’età adulta (Spotnitz, 1987). Lo sforzo dei genitori deve essere quello di ricreare un ambiente sano per i figli, astio, odio, delusione e disprezzo devono trovare altre vie di espressione ed elaborazione, i conflitti devono essere risolti. Il bambino non deve sentire che la rabbia è un sentimento che porta allo scioglimento delle relazioni, non deve temere di sentirsi arrabbiato con i propri genitori. La questione spesso controversa è se i genitori devono rimanere insieme per il bene dei figli. C’è una buona evidenza scientifica che mostra come sia preferibile vivere con un solo genitore, piuttosto che sopportare la conflittualità pur di continuare a vivere con entrambi i genitori. Cosa fare, quindi, quando si è deciso di separarsi? Intanto, è necessario usare un linguaggio comprensibile all’età del bambino ed è necessario ricordare che deve essere rassicurato con i fatti, più che dalle parole, vedere che la relazione tra lui e genitori è mantenuta, anche se non vivono più tutti insieme. I genitori devono mettere sempre al primo posto il bene dei figli, davanti a loro devono controllare le proprie reazioni emotive. Anche in seguito alla separazione, il figlio non deve diventare il serbatoio della propria consolazione, non bisogna ricercare nel figlio l’amore che è venuto a mancare dal partner. E’ bene chiarire che la separazione è un evento doloroso, ma che diventi o meno traumatico, dipende dal grado di elaborazione dei genitori e dal modo in cui viene gestita. I figli non devono diventare degli alleati, o delle spie della nuova vita dell’ex-partner e non sono loro, ma gli adulti, che devono scegliere, non devono essere responsabilizzati nelle scelte. Si deve, inoltre, evitare di alimentare false speranze, offrire occasioni in cui possano immaginare di poter riavere la famiglia di un tempo. Le rassicurazioni, se i figli sono piccoli, devono essere orientate a far capire che sono cose che succedono tra gli adulti, il rischio è che il bambino possa pensare che il genitore va via perché lui è stato cattivo e che questo possa succedere anche con l’altro genitore. I messaggi devono essere chiari, coerenti e semplici da parte di tutto il nucleo famigliare. Spesso, i genitori si sentono in colpa per il dolore che fanno vivere ai figli, allora possono essere tentati di mettere in atto comportamenti compensatori, come privilegi o regali. E’ importante che la linea educativa rimanga comune e condivisa da entrambi i genitori. Infine, è auspicabile che, se vuole, il bambino si senta libero di poter parlare della separazione, che non lo percepisca come un argomento tabù, che arreca dolore e di cui è bene non parlare.

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Ordine Psicologi Firenze sezione A n° 4226 | Laureata in Psicologia all'Università di Padova | Privacy