Archivi categoria: Genitori

Perchè alcuni genitori continuano a sculacciare i propri figli?

bambino picchiato

La prima cosa cosa da dire è che “sculacciare” è solo un eufemismo di “picchiare“.

Negli Stati Uniti, nonostante i genitori che usano la punizione fisica siano in continuo decremento, più del 65% degli adulti è favorevole a sculacciare i bambini. Gli uomini più delle donne (Child Trends Data Bank, November, 2015). Quest’indagine è stata effettuata tramite questionari self-report. Nel caso in cui alle madri sia stato chiesto di indossare un registratore, è stato evidenziato come, in realtà, picchiano i figli un numero di volte doppio rispetto a quello riportato nel questionario self-report.

Questo metodo punitivo continua ad esistere seppur la ricerca abbia dimostrato che porta a danni maggiori, rispetto ai possibili vantaggi.

Murray Strauss, in una rassegna del 2014 dove ha sintetizzato centinaia di ricerche sull’argomento, ha evidenziato come la punizione fisica sia associata  a:

  1. una relazione carente genitore-figlio
  2. violenza domestica
  3. comportamento criminale sia da bambini che da adulti
  4. abuso di droga
  5. depressione
  6. abuso sessuale
  7. abuso fisico
  8. bullismo.

I motivi per cui, nonostante si sappia che non sia giusto, i genitori continuano a perpetrare punizioni fisiche ai propri figli possono essere diverse: senso di impotenza, volontà di controllo e dominio, rabbia, desiderio di supremazia, paura della propria autosvalutazione, vergogna.

Sono genitori che passano più facilmente all’azione per mancanza di una reale autorevolezza e, in alcuni casi, siccome si vergognano questa loro mancanza generale, la fanno scontare ai figli.

Sono genitori maggiormente ambivalenti versi i figli, provano amore, ma anche odio.

Cosa è invece importatne fare per educare il proprio figlio? Intanto, dobbiamo ricordarci che il principale veicolo educativo è l’esempio. Come ha evidenziato lo psicoanalista John Gedo nel 2005, il processo di identificazione e internalizzazione è il fattore più impotante nella formazione del carattere e nella costruzione della salute psicologica. Il genitore deve parlare e agire come vorrebbe che facesse il figlio. 

E’ importante che il bambino apprenda a capire e, quindi, nominare le proprie emozioni. L’autoconsapevolezza del proprio funzionamento è un importante fattore nella capacità di autoregolazione e decision-making.

Negli studi di psicologi e e psicoterapeuti arrivano spesso bambino il cui principale problema è il comportamento dei genitori o che non gli è stato favorito lo sviluppo di una buona funzione riflessiva.

I capricci non esistono

Capricci bambino

Sigmund Freud è nato 163 anni fa, il 6 maggio del 1856, eppure i suoi scritti e le sue teorie sono sempre attuali. Freud ha teorizzato che l’uomo non ha il totale controllo dei propri pensieri e delle proprie azioni. Esiste un’attività mentale inconscia che influenza pensieri e comportamenti e il passato influenza le nostre azioni presenti. Oltre che per questo, tra le altre cose, Freud ha rivoluzionato la comprensione dei pensieri e comportamenti dell’uomo, in quanto ha postulato l’esistenza di meccanismi di difesa che l’uomo mette in atto nel tentativo di evitare pensieri e sensazioni negativi.

Molti delle teorizzazioni freudiane sono state confermate dalle scoperte neuroscientifiche degli ultimi anni. I meccanismi di difesa sembrano, infatti, avere a che fare con i meccanismi impliciti di regolazione emotiva.

Anche i bambini utilizzano meccanismi di difesa che, spesso, possono essere interpretati come capricci.

Cosa c’è dietro quel comportamento?

Un bambino comincia ad attuare comportamenti distruttivi e questo viene attribuito al suo carattere poco mansueto. Si cerca quindi di correggerlo con un comportamento più autoritario, attraverso punizioni sempre più severe, ma il comportamento non cambia.

Serve un ulteriore sforzo per cercare di capire cosa il bambino cerca di mascherare o trasformare con quel comportamento. Probabilmente c’è un’emozione da cui si vuole allontanare e che per lui è intollerabile. Il bambino preferisce agire, quindi manifestare attraverso il comportamento, il suo disagio piuttosto che sentirsi impotente.

Attraverso i neuroni specchio il bambino il bambino impara a riprodurre tono e funzionamento psichico dei genitori sin dalla nascita. I neuroni specchio, infatti, si attivano non solo quando viene prodotto un comportamento, ma anche quando viene soltanto osservato. Questo meccanismo sembra funzionare anche per le emozioni, ma solo quando quell’emozione è stata già sperimentata. Questo imprinting attraverso il rispecchiamento si basa su tutti gli input che provengo dell’altro: contatto fisico, sguardo, tono della voce, respiro, movimenti, ecc. In pratica, il bambino percepisce in modo inconscio molto di più dell’aspetto consapevole della relazione con l’altro.

Quello che il bambino percepisce, in modo consapevole o inconsapevole, della relazione con il genitore costituirà la base per tutte le relazioni future. Le relazioni infantili rappresentano lo stampo per le future relazioni adulte, non solo nei loro aspetti evidenti e consapevoli, ma anche per le loro caratteristiche inconsapevoli.

I capricci non esistono, quello che viene interpretato come un comportamento disadattivo, cattiva volontà o eccessiva ostinazione del bambino, è l’espressione di un bisogno profondo. Il bambino in quel momento sta cercando di evitare un dolore maggiore, sta mettendo in atto dei meccanismi di difesa in modo inconsapevole.

Anna Freud nel 1934 scrive che i meccanismi di difesa servono per proteggerci in modo istintivo, inconsapevole e automatico. Per cui è inutile rimanere sul piano del capriccio del bambino, perché non è quello di cui il bambino sta veramente parlando. Quello di cui il bambino ha bisogno è un genitore che capisca empaticamente l’origine della rabbia/collera che sottende il capriccio e che riesca a contenere e trasformare il dolore che il bambino sta cercando di evitare.

Per fare questo, il genitore deve essere sufficientemente sano psicologicamente ed empatico.

Genitori ansiosi: effetti sui figli

E’ difficile per un bambino crescere con un genitore ansioso. Spesso non sono genitori con una diagnosi ed il bambino spesso si rende conto solo da adulto del significato dei comportamenti e degli effetti della problematica genitoriale.
Crescere in un ambiente con genitori ansiosi significa crescere in un ambiente costrittivo e non pienamente libero.
Implicitamente o esplicitamente il genitore ansioso insegna che non è possibile fidarsi del prossimo e che prendersi dei rischi è pericoloso. Sono questi messaggi quotidiani che portano a relazioni difficili nell’età adulta. Relazioni in cui l’altro è inconsciamente percepito come giudicante e pericoloso.
Crescere con genitori ansiosi significa crescere temendo le scelte che implicano un cambiamento e con la costante preoccupazione che l’altro possa giudicarti.

Spesso il genitore ansioso interviene nell’attività del figlio, si intromette per portare a termine un compito o nelle sue relazioni con i parti, andando a minare la costruzione della fiducia in se stesso del bambino e accrescendo un senso di inadeguatezza.

Diversi studi hanno sottolineato la familiarità dell’ansia: genitori ansiosi hanno maggiori probabilità di avere figli ansiosi. La trasmissione dell’ansia è ambientale o genetica? Uno studio su 900 gemelli (monozigoti vs eterozigoti) ha evidenziato come sia per quanto riguarda l’ansia che il nevroticismo non si ha una trasmissione genetica, ma è l’ambiente familiare ha determinare la trasmissione di ansia e nevroticismo genitoriale sui figli adolescenti. Mentre non emergono evidenze su un’eventuale trasmissione genetica.

I bambini osservano i propri genitori per capire come devono interpretare il mondo. Il genitore dovrebbe contenere le angosce provenienti dall’esterno, trasformarle in qualcosa di digeribile e comprensibile per il bambino. Il genitore ansioso, invece, amplifica spesso gli stimoli di pericoli provenienti dall’esterno, trasformandoli in qualcosa di catastrofico per il bambino. Nelle psicoterapie e psicoanalisi infantili è quasi sempre opportuno che, parallelamente al trattamento del bambino, ci sia un percorso psicoterapeutico anche per i genitori, proprio perché l’ambiente di crescita è fondamentale.

La trasmissione familiare dell’atteggiamento razzista

 

Come si diventa razzista? La ricerca ha evidenziato come l’atteggiamento etnico e razziale dipendano dal contesto sociale. L’incremento di sentimenti anti-immigrati (Semyonov, Raijman, & Gorodzeisky, 2006) va parallelamente ai gravi fenomeni di esclusione, violenza e discriminazione.  (Bunar, 2007 ; Dovidio, Brigham, Johnson, & Gaertner, 1996). Le diverse teorie di psicologia sociale hanno evidenziato il ruolo di genitori, coetanei e amici nello sviluppo del del pregiudizio in infanzia e adolescenza (Aboud & Amato, 2001; Allport, 1954; Hardin & Conley, 2001; Kandel, 1978; Pettigrew & Tropp, 2006), come confermato da diverse ricerche (Davies, Tropp, Aron, Pettigrew, & Wright, 2011; Degner & Dalege, 2013; Van Zalk, Kerr, Van Zalk, & Stattin, 2013).

Le teorie dell’apprendimento sociale sostengono che l’atteggiamento si sviluppa attraverso l’osservazione e l’imitazione di quello di genitori e coetanei, al fine di sentirsi accettati.

Secondo l’Ipotesi del Contatto di Allport, le esperienze positive tra gruppi etnici riescono a diminuire il pregiudizio razziale. Tali esperienze favoriscono lo sviluppo della capacità empatica, la riduzione dell’ansia e la riduzione di un atteggiamento negativo (Pettigrew & Tropp, 2006).

La capacità empatica rappresenta il nucleo dallo sviluppo socio-cognitivo (Eisenberg, Spinrad, & Morris, 2014). La capacità empatica ci permette di comprendere le situazioni sociali, inferire i pensieri degli altri, le loro emozioni e le loro intenzioni. Le persone empatiche risultano essere più sensibili alle questioni sociali e più  attenti ai propri comportamenti rispetto agli altri (Finlay, Girardi, & Coplan, 2006).

Miklikowska si è chiesta quanto influiscano genitori, amici e la possibilità di vivere in contesti interculturali sul pregiudizio razziale. La sua ricerca è stata pubblicata sul BJP nel 2017 ed evidenzia il forte ruolo dell’atteggiamento razzista dei genitori nello sviluppo del pregiudizio durante l’adolescenza. Contesto interculturale e gruppo di pari mostrano un’influenza solo nella prima adolescenza. Inoltre, avere amici immigrati tutela l’adolescente dall’influenza negativa dei genitori. La capacità empatica dell’adolescente svolge, fortunatamente, un ruolo di mediazione rispetto all’influenza esterna.

La persona razzista si difende in realtà da se stesso, proietta sull’altro parti di sé che respinge. Cerca di liberarsi dalle proprie parti aggressive, attribuendole all’altro. Freud ne “Il disagio della civiltà” (1929) spiega come la coesione intergruppale sia mantenuta dal mantenere altri gruppi su un piano di inferiorità. Il gruppo può percepirsi migliore se proietta su un gruppo con minime differenze i propri aspetti aggressivi. L’altro diventa quindi oggetto di disprezzo e ostilità.

Aboud, F. E., & Amato, M. ( 2001 ). Developmental and socialization influences on intergroup bias. In R. Brown & S. Gaertner (Eds.), Blackwell handbook in social psychology, Vol. 4: Intergroup processes (pp. 65 – 85 ). Oxford, UK : Blackwell.

Allport, G. ( 1954 ). The nature of prejudice. Cambridge, MA : Addison‐Wesley.

Bunar, N. ( 2007 ). Hate crimes against immigrants in Sweden and community responses. The American Behavioral Scientist, 51, 166 – 181. 

Davies, K., Tropp, L. R., Aron, A., Pettigrew, T. F., & Wright, S. C. ( 2011 ). Cross‐group friendships and intergroup attitudes: A meta‐analytic review. Personality and Social Psychology Review, 15, 332 – 351

Degner, J., & Dalege, J. ( 2013 ). The apple does not fall far from the tree, or does it? A meta‐ analysis of parent‐child similarity in intergroup attitudes. Psychological Bulletin, 139, 1270 – 1304.

Dovidio, J. F., Brigham, J. C., Johnson, B. T., & Gaertner, S. L. ( 1996 ). Stereotyping, prejudice and discrimination. In C. N. Macrae, C. S. Stangor & M. Hewstone (Eds.), Stereotypes and stereotyping (pp. 276 – 323 ). New York, NY : The Guilford Press.

Eisenberg, N., Spinrad, T. L., & Morris, A. ( 2014 ). Empathy‐related responding in children. In M. Killen & J. Smetana (Eds.), Handbook of moral development (pp. 184 – 208 ). New York, NY : Psychology Press.

Finlay, L. C., Girardi, A., & Coplan, L. J. ( 2006 ). Links between empathy, social behavior, and social understanding in early childhood. Early Childhood Research Quarterly, 21, 347 – 359

Hardin, C. D., & Conley, T. D. ( 2001 ). A relational approach to cognition: Shared experience and relationship affirmation in social cognition. In G. B. Moskowitz (Ed.), Cognitive social psychology: The Princeton symposium on the legacy and future of social cognition (pp. 3 – 17 ). Mahwah, NJ : Lawrence Erlbaum.

Kandel, D. B. ( 1978 ). Homophily, selection, and socialization in adolescent friendships. American Journal of Sociology, 84, 427 – 436.

Pettigrew, T. F., & Tropp, L. R. ( 2006 ). A meta‐analytic test of intergroup contact theory. Journal of Personality and Social Psychology, 90, 751 – 783

Semyonov, M., Raijman, R., & Gorodzeisky, A. ( 2006 ). The rise of anti‐foreigner sentiment in European societies, 1988–2000. American Sociological Review, 71, 426 – 449.

Van Zalk, M., Kerr, M., Van Zalk, N., & Stattin, H. ( 2013 ). Xenophobia and tolerance toward immigrants in adolescence: Cross‐influence processes within friendships. Journal of Abnormal Child Psychology, 41, 627 – 639.

Fiabe paurose: positive o negative per i bambini?

Nel corso dei secoli filastrocche e storielle per bambini sono state caratterizzate dalla presenza di minacce (Ragan, 2006): il 41% delle filastrocche contengono elementi violenti (Davies et al., 2004). Gli psicologi infantili hanno spesso criticato le fiabe per essere troppo brutali, cruente e paurose, fornendo inoltre un quadro irrealistico del mondo (Sale, 1978). Queste fiabe hanno però avuto l’importante ruolo di avvicinare i bambini alla paura e alla possibilità di affrontarla.

Input minacciosi non provengono solo dalle fiabe, ma anche dalla quotidianità, attraverso i dialoghi dei genitori, dalla televisione, ecc. (Comer & Kendall, 2007 per una review).
Alcuni ricercatori si sono posti la domanda se tali tipi di input contribuiscano a generare paure ed angosce infantili. Muris e Field hanno passato in rassegna gli studi sulle paure e fobie infantili, focalizzandosi sulla loro genesi. Quella della paura è un’emozione, il cui funzionamento è stato spiegato da diversi modelli.

Le paure infantili non devono essere sottovalutate dai genitori, infatti, le fobie rappresentano una manifestazione estrema di queste paure (Craske 2003; Muris 2007).  Dietro la fobia c’è un’angoscia non altrimenti gestibile, se non tramite l’evitamento e il controllo dell’oggetto fobico.

Le diverse ricerche sull’argomento si sono focalizzate su tre principali vie di acquisizione della paura.

  1. Condizionamento classico. Dimostrata da Watson e Rayner con un esperimento del 1920, nel quale presentarono uno stimolo neutro (un topino bianco) a un bambino piccolo e lo associarono ad uno stimolo che faceva sussultare di paura il bambino stesso (un forte rumore). Gli presentarono i due stimoli in associazione più volte, finché il bambino non cominciò ad avere paura anche del topino, che aveva associato al forte rumore.
  2. La seconda via è quella dell’apprendimento vicario (Askew & Field, per una review). In pratica osservando le paure di una persona, il bambino le apprende (es. genitore fobico dei cani e bambino che ha paura dei cani).
  3. La terza via è quella della trasmissione verbale dell’informazione minacciosa. L’idea alla base di questa terza modalità di instillazione della paura, è che il bambino diventi pauroso quando sente o legge informazioni che possono rappresentare un pericolo o avere altre connotazioni negative (Rachman, 1977, 1991). I media sono un importante veicolo di informazioni per i bambini, anche di informazioni minacciose.

Oltre alle ricerche che si sono focalizzate sul persistere in età adulta di un ricordo infantile di paura associato a qualcosa visto in televisione (Harrison & Cantor, 1999), alcuni studi hanno misurato la correlazione tra tempo passato davanti la tv o su internet dei bambini e sensazione di essere vulnerabili alle minacce del mondo esterno. Non è stata trovata nessuna correlazione significativa.

Un interessante ricerca di Hoven e collaboratori (2005) ha esaminato la presenza di Disturbo Post Traumatico da Stress (DPTS) in bambini che non erano stati testimoni diretti dell’attentato de l’11 settembre 2001, ma lo avevano visto in televisione. E’ emerso che il 18.2% dei bambini che hanno assistito all’evento in televisione presentano sintomi post-traumatici, ansiosi o depressivi. In un’altra ricerca (Otto et al., 2007) è emerso che la presenza di DPTS non è maggiormente presente in bambini con precedente sintomatologia ansiosa e depressiva, o con una storia psichiatrica familiare. Il maggior predittore risulta invece essere la quantità di tempo passata di fronte alla televisione mentre trasmetteva notizie sull’attentato, ma solo per i bambini fino ai 10 anni di età.

I numerosi studi esaminati nella rassegna si Muris e Field (2010) sostengono, quindi, l’ipotesi che le informazioni verbali acquisite tramite il contesto ambientale ed i media siano correlati alla presenza di paure infantili, che costituiscono la base delle fobie adulte.

Quello che vedono e sentono alla televisione, nonché i discorsi dei genitori, possono quindi risultare intrusivi e non elaborabili, soprattutto per i bambini fino a dieci anni. E’ importante non lasciare i bambini impreparati di fronte a questi stimoli, cercando di renderglieli comprensibili e gestibili.

Le fiabe aiutano il bambino proprio a gestire angosce a cui, altrimenti, non riesce a dare un nome. Le fiabe si muovono su un piano simbolico e preconscio. Non intrudono la mente del bambino, ma lo aiutano ad affrontare situazioni conflittuali e angoscianti. Permettono l’affiorare di sentimenti e angosce che altrimenti rimarrebbero sotterranee e non avrebbero modo di essere espresse. Attraverso l’identificazione con i personaggi il bambino riesce a liberarsi di sentimenti aggressivi e di impotenza. Il bambino proietta se stesso nel protagonista della fiaba e ne assume le caratteristiche, la fiaba non deve essere spiegata al bambino, perché questo potrebbe risultare intrusivo. E’ importante quello che la fiaba simbolizza nel suo preconscio. Attraverso la fiaba il bambino riesce a tradurre in immagine degli stati interiori che possono essere angoscianti e, attraverso l’identificazione con il protagonista, impara che possono essere superati.

Molte ricerche hanno dimostrato che la paura è molto comune in età infantile. I bambini possono aver paura di animali (cani, ragni, ecc.), di situazioni mediche (dottore, iniezioni, dentista, ecc.) o di condizioni ambientali (altezza, buio, ecc.). Mediamente i bambini mostrano da 2 a 5 di questo tipo di paure, ma c’è molta differenza tra una ricerca e l’altra circa il numero di paure che presenta mediamente ogni bambino. La maggior parte di queste situazioni sono benigne, ma in una piccola percentuale di bambini, questo tipo di paure nasconde problematiche ansiose più gravi. Da una ricerca di Muris e collaboratori (2000) emerge, infatti, che un bambino su 5 (22.8%) presenta, alla base di queste paure, un disturbo ansioso o fobico e che questi disturbi interferiscono significativamente con la loro vita quotidiana. Questi disturbi devono essere presi seriamente. Inizialmente i bambini hanno paura della separazione dai loro genitori e degli animali, dai 4 anni iniziano ad esplorare il mondo e anche la paura della separazione diventa non rilevante. In fase adolescenziale comincia ad assumere un’importanza primaria il contesto sociale e si innescano, quindi, le fobie sociali.

In definitiva, ad instillare paure e fobie, sembrano essere gli input non elaborabili dal bambino, non quelli che riesce a trasformare attraverso l’attività immaginativa della fiaba che può quindi aiutare a rendere digeribili vissuti interni non comprensibili.

Libri per bambini che aiutano (genitori e bambini)

A volte un libro può aiutare non solo il bambino a raffigurare un’emozione, ma anche il genitore a identificarsi con il proprio bambino.

Alcuni libri, letti e riletti ai bambini sin da piccoli, aiutano a dare voce ad emozioni ed angosce che posso essere difficili da rappresentare.

Bion ha sottolineare che la madre ha la funzione di trasformare, digerire, quelle emozioni e angosce che il bambino non riesce a contenere dentro di sé, ma cosa succede quando è la madre stessa (o il padre) che non riesce a contenere certe angosce?

Il primo libro che voglio segnalare è Urlo di mamma di Jutta Bauer (Nord-Sud ed). La mamma-pinguino è molto arrabbiata è urla qualcosa al suo bambino, il libro descrive perfettamente come si può sentire il piccolo pinguino: si frantuma in mille pezzi, che vengono sparsi ovunque e lui fatica a ritrovarli. Alla fine è la mamma stessa che l’aiuta a ricomporre il suo corpo, cioè la sua psiche, ricucendo insieme i vari pezzi. Una mamma può sbagliare, ma quello che è fondamentale è la capacità riparativa. La mamma che aiuta il suo piccolo a ritrovare e ricomporre le parti della sua mente andate in pezzi a causa di un evento troppo intrusivo per poter essere contenuto nella sua mente.

Un libro diventato molto famoso tra le operatrici dell’infanzia è Che rabbia! di Mireille d’Allancé (ed. Babalibri). Al piccolo Roberto monta sempre più la rabbia, qualcosa di incontenibile e distruttivo che è raffigurato da un mostro talmente grande che il piccolo Roberto non può che farlo esplodere dalla sua bocca. Un mostro che prende il controllo, che fa cose che Roberto non condivide realmente, rompendo oggetti a cui tiene. Qui è il piccolo Roberto stesso che gradualmente riesce a contenere la sua rabbia, rendendo questo mostro sempre più piccolo e trovandogli un contenitore adatto.

Pezzettino (di Leo Lionni ed. Babalibri) si sente diverso, insicuro, piccolo, sente di avere una parte mancante, perché non riesce a definirsi, a capire chi è. Dopo un lungo e difficile viaggio, Pezzettino arriva su un’isola, cade e si rompe in mille pezzi. E’ dopo quel crollo che Pezzettino si ricompone e capisce che non gli manca niente, che lui è perfetto così, perché è semplicemente se stesso.

Questi sono solo tre,  tra i tanti libri che aiutano a capire e capirsi, che possono aiutare genitori e bambini nella loro relazione.

Piccoli pazienti crescono

 

Lo psicoterapeuta per esistere ha bisogno di pazienti. Cosa succederebbe se un giorno le persone fossero tutte psicologicamente sane ed equilibrate? Cosa ne sarebbe degli oltre 50.000 psicoterapeuti presenti in Italia? Senza contare tutte quelle figure professionali che si occupano del benessere psico-emotivo a vario titolo (a volte anche senza titolo!). Tutte queste persone si troverebbero senza una lavoro.

Come genitori possiamo evitare che tale scenario possa realizzarsi. Come fare? Ecco un semplice decalogo da seguire per crescere un futuro paziente e scongiurare l’estinzione della specie “psicoterapeuta”:

  1. Giustifichiamo i comportamenti sbagliati del nostro bambino. In fondo, “è solo un bambino“.
  2. Salviamolo dalla noia ad ogni costo. Possiamo dargli un tablet, una consolle, accendere la tv e tenerlo lì anche tutto il giorno. In questo modo, oltre ad evitare che si annoi, possiamo anche evitare che interferisca nelle nostre attività.
  3. Evitiamogli le delusioni. Se non riesce a fare qualcosa, facciamolo noi per lui. Se la scuola è troppo difficile, possiamo sempre iscriverlo in un’altra scuola.
  4. Se possiamo evitargli le frustrazioni, facciamolo! Perché fargli desiderare qualcosa, se possiamo averlo facilmente pagando. Sarebbe un atto estremamente egoistico da parte nostra.
  5. Difendiamolo dal sistema scolastico. Del resto, nostro figlio è un genio ed è per questo che ha un comportamento irrequieto a scuola, lo annoiano le cose che fanno tutti, “lui è troppo avanti“. Lui è speciale e sta all’insegnante valorizzare le sue qualità.
  6. Se gli diciamo di non fare una cosa, non la deve fare. Non importa cosa facciamo noi! Se io uso il cellulare a tavola, è per cose importanti, alla sua età può anche evitare. E’ più importante quello che gli dico che l’esempio che gli do.
  7. Deve imparare a nascondere le emozioni. Un bambino pignucoloso non piace a nessuno e non va bene che si arrabbi in pubblico. Anch’io evito di mostrare le mie emozioni e cerco di sembrare sempre sereno e felice.
  8. Ho un figlio perfetto e lo mostro a tutti. I suoi successi, sono i miei successi, ma i suoi insuccessi dipendono da lui.
  9. La mia vita è essere genitore. Faccio tutto in funzione di mio figlio, ho annullato le mie aspirazioni lavorative e sentimentali per lui. Non è la cosa più importante della mia vita, ma l’unica.
  10. Sono una persona di successo e mio figlio non può essere da meno.

Semplice vero? Non importa che seguiate il decalogo alla lettera, a volte bastano anche solo uno o due punti che si ripetono costantemente nella relazione con lui. E’ la cosa fondamentale e che non si abbia nella mente nostro figlio, quello reale intendo,  ma quello che vorremmo che fosse.

E ricordate, se state seguendo anche solo alcuni punti del decalogo, non è mai troppo presto per portarlo da uno psicoterapeuta.

Stati mentali gravi: perversione, anoressia, tossicodipendenza e psicosi

 

Le costruzioni psicopatologiche si riscontrano negli stati mentali gravi: perversioni, anoressie, tossicomanie e psicosi.

Tali stati mentali si reggono su difese perverse o psicotiche e tendono a distorcere la percezione della realtà fino a distruggerla. Invece, le difese nevrotiche tendono a limitare la percezione delle emozioni.

Le strutture psicopatologiche si formano silenziosamente nell’infanzia ed esprimono solo successivamente la loro potenzialità patogena.

Secondo De Masi, nella costruzione psicopatologica il carattere difensivo è secondario all’eccitazione che perverte la mente. La psicosi è  lenta e progressiva. Quando diventa evidente all’osservatore esterno vuol dire che il processo era già avvenuto silenziosamente nel corso del tempo. Nell’infanzia un comportamento bizzarro o difficoltà di apprendimento possono segnalare un processo già in atto.

L’episodio psicotico lascia cicatrici e focolai che possono portare a scompensi ulteriori. La possibilità di recupero dipende dal tempo trascorso e dalla gravità dell’episodio. Sono questi due fattori che incidono prevalentemente sulla possibilità di uscita dalla malattia. Il processo di ripristino del funzionamento normale comincia da piccole isole di sanità. Il processo psicotico evolve continuamente e si sviluppa per gradi, passando da stadi parzialmente reversibili ad altri che lo sono sempre meno. Per questo è importante, in tutti gli stati mentali gravi, cercare di scardinare alle prime avvisaglie il processo psicotico in atto.

 

 

Piccoli bulli crescono: il mobbing

 

High school students being bullied.

Brodsky nel 1976 definiva il bullismo sul posto di lavoro come una molestia. Era definito come “un comportamento ripetuto e persistente da parte di una persona finalizzato al tormento, allo sfinimento, alla frustrazione o a portare ad una reazione un’altra persona”. 

In pratica, il bullo descritto da Brodky rispecchia pienamente il fenomeno del bullismo nel mondo scolastico. Secondo Elliot Aronson, uno psicologo che si è lungamente occupato di bullismo, non si deve restare indifferenti di fronte ai primi fenomeni di bullismo. I bulli che non trovano nessun tipo di resistenza e di autorità, infatti, rafforzano l’idea di poter dare libero sfogo ai propri impulsi e gli altri finiscono per adeguarsi.

Brodsky studiò migliaia di casi di bullismo sul lavoro in California e trovò che le vittime soffrivano di numerose conseguenze negative quali ansia, depressione, nervosismo, rabbia, burnout e varie problematiche psicosomatiche (Brodsky, 1976, 1990; Skuzinska & Plopa, 2010).

Leymann (1990) studiando il fenomeno della violenza sul lavoro introdusse il termine mobbing e lo descrisse come una violenza psicologica ripetuta o un abuso emotivo da parte di una o più persone nel posto di lavoro.

Alcuni comportamenti tipici del bullo sul posto di lavoro sono rimproverare pubblicamente, interrompere o ignorare una persona, escluderla dai meeting, criticare il suo lavoro senza giustificazione e usare la minaccia e l’intimidazione.

Sia il bullismo che il mobbing conducono la vittima ad abbandonare il posto di lavoro.

Cosa caratterizza i bulli, siano essi adolescenti o adulti?  Il bullo non ha sviluppato un’adeguata capacità introspettiva, non ha affinato la propria sensibilità e non è capace di tradurre i sentimenti in parole. In pratica, il bullo non riesce a mettersi nei panni dell’altro. Riuscire a non confondere i propri sentimenti con quelli altrui, fa parte dell’intelligenza emotiva ed è principalmente in famiglia che si sviluppa.

Le origini della follia

L’origine della follia, o meglio della psicosi, si insinua nei primi processi relazionali. La precoce e prolungata distorsione delle prime relazioni emotive crea le premesse per un’alterazione della percezione della realtà psichica, che viene dissociata e sostituita da una costruzione fantastica (De Masi, 2006).
Attraverso la terapia analitica si favorisce nel paziente il funzionamento emotivo normale, in modo che possa capire la propria realtà psichica e quella dell’altro. E’ l’angosciante senso di impotenza, sin dall’età infantile, che spinge il paziente psicotico a sovvertire l’organizzazione del proprio pensiero.

E’ qualcosa di altamente distruttivo, sostiene De Masi, che si insinua in precocissima età nello sviluppo della propria capacità di pensare e di percepire le emozioni. Infatti, il bambino ha bisogno della capacità di contenimento materna. La madre deve essere in grado di percepire e dare senso all’esperienza emotiva del bambino, sin dalla sua nascita. Se il bambino non cresce in un ambiente con un’adeguata capacità di contenimento, non riesce a trasformare l’angoscia derivante dalle prime esperienze di frustrazione o sovrastimolazione.
Il nucleo psicotico, che ha iniziato a costruire la sua tela sia dalla primissima infanzia è già presente seppur silente. Solitamente è un qualche evento esterno che ne favorisce la slatentizzazione (cioè da latente diventa manifesto), ma non è tale evento a causare la psicosi.

La sola terapia farmacologia non è sufficiente. Attraverso la psicoanalisi, un paziente con nucleo psicotico ha la possibilità di elaborare l’esperienza infantile che ha reso possibile tale vulnerabilità. Non è solo una questione di biochimica celebrale, sono infatti le precoci esperienze mentali ed emotive che alterano tale biochimica e solo la trasformazione di tale fatti psichici ed emotivi può fornire una reale via di uscita dalla malattia.

 

Co-sleeping: quando è necessario abbandonare il lettone

co-sleeping

Durante il primo anno di vita i genitori forniscono intimità e conforto al bambino attraverso il contatto, il proprio odore e il suono della propria voce. Il bambino ha quindi bisogno del contatto e della vicinanza per sentirsi sicuro e provare conforto. I bisogni del bambino cambiano però man mano che cresce. Alla fine del primo anno di vita, nel rassicurare il bambino acquisiscono sempre più importanza le parole e l’espressione facciale. Mentre durante il primo anno di vita il contatto è il miglior agente di rassicurazione e confort, dopo il primo anno gli aspetti verbali hanno sempre maggiore importanza.
Nella transitare tra una modalità di rassicurazione all’altra, il bambino introietta il senso di sicurezza, cioè quella sensazione che ha provato nella relazione con il genitore. Il bambino continua a richiedere la presenza dei genitori e gradualmente interiorizza la relazione con il genitore e quello che questa trasmette. La possibilità di separarsi deriva proprio da quanto ha potuto interiorizzare il senso di sicurezza attraverso il contatto, l’odore e il suono della voce.
Intorno ai tre anni i bambini cominciano a capire che i genitori non sono solo i loro genitori, ma hanno una relazione tra loro, che possono non accettare. I bambini che hanno difficoltà ad accettare questa relazione, sono maggiormente centrati su se stessi ed hanno difficoltà a capire che le persone hanno bisogni e motivazioni che possono non riguardarli. Continuare a farli dormire nel lettone, può quindi trasmettere il messaggio che i genitori esistono solo per loro, continuando a farli sentire al centro dell’universo. E’ l’accettazione di non esserlo, che può rendere difficile per il bambino dormire da solo nel proprio letto.

I cambiamenti dell’adolescente

adolescenza

“All’apparir del vero
tu, misera, cadesti: e con la mano
la fredda morte ed una tomba ignuda
mostravi di lontano.” (Giacomo Leopardi)

Con l’irrompere dell’adolescenza si ha una rottura epistemologica dello scorrere del tempo. L’adolescente capisce che il il tempo è irreversibile. Esiste l’irreparabile.
Sono tre i cambiamenti fondamenti che avvengono in adolescenza:

1) Somatico. Il corpo cambia, l’adolescente diventa più forte dei suoi genitori, viene messa in discussione la loro autorità.

2) Sessualità. Anche prima è presente, ma in modo immaturo.

3) Pensiero. Si accede al pensiero adulto. Nascono le grandi domande e le grandi intuizioni.

Nell’infanzia c’è il buono e il male ed i genitori sono i rappresentanti del buono. L’adolescente si accorge che i genitori sono complessi e questo è meno rassicurante. Si cercano dei sostituti dell’infanzia, degli idoli.
Quanto più è fragile l’identità dell’adolescente, tanto più ha bisogno di simboli esterni (piercing, tatuaggi, vestiario).

Spesso i genitori attribuiscono il cambiamento in negativo a qualcosa di esterno (scuola, amici, ecc.), spesso ci può essere qualcosa che ha accelerato un processo, che però era iniziato molto tempo prima. Un cambiamento catastrofico (Bion) che comincia spesso a preparare il terreno durante l’infanzia, un vissuto traumatico che non era rappresentabile e che trova una rappresentazione.

Psicoanalisi di coppia

counselor coppia

terapia coppia

La psicoanalisi di coppia è diversa da quella individuale. La coppia viene trattata come se fosse un’unica persona in terapia, una persona che pensa, sente e agisce e che, quindi, associa analiticamente come se fosse un’unica persona. La coppia crea infatti un campo che si può ammalare. Spesso ad essere problematica è, infatti, l’interazione preconscia e inconscia della coppia.
A volte il problema può essere individuale, ed allora è meglio valutare di intraprendere un’analisi personale, ma non è sempre così. Ad esempio, può accadere che l’altro venga usato per compensare parti fragili del proprio Sé, in questo caso la dinamica di coppia può slatentizzare, cioè rendere manifesto, il problema, che però è da trattare individualmente.
Nel decidere di intraprendere un percorso di coppia, è fondamentale che entrambi i membri della coppia abbiamo il desiderio di capire e trasformare gli aspetti problematici ed insoddisfacenti.
Spesso la relazione di coppia diventa problematica perhcé l’altro può funzionare da contenitore di identificazioni proiettive, proiezioni e scissioni di cui individui e coppia non sono consapevoli. Se l’altro diventa ricettacolo passivo di qualcosa di non elaborato dell’altro, si crea una relazione patologica.
L’obiettivo della psicoanalisi di coppia è di far in modo che la coppia acquisisca gli strumenti per elaborare, dare significato e trasformare il proprio funzionamento, cioè che ci sia una capacità di reverie di coppia.