Alla ricerca di una strategia

mental strategy

Diversi anni fa, ero all’inizio della mia attività di psicologa e psicoterapeuta, ricevetti la richiesta di un appuntamento via email. Era uno dei miei primi appuntamenti con un potenziale paziente. Si presentò un giovane uomo, apparentemente sicuro di sé. Mi aveva scelta, pensai, perché il mio studio era poco lontano da casa sua ed inoltre, a quel tempo, ero una dei pochi psicologi fiorentini presente sul web. Era un giovane uomo di successo, abituato a gestire situazioni lavorative complesse, ma in evidente difficoltà sul piano personale e familiare.

Mi chiese “una strategia” per risolvere pesanti angosce personali. Era già in cura farmacologica con antidepressivi e ansiolitici.

Quella parola, “strategia”, mi colpì molto. Mi vedeva come una professionista esperta in strategie. Pensai che di strategie ne sapevo poco, che anzi, i pochi studi di PNL che avevo fatto, mi avevano portato a ripudiarle come comportamenti manipolatori per menti poco brillanti.

Mi chiesi cosa intendesse quest’uomo così brillante con strategia. Qualcosa per ingannare la propria mente? Qualcosa di consapevole in grado di ingannare le risposte automatiche del nostro cervello che portano ad un attacco di panico? Le risposte automatiche sono inconsce, pensai che cercasse una strategia da usare consapevolmente per ingannare qualcosa di inconscio. Mi stava chiedendo la bacchetta magica.

Esistono terapie che si prefiggono di “ingannare” la risposta psicopatologica, ma la psicoanalisi non è una di queste. L’inganno attuato dalla strategia ha sempre un’efficacia limitata nel tempo, perché le ragioni per cui il sintomo psicopatologico si era creato, permangono.

Ero (e sono!) talmente entusiasta dell’effetto trasformativo profondo del trattamento psicoanalitico che non esitai a proporgli un’analisi a quattro sedute settimanali. Perché non avrebbe dovuto accettare? Aveva tempo libero, disponibilità economiche, voleva risolvere i suoi problemi. Rifiutò. Adesso capisco che avevo agito la sua angoscia claustrofobica proponendogli un percorso da cui si sentiva troppo vincolato. La sua richiesta era un’altra, non era quella di lavorare su se stesso e sulle proprie fragilità.

Mi dispiacque molto, non solo perché ero all’inizio della mia attività professionale, ma soprattutto perché pensai che era davvero un’occasione persa per quell’uomo. Avrebbe potuto vivere una vita veramente libera dalle proprie fragilità e, viste le capacità che aveva già dimostrato di avere, avrebbe potuto vivere la sua vita in modo ancor più libero e appagante.

Se dovete affrontare un discorso pubblico e questo vi provoca ansia, potete provare a frequentare un corso public speaking, ma conoscere le tecniche di comunicazione efficace e le relative strategie, non vi servirà se il vostro problema è più intimo e profondo. L’ansia che provate all’idea di parlare in pubblico riguarda la vostra autostima, che avete costruito durante la vostra infanzia nelle relazioni con gli altri. Se siete persone ansiose e siete terrorizzati dal giudizio degli altri, qualsiasi strategia apprendiate per gestire il problema, avrà un’efficacia per un lasso di tempo più o meno breve. Questo perché i motivi che avevano creato il sintomo ansioso, sono sempre lì, pronti per esprimersi nello stesso o in altri modi. Il sintomo è, infatti, il segnale di qualche nostra fragilità interna, qualcosa che a livello psicologico non siamo riusciti a costruire in modo completamente adeguato. Se troviamo una strategia per gestire il sintomo, non risolviamo ciò che l’ha causato ed è quindi destinato a ripresentarsi.

Stabilire un contatto visivo con un ipotetico interlocutore di riferimento, tenere in mano qualcosa di rassicurante, parlare con calma, non servirà se non affrontate l’origine dell’angoscia di non valere abbastanza.

CPF 11 maggio 2019 – Estensioni del metodo psicoanalitico

Sabato mattina presso La Colombaria di Firenze si sono confrontati autori e lettori su tematiche attuali del pensiero psicoanaliticio. Uno dei dibattiti ha tratto spunto dalla lettura del libro di Bastianini e Ferruta sull’estensione del metodo psicoanalitico, messo alla prova in contesti e situazioni cliniche diverse. Ne hanno discusso l’autrice Anna Ferruta e Gregorio Hautmann. Cosa significa estendere il metodo psicoanalitico? Estendere il metodo significa estendere il triangolo psicoanalitico con i suoi vertici FANTASIA, INTERPRETAZIONE e SETTING. Ampliare il metodo significa occuparsi di aspetti intrinseci, cioè di aspetti che riguardano l’identità dello psicoanalista. Anche se la psicoanalisi è spesso accusata di non essere in contatto con la realtà attuale, in realtà, sottolinea Anna Ferruta, la psicoanalisi non può che essere contemporanea per il suo essere “in contatto con il rumore del mondo che arriva all’analista tramite le libere associazioni“. Il setting garantisce uno stato di sospensione, ma non dissociazione, rispetto al rumore del mondo. La psicoanalisi, inoltre, non può che essere relazionale, in quanto nella stanza di analisi sono previste due persone, non è un processo solipsistico. Estendere il metodo, significa trasformarlo nel momento in cui entra in contatto con le realtà in trasformazione. In questa trasformazione, il setting coglie il bisogno di stabilità. Non è possibile rendere instabile ciò che deve essere stabile, ma è possibile un’estensione. Il setting deve essere rigoroso con ogni paziente, una volta stabilito, non può essere modificato.

Se il setting sono il numero di sedute, l’orario, i giorni, le modalità di intervento dell’analista, ecc., il metodo riguarda la creazione di un dispositivo in grado di mettere in atto un processo psicoanalitico. Riguarda, quindi, la relazione tra i diversi elementi psicoanalitici (analista/paziente, stabilità, inconscio, regolarità, ecc.), quegli elementi che fondano il processo psicoanalitico.

I capricci non esistono

Capricci bambino

Sigmund Freud è nato 163 anni fa, il 6 maggio del 1856, eppure i suoi scritti e le sue teorie sono sempre attuali. Freud ha teorizzato che l’uomo non ha il totale controllo dei propri pensieri e delle proprie azioni. Esiste un’attività mentale inconscia che influenza pensieri e comportamenti e il passato influenza le nostre azioni presenti. Oltre che per questo, tra le altre cose, Freud ha rivoluzionato la comprensione dei pensieri e comportamenti dell’uomo, in quanto ha postulato l’esistenza di meccanismi di difesa che l’uomo mette in atto nel tentativo di evitare pensieri e sensazioni negativi.

Molti delle teorizzazioni freudiane sono state confermate dalle scoperte neuroscientifiche degli ultimi anni. I meccanismi di difesa sembrano, infatti, avere a che fare con i meccanismi impliciti di regolazione emotiva.

Anche i bambini utilizzano meccanismi di difesa che, spesso, possono essere interpretati come capricci.

Cosa c’è dietro quel comportamento?

Un bambino comincia ad attuare comportamenti distruttivi e questo viene attribuito al suo carattere poco mansueto. Si cerca quindi di correggerlo con un comportamento più autoritario, attraverso punizioni sempre più severe, ma il comportamento non cambia.

Serve un ulteriore sforzo per cercare di capire cosa il bambino cerca di mascherare o trasformare con quel comportamento. Probabilmente c’è un’emozione da cui si vuole allontanare e che per lui è intollerabile. Il bambino preferisce agire, quindi manifestare attraverso il comportamento, il suo disagio piuttosto che sentirsi impotente.

Attraverso i neuroni specchio il bambino il bambino impara a riprodurre tono e funzionamento psichico dei genitori sin dalla nascita. I neuroni specchio, infatti, si attivano non solo quando viene prodotto un comportamento, ma anche quando viene soltanto osservato. Questo meccanismo sembra funzionare anche per le emozioni, ma solo quando quell’emozione è stata già sperimentata. Questo imprinting attraverso il rispecchiamento si basa su tutti gli input che provengo dell’altro: contatto fisico, sguardo, tono della voce, respiro, movimenti, ecc. In pratica, il bambino percepisce in modo inconscio molto di più dell’aspetto consapevole della relazione con l’altro.

Quello che il bambino percepisce, in modo consapevole o inconsapevole, della relazione con il genitore costituirà la base per tutte le relazioni future. Le relazioni infantili rappresentano lo stampo per le future relazioni adulte, non solo nei loro aspetti evidenti e consapevoli, ma anche per le loro caratteristiche inconsapevoli.

I capricci non esistono, quello che viene interpretato come un comportamento disadattivo, cattiva volontà o eccessiva ostinazione del bambino, è l’espressione di un bisogno profondo. Il bambino in quel momento sta cercando di evitare un dolore maggiore, sta mettendo in atto dei meccanismi di difesa in modo inconsapevole.

Anna Freud nel 1934 scrive che i meccanismi di difesa servono per proteggerci in modo istintivo, inconsapevole e automatico. Per cui è inutile rimanere sul piano del capriccio del bambino, perché non è quello di cui il bambino sta veramente parlando. Quello di cui il bambino ha bisogno è un genitore che capisca empaticamente l’origine della rabbia/collera che sottende il capriccio e che riesca a contenere e trasformare il dolore che il bambino sta cercando di evitare.

Per fare questo, il genitore deve essere sufficientemente sano psicologicamente ed empatico.

Genitori ansiosi: effetti sui figli

E’ difficile per un bambino crescere con un genitore ansioso. Spesso non sono genitori con una diagnosi ed il bambino spesso si rende conto solo da adulto del significato dei comportamenti e degli effetti della problematica genitoriale.
Crescere in un ambiente con genitori ansiosi significa crescere in un ambiente costrittivo e non pienamente libero.
Implicitamente o esplicitamente il genitore ansioso insegna che non è possibile fidarsi del prossimo e che prendersi dei rischi è pericoloso. Sono questi messaggi quotidiani che portano a relazioni difficili nell’età adulta. Relazioni in cui l’altro è inconsciamente percepito come giudicante e pericoloso.
Crescere con genitori ansiosi significa crescere temendo le scelte che implicano un cambiamento e con la costante preoccupazione che l’altro possa giudicarti.

Spesso il genitore ansioso interviene nell’attività del figlio, si intromette per portare a termine un compito o nelle sue relazioni con i parti, andando a minare la costruzione della fiducia in se stesso del bambino e accrescendo un senso di inadeguatezza.

Diversi studi hanno sottolineato la familiarità dell’ansia: genitori ansiosi hanno maggiori probabilità di avere figli ansiosi. La trasmissione dell’ansia è ambientale o genetica? Uno studio su 900 gemelli (monozigoti vs eterozigoti) ha evidenziato come sia per quanto riguarda l’ansia che il nevroticismo non si ha una trasmissione genetica, ma è l’ambiente familiare ha determinare la trasmissione di ansia e nevroticismo genitoriale sui figli adolescenti. Mentre non emergono evidenze su un’eventuale trasmissione genetica.

I bambini osservano i propri genitori per capire come devono interpretare il mondo. Il genitore dovrebbe contenere le angosce provenienti dall’esterno, trasformarle in qualcosa di digeribile e comprensibile per il bambino. Il genitore ansioso, invece, amplifica spesso gli stimoli di pericoli provenienti dall’esterno, trasformandoli in qualcosa di catastrofico per il bambino. Nelle psicoterapie e psicoanalisi infantili è quasi sempre opportuno che, parallelamente al trattamento del bambino, ci sia un percorso psicoterapeutico anche per i genitori, proprio perché l’ambiente di crescita è fondamentale.

Psicoanalisti italiani contro il “Decreto Sicurezza” di Salvini

Lettera aperta al Presidente della Repubblica 

Noi tutti, firmatari di questa lettera, siamo psicoanalisti appartenenti alla storica Società Psicoanalitica Italiana (SPI), componente dell’International Psychoanalytical Association (IPA), della quale fanno parte società psicoanalitiche di tutto il mondo. Molti di noi fanno parte di un gruppo denominato PER (Psicoanalisti Europei Per i Rifugiati), con il quale la SPI ha inteso raccogliere le esperienze di molti psicoanalisti che già da anni operano su tutto il territorio nazionale nel settore della migrazione. Del Gruppo PER inoltre, fanno parte anche psicoanalisti che appartengono al gruppo denominato Geografie della Psicoanalisi che ha per scopo l’indagine e i contatti della psicoanalisi con altre culture.

Grazie allo specifico sapere psicoanalitico, in grado di cogliere la complessità del lavoro con i migranti e con l’intero fenomeno che sappiamo essere attivatore di grande sofferenza psichica, è stato possibile fornire, lavorando in strutture d’accoglienza o comunque in contatto con i migranti,  un contributo clinico scientifico in favore dei migranti e degli stessi operatori delle varie associazioni che, essendo in diretto contatto con i migranti, si fanno carico quotidianamente della sofferenza psichica di cui essi sono portatori silenti.

È proprio quest’esperienza quotidiana di contatto con il disagio psichico profondo e con la sofferenza legata a traumi, sradicamento e lutto migratorio che ci spinge a scrivere e ad assumere una posizione critica, ritenendo che non si possa tacere sulle complesse e gravi condizioni in cui versano i migranti in Italia.

La situazione, da tempo critica, si è drammaticamente aggravata dopo il varo e l’approvazione del “Decreto Sicurezza” che, contrariamente al termine “sicurezza”, sta già rendendo la condizione dei migranti e, consequenzialmente quella italiana, sempre più “insicura”. Concordiamo con quanto Lei afferma: “la vera sicurezza si realizza, con efficacia, preservando e garantendo i valori positivi della convivenza”.

Ed è proprio a partire da questa Sua dichiarazione che pensiamo di poter affermare che la convivenza non è un dato, ma una paziente tessitura da costruire nel quotidiano, sfidando paure e diffidenze reciproche inevitabili. L’accoglienza e la convivenza possono essere prove difficili quanto l’esilio ed è per questo che vanno sostenute attraverso politiche e azioni sociali capaci di dare ascolto anche al disagio della popolazione residente, evitando che si radicalizzi quel cieco rifiuto che si sta attivando.

E’ grave chiudere gli SPRAR, in quanto sistemi di “accoglienza integrata”, che fino ad oggi non si sono occupati solo del sostegno fisico delle persone immigrate, ma hanno anche promosso percorsi di informazione, assistenza e orientamento, necessari a favorire un loro dignitoso inserimento socio-economico. Precludere queste opportunità non vuol dire solo annullare drasticamente gli SPRAR, ma cancellare ogni possibilità di dare dignità alle persone sostenendo il loro legittimo diritto di aspirare ad una vita migliore e alla salute che, come sancito dall’OMS, “…è uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non solo l’assenza di malattia o infermità”.

La nuova legge, di fatto, rende impossibile l’integrazione dei migranti in Italia, esponendoli ancora una volta al rischio di umiliazioni e sofferenze psichiche profonde e disumane. Non riconoscere più il permesso di soggiorno per motivi umanitari è disumano!

Gestire il fenomeno migratorio come una pura questione di ordine pubblico è segno di pericolosa miopia. Noi pensiamo che sia urgente ripensare completamente anche le politiche migratorie, riaprendo, ad esempio, i canali regolari della migrazione da lavoro, come opportunità per avvalersi dell’apporto di energie nuove che sempre le migrazioni riuscite hanno rappresentato e che sono alla base di ogni autentico processo di integrazione.

Quelli di noi che operano a Bologna, Genova, Milano, Roma, Trieste, Gorizia, Venezia, Caserta hanno visto, dopo l’approvazione della legge, da un giorno all’altro, centinaia di migranti lasciati in strada senza protezione. Diventati fantasmi, privati di tutto, uomini e donne che restano esposti al pericoloso circuito vizioso alimentato dalla condizione di bisogno estremo, vulnerabili e inermi, assoggettabili a contesti delinquenziali che possono spingerli/costringerli verso comportamenti anti sociali.

Tragicamente inoltre sono aumentati percentualmente i morti in mare per la restrizione quasi totale della possibilità di operare salvataggi da parte delle navi di soccorso. Chi soccorre in mare può, paradossalmente rispetto alle leggi di mare, essere soggetto a processo per il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina! Per non dire di ciò che accade nei percorsi di terra e nell’attraversamento dei deserti.

Quanto poi ai rimpatri, essi, di fatto, sono semplicemente impossibili in assenza di accordi sicuri con le Nazioni di partenza. In questo contesto, è molto grave che l’Italia non abbia partecipato al Global Compact for Migration dell’ONU, accordo globale sull’accoglienza dei migranti approvato con il voto favorevole di 152 Paesi.

E’ doveroso chiedersi da dove nasca questa ossessione per il migrante da parte dei nostri governanti, che generano e alimentano paure sociali, dal momento che gli sbarchi sono passati da circa 120.00 nel 2017 a 23.000 circa nel 2018.

Siamo consapevoli che le paure possono accecare al punto da distorcere la percezione non solo dell’altro ma persino della propria stessa umanità. La disumanità è un rischio costante per l’umano in cui si può scivolare quasi inavvertitamente spostando sempre un po’ più in là l’asticella di ciò che è tollerabile. E’ questa la ragione per cui è ancora più necessario riuscire ad ascoltare anche quello che si cela sotto la paura, per trasformarla in possibilità di contatto con se stesso e con l’altro. Attraverso il nostro lavoro di psicoanalisti siamo vicini alle complesse realtà umane e sentiamo urgente lavorare e riflettere, anche al difuori del nostro ambito, sulla possibilità di elaborare il “male” per prevenire il rischio che il “male” possa essere agito.

E’ necessario operare affinché l’inconsapevole distruttività, cui tutti siamo esposti, possa trasformarsi in conoscenza e comprensione generatrice di consapevole tensione verso il diverso, l’ignoto, l’altro.

Non possiamo accettare il razzismo crescente che sfocia in atti di cui una nazione civile dovrebbe vergognarsi. E’ in atto un diffuso, impressionante processo di disumanizzazione. Noi analisti siamo sempre attenti quando vediamo negli individui, nei piccoli e nei grandi gruppi, fenomeni più o meno striscianti o palesi di razzismo e di disumanizzazione. Siamo sensibili per formazione professionale e cerchiamo di tenere a mente l’insegnamento della storia, anche perché nel periodo delle leggi razziali, la psicoanalisi fu vietata e molti colleghi di allora, perché ebrei, furono costretti a emigrare.

Operando nel settore, non finiamo mai di stupirci di quanto dolore possa essere inflitto a un essere umano, anche senza volerlo, anche solo girando la testa dall’altra parte.

Conosciamo le gravi conseguenze psichiche di tutto ciò che sta succedendo, sia in coloro che si sentono rifiutati ed emarginati, sia nei figli che avranno, sia in coloro che si trovano a dover operare in modo disumano e che rischiano essi stessi di impoverirsi dei valori fondamentali dell’esistere. Non siamo disposti, per tutti questi motivi, a vedere una parte dell’Italia abbracciare xenofobia e razzismo. Organismi internazionali come Amnesty International hanno segnalato questi gravi fenomeni razzisti e xenofobi in Italia.

Un’altra Italia esiste e inizia a esprimere il proprio profondo dissenso: noi ne facciamo parte. Lavoriamo affinché i valori dell’ospitalità, della tolleranza, della convivenza e della responsabilità individuale per il futuro di tutti, siano mantenuti vivi. Siamo una “comunità di vita”, come lei ha definito il nostro Paese e, come tale, vogliamo continuare a esistere. Non possiamo tacere perché tacere sarebbe colpevole anche verso le generazioni future di figli e nipoti che ci potranno chiedere dove eravamo quando un’umanità dolente e in cerca della possibilità di ricostruire la propria identità spezzata e perduta, veniva respinta, emarginata o segregata in modo disumano.

Ci rivolgiamo a Lei, Signor Presidente della Repubblica, nella Sua qualità di Garante della Costituzione  e dei diritti umani e civili  sui quali Essa è stata fondata, affinché questo appello, nato dalla nostra esperienza professionale, sostenuto dal nostro ruolo di cittadini e dalla nostra identità di esseri umani, abbia ascolto.

Seguono 618 firme di Soci SPI

La personalità depressiva

La psiche di alcune persone funziona basandosi su dinamiche di tipo depressivo. La persona depressa è in lutto, il lutto può essere una fase normale della propria vita e, in questo caso, il mondo esterno è sentito impoverito dalla perdita di qualcuno o qualcosa. Nel lutto patologico, invece,  è una parte di noi stessi che è impoverita o danneggiata.

Tristezza intensa, mancanza di energia, anedonia e disturbi vegetativi (alimentazione, sonno, ecc.) sono solo alcune manifestazione della personalità depressiva.

Il senso di colpa (non di vergogna!) che prova il depresso è egosintonico, cioè non mette assolutamente in dubbio che lui sia l’unico responsabile del suo destino. Questo perché il depresso ha interiorizzato un oggetto (genitore) abbandonico, di cui ricorda solo gli aspetti positivi. E’ importante distinguere il senso di colpa, che consiste nella convinzione di essere sbagliato in quanto si ha un genitore critico interiorizzato, dal senso di vergogna che è il timore di essere considerato sbagliato. In quest’ultimo caso il giudice non è interno, ma esterno.

E’ probabile, quindi, che nella sua infanzia ci siano state perdite o abbandoni. Nancy McWilliams (1994) scrive che siccome “il bambino è in uno stato esistenziale di dipendenza. Se coloro da cui dipende sono persone inaffidabili o male intenzionate, può soltanto scegliere se accettare quella realtà, e vivere in una cronica paura, oppure negarla, convincendosi che la fonte dell’infelicità sia dentro di lui, e preservando in tal modo l’idea che un proprio miglioramento potrà cambiare la situazione. Le persone solitamente preferiscono qualunque tipo di sofferenza al senso di impotenza” (p.257). Può anche essere stato un bambino che ha interiorizzato l’angoscia di separazione materna. Una madre che non riusciva a staccarsi da lui, a smettere di allattarlo (Furman) oppure ci può essere stata una grave perdita nel periodo di separazione-individuazione, il periodo che va indicativamente tra l’ottavo e il quattordicesimo e che si conclude intorno ai tre anni (Mahler).

 

Narcisisti: ne conoscete qualcuno?

Tutti conosciamo un narcisista, sono talmente diffusi tra la popolazione, che il dibattito scientifico prima della pubblicazione del DSM 5, proponeva di non inserirlo più tra i disturbi di personalità. Il narcisista cerca costantemente conferme dall’esterno per il mantenimento della propria autostima. Temono di non essere adeguati e si concentrano su aspetti apprezzabili esteriormente (es. bellezza, fama, ricchezza, ecc.).

Tendono ad avere fantasie di onnipotenza, a giudicare gli altri e, nella relazione con questo tipo di persone, si percepisce sempre un certo grado di distacco, per quanto intima possa essere la relazione. La loro angoscia prevalente è quella di sentirsi inadeguati.

Possono essere stati bambini particolarmente capaci a cogliere messaggi in contraddizione a quanto verbalizzato, oppure trattati come estensioni narcisistiche dai genitori. Avete presente quei genitori che non fanno che mettere sui social foto del loro bambino o che non parlano altro dei loro figli? I traguardi raggiunti dai figli, sono i loro traguardi, attribuiscono al figlio caratteristiche non reali, proiettando un loro ideale.

I sentimenti maggiormente presenti nel narcisista sono l’invidia e la vergogna. Sono spesso cresciuti cercando di ricalcare l’ideale proiettato dal genitori, ma sentendo una mancanza di autenticità nella loro stessa identità (come li vedeva il genitore e come si vedevano loro stessi), crescono con il terrore che qualche loro mancanza (che invidiano e spesso criticano nell’altro) venga scoperta, provando un forte senso di vergogna.

Proiettano il loro sé grandioso cercando sempre il meglio (miglior ristorante, miglior medico, migliore istruzione, ecc.) e sono spesso dei perfezionisti.

Quando arrivano in analisi, lo fanno per un problema specifico, perché loro “già sanno tutto di loro stessi” ed il terapeuta può essere idealizzato o svalutato, a seconda delle fasi dell’analisi. Possono avere sintomi ipocondriaci o attacchi di panico a causa della frammentazione del Sé. Il terapeuta si sente “deumanizzato” e deve stare molto attento a formulare gli interventi, perché il narcisista coglie ogni sfumatura di critica.

Siccome gli altri sono Oggetti-Sé, cioè importanti solo per quanto alimentano il loro senso di identità e di autostima, nella relazione con il narcisisti (anche in quella terapeutica) si prova sempre una certa distanza, una mancanza di contatto emotivo autentico.

La diagnosi psicoanalitica: la struttura di personalità

 

La diagnosi psicoanalitica non si basa sul problema manifesto, ma sulla struttura della personalità e le sue dinamiche di funzionamento.

Per questo motivo, nei primi incontri con un nuovo paziente, lo psicoanalista cerca di formulare un’ipotesi circa il livello evolutivo della personalità della persona che ha davanti, collocandola lungo un continuum che va da una struttura nevrotica a quella psicotica, passando per la personalità borderline.

Nella personalità nevrotica i sintomi sono egodistonici (la persona non pensa che tutti dovrebbero essere come lui) e c’è un conflitto interno tra ciò che si desidera e ciò che si teme.  E’ una persona con un alto livello di autonomia, ha una buona fiducia di base in se stesso e negli altri e un senso della propria identità soddisfacente. Tuttavia qualcosa ostacola una piena soddisfazione della propria vita. Nel corso dell’analisi si procede a ricercare il tipo di difese utilizzate dal paziente, le convinzioni e le fantasie più o meno consapevoli e i conflitti inconsci.

In quella psicotica i sintomi sono egosintonici (la persona pensa che tutti sono o dovrebbero essere come lui) e ci sono problematiche fusionali, cioè non c’è una chiara differenziazione tra Sé e l’altro e tra interno e esterno. Sono persone a cui manca un senso di fiducia e di sicurezza di base. Spesso sono cresciute in una ambiente in cui c’era un’incoerenza tra ciò che veniva espresso verbalmente e il comportamento oppure dove i sentimenti del bambino venivano distorti.

Nella personalità borderline il conflitto è tra fusione totale e isolamento, oscillano tra separatezza ostile ed attaccamento simbiotico. L’obiettivo terapeutico è raggiungere un senso di sé integrato, complesso e positivamente valutato.

La diagnosi iniziale è importante per impostare il trattamento ed il modo di porsi dell’analista con quello specifico paziente. Ad esempio, se con il paziente nevrotico non si danno consigli e l’analista mantiene un atteggiamento neutrale, può non essere così se il livello evolutivo del paziente si sposta sul versante psicotico. Con i pazienti più disturbati, l’analista deve essere maggiormente disposto a farsi emotivamente conoscere. Anche la stabilità del setting è tanto fondamentale e con il paziente grave un setting flessibile può portare a gravi conseguenze, quali l’interruzione della terapia.

 

Il pensiero di Giovanni Hautmann – Pisa, 27 settembre 2018

 

Il Centro Psicoanalitico di Firenze ha organizzato una seconda giornata per riflettere sul pensiero di Giovanni Hautmann, a quasi un anno dalla sua scomparsa.

Durante la giornata è stato sottolineato l’aspetto creativo della psicoanalisi che Giovanni Hautmann ha costantemente messo in evidenza. La relazione analitica non è più un portare a galla il rimosso, ma è creare dei funzionamenti mentali dove prima erano assenti. Creare nuove rappresentazioni mentali.

Ad Hautmann si deve l’idea di una visione gruppale della mente, l’idea della nascita della soggettivazione attraverso la formazione di una pellicola di pensiero, che si forma quando gli elementi Beta si trasformano in Alpha, l’idea di splitting cognitivo primario quando si ha un malfunzionamento di tale pellicola e l’esistenza di elementi Gamma (oltre agli elementi bioniani Alpha e Beta ) che aiutano la comprensione di quelle patologie dove il deficit della Funzione Alpha riguarda solo alcuni elementi Beta, in particolare, i precursori delle emozioni. Nell’autismo, ad esempio, dove non si assiste ad una difesa estrema nei confronti della percezione sensoriale in generale, ma solo rispetto alla sensorialità che richiede reazioni sociali emotive.

Nella relazione analista-paziente, così come in quella madre-neonato, si ha una prima forma di contatto creativo che porta alla formazione di una pellicola di pensiero. La formazione di tale pellicola rappresenta un momento integrativo di stimoli sensoriali, emotivi ed ideativi ed è dalla formazione di tale pellicola che comincia il processo di separazione-individuazione del bambino. Questo processo avviene grazie al lavoro della Funzione Alpha, alla capacità materna e analitica di creare rappresentazioni lì dove mancavano.

L’impossibilità rappresentazionale è quello che porta un paziente nello studio di uno psicologo ed è questo lo specifico della psicoanalisi. Lo psicoanalista non si occupa di fornire strategie di funzionamento cognitivo, ma di rendere pensabile qualcosa che è rimasto a livello concreto. Quel che è rimasto a livello concreto può essere uno stimolo percettivo-sensoriale (elemento Beta) o uno stimolo emotivo (elemento Gamma) e richiede di essere trasformato in elemento Alpha per poter essere integrato al Sé.  Il percorso psicoanalitico si occupa quindi di aiutare l’emergere e il ripristino di parti di sé, attraverso la formazione delle pellicola di pensiero.

 

 

La trasmissione familiare dell’atteggiamento razzista

 

Come si diventa razzista? La ricerca ha evidenziato come l’atteggiamento etnico e razziale dipendano dal contesto sociale. L’incremento di sentimenti anti-immigrati (Semyonov, Raijman, & Gorodzeisky, 2006) va parallelamente ai gravi fenomeni di esclusione, violenza e discriminazione.  (Bunar, 2007 ; Dovidio, Brigham, Johnson, & Gaertner, 1996). Le diverse teorie di psicologia sociale hanno evidenziato il ruolo di genitori, coetanei e amici nello sviluppo del del pregiudizio in infanzia e adolescenza (Aboud & Amato, 2001; Allport, 1954; Hardin & Conley, 2001; Kandel, 1978; Pettigrew & Tropp, 2006), come confermato da diverse ricerche (Davies, Tropp, Aron, Pettigrew, & Wright, 2011; Degner & Dalege, 2013; Van Zalk, Kerr, Van Zalk, & Stattin, 2013).

Le teorie dell’apprendimento sociale sostengono che l’atteggiamento si sviluppa attraverso l’osservazione e l’imitazione di quello di genitori e coetanei, al fine di sentirsi accettati.

Secondo l’Ipotesi del Contatto di Allport, le esperienze positive tra gruppi etnici riescono a diminuire il pregiudizio razziale. Tali esperienze favoriscono lo sviluppo della capacità empatica, la riduzione dell’ansia e la riduzione di un atteggiamento negativo (Pettigrew & Tropp, 2006).

La capacità empatica rappresenta il nucleo dallo sviluppo socio-cognitivo (Eisenberg, Spinrad, & Morris, 2014). La capacità empatica ci permette di comprendere le situazioni sociali, inferire i pensieri degli altri, le loro emozioni e le loro intenzioni. Le persone empatiche risultano essere più sensibili alle questioni sociali e più  attenti ai propri comportamenti rispetto agli altri (Finlay, Girardi, & Coplan, 2006).

Miklikowska si è chiesta quanto influiscano genitori, amici e la possibilità di vivere in contesti interculturali sul pregiudizio razziale. La sua ricerca è stata pubblicata sul BJP nel 2017 ed evidenzia il forte ruolo dell’atteggiamento razzista dei genitori nello sviluppo del pregiudizio durante l’adolescenza. Contesto interculturale e gruppo di pari mostrano un’influenza solo nella prima adolescenza. Inoltre, avere amici immigrati tutela l’adolescente dall’influenza negativa dei genitori. La capacità empatica dell’adolescente svolge, fortunatamente, un ruolo di mediazione rispetto all’influenza esterna.

La persona razzista si difende in realtà da se stesso, proietta sull’altro parti di sé che respinge. Cerca di liberarsi dalle proprie parti aggressive, attribuendole all’altro. Freud ne “Il disagio della civiltà” (1929) spiega come la coesione intergruppale sia mantenuta dal mantenere altri gruppi su un piano di inferiorità. Il gruppo può percepirsi migliore se proietta su un gruppo con minime differenze i propri aspetti aggressivi. L’altro diventa quindi oggetto di disprezzo e ostilità.

Aboud, F. E., & Amato, M. ( 2001 ). Developmental and socialization influences on intergroup bias. In R. Brown & S. Gaertner (Eds.), Blackwell handbook in social psychology, Vol. 4: Intergroup processes (pp. 65 – 85 ). Oxford, UK : Blackwell.

Allport, G. ( 1954 ). The nature of prejudice. Cambridge, MA : Addison‐Wesley.

Bunar, N. ( 2007 ). Hate crimes against immigrants in Sweden and community responses. The American Behavioral Scientist, 51, 166 – 181. 

Davies, K., Tropp, L. R., Aron, A., Pettigrew, T. F., & Wright, S. C. ( 2011 ). Cross‐group friendships and intergroup attitudes: A meta‐analytic review. Personality and Social Psychology Review, 15, 332 – 351

Degner, J., & Dalege, J. ( 2013 ). The apple does not fall far from the tree, or does it? A meta‐ analysis of parent‐child similarity in intergroup attitudes. Psychological Bulletin, 139, 1270 – 1304.

Dovidio, J. F., Brigham, J. C., Johnson, B. T., & Gaertner, S. L. ( 1996 ). Stereotyping, prejudice and discrimination. In C. N. Macrae, C. S. Stangor & M. Hewstone (Eds.), Stereotypes and stereotyping (pp. 276 – 323 ). New York, NY : The Guilford Press.

Eisenberg, N., Spinrad, T. L., & Morris, A. ( 2014 ). Empathy‐related responding in children. In M. Killen & J. Smetana (Eds.), Handbook of moral development (pp. 184 – 208 ). New York, NY : Psychology Press.

Finlay, L. C., Girardi, A., & Coplan, L. J. ( 2006 ). Links between empathy, social behavior, and social understanding in early childhood. Early Childhood Research Quarterly, 21, 347 – 359

Hardin, C. D., & Conley, T. D. ( 2001 ). A relational approach to cognition: Shared experience and relationship affirmation in social cognition. In G. B. Moskowitz (Ed.), Cognitive social psychology: The Princeton symposium on the legacy and future of social cognition (pp. 3 – 17 ). Mahwah, NJ : Lawrence Erlbaum.

Kandel, D. B. ( 1978 ). Homophily, selection, and socialization in adolescent friendships. American Journal of Sociology, 84, 427 – 436.

Pettigrew, T. F., & Tropp, L. R. ( 2006 ). A meta‐analytic test of intergroup contact theory. Journal of Personality and Social Psychology, 90, 751 – 783

Semyonov, M., Raijman, R., & Gorodzeisky, A. ( 2006 ). The rise of anti‐foreigner sentiment in European societies, 1988–2000. American Sociological Review, 71, 426 – 449.

Van Zalk, M., Kerr, M., Van Zalk, N., & Stattin, H. ( 2013 ). Xenophobia and tolerance toward immigrants in adolescence: Cross‐influence processes within friendships. Journal of Abnormal Child Psychology, 41, 627 – 639.

Fiabe paurose: positive o negative per i bambini?

Nel corso dei secoli filastrocche e storielle per bambini sono state caratterizzate dalla presenza di minacce (Ragan, 2006): il 41% delle filastrocche contengono elementi violenti (Davies et al., 2004). Gli psicologi infantili hanno spesso criticato le fiabe per essere troppo brutali, cruente e paurose, fornendo inoltre un quadro irrealistico del mondo (Sale, 1978). Queste fiabe hanno però avuto l’importante ruolo di avvicinare i bambini alla paura e alla possibilità di affrontarla.

Input minacciosi non provengono solo dalle fiabe, ma anche dalla quotidianità, attraverso i dialoghi dei genitori, dalla televisione, ecc. (Comer & Kendall, 2007 per una review).
Alcuni ricercatori si sono posti la domanda se tali tipi di input contribuiscano a generare paure ed angosce infantili. Muris e Field hanno passato in rassegna gli studi sulle paure e fobie infantili, focalizzandosi sulla loro genesi. Quella della paura è un’emozione, il cui funzionamento è stato spiegato da diversi modelli.

Le paure infantili non devono essere sottovalutate dai genitori, infatti, le fobie rappresentano una manifestazione estrema di queste paure (Craske 2003; Muris 2007).  Dietro la fobia c’è un’angoscia non altrimenti gestibile, se non tramite l’evitamento e il controllo dell’oggetto fobico.

Le diverse ricerche sull’argomento si sono focalizzate su tre principali vie di acquisizione della paura.

  1. Condizionamento classico. Dimostrata da Watson e Rayner con un esperimento del 1920, nel quale presentarono uno stimolo neutro (un topino bianco) a un bambino piccolo e lo associarono ad uno stimolo che faceva sussultare di paura il bambino stesso (un forte rumore). Gli presentarono i due stimoli in associazione più volte, finché il bambino non cominciò ad avere paura anche del topino, che aveva associato al forte rumore.
  2. La seconda via è quella dell’apprendimento vicario (Askew & Field, per una review). In pratica osservando le paure di una persona, il bambino le apprende (es. genitore fobico dei cani e bambino che ha paura dei cani).
  3. La terza via è quella della trasmissione verbale dell’informazione minacciosa. L’idea alla base di questa terza modalità di instillazione della paura, è che il bambino diventi pauroso quando sente o legge informazioni che possono rappresentare un pericolo o avere altre connotazioni negative (Rachman, 1977, 1991). I media sono un importante veicolo di informazioni per i bambini, anche di informazioni minacciose.

Oltre alle ricerche che si sono focalizzate sul persistere in età adulta di un ricordo infantile di paura associato a qualcosa visto in televisione (Harrison & Cantor, 1999), alcuni studi hanno misurato la correlazione tra tempo passato davanti la tv o su internet dei bambini e sensazione di essere vulnerabili alle minacce del mondo esterno. Non è stata trovata nessuna correlazione significativa.

Un interessante ricerca di Hoven e collaboratori (2005) ha esaminato la presenza di Disturbo Post Traumatico da Stress (DPTS) in bambini che non erano stati testimoni diretti dell’attentato de l’11 settembre 2001, ma lo avevano visto in televisione. E’ emerso che il 18.2% dei bambini che hanno assistito all’evento in televisione presentano sintomi post-traumatici, ansiosi o depressivi. In un’altra ricerca (Otto et al., 2007) è emerso che la presenza di DPTS non è maggiormente presente in bambini con precedente sintomatologia ansiosa e depressiva, o con una storia psichiatrica familiare. Il maggior predittore risulta invece essere la quantità di tempo passata di fronte alla televisione mentre trasmetteva notizie sull’attentato, ma solo per i bambini fino ai 10 anni di età.

I numerosi studi esaminati nella rassegna si Muris e Field (2010) sostengono, quindi, l’ipotesi che le informazioni verbali acquisite tramite il contesto ambientale ed i media siano correlati alla presenza di paure infantili, che costituiscono la base delle fobie adulte.

Quello che vedono e sentono alla televisione, nonché i discorsi dei genitori, possono quindi risultare intrusivi e non elaborabili, soprattutto per i bambini fino a dieci anni. E’ importante non lasciare i bambini impreparati di fronte a questi stimoli, cercando di renderglieli comprensibili e gestibili.

Le fiabe aiutano il bambino proprio a gestire angosce a cui, altrimenti, non riesce a dare un nome. Le fiabe si muovono su un piano simbolico e preconscio. Non intrudono la mente del bambino, ma lo aiutano ad affrontare situazioni conflittuali e angoscianti. Permettono l’affiorare di sentimenti e angosce che altrimenti rimarrebbero sotterranee e non avrebbero modo di essere espresse. Attraverso l’identificazione con i personaggi il bambino riesce a liberarsi di sentimenti aggressivi e di impotenza. Il bambino proietta se stesso nel protagonista della fiaba e ne assume le caratteristiche, la fiaba non deve essere spiegata al bambino, perché questo potrebbe risultare intrusivo. E’ importante quello che la fiaba simbolizza nel suo preconscio. Attraverso la fiaba il bambino riesce a tradurre in immagine degli stati interiori che possono essere angoscianti e, attraverso l’identificazione con il protagonista, impara che possono essere superati.

Molte ricerche hanno dimostrato che la paura è molto comune in età infantile. I bambini possono aver paura di animali (cani, ragni, ecc.), di situazioni mediche (dottore, iniezioni, dentista, ecc.) o di condizioni ambientali (altezza, buio, ecc.). Mediamente i bambini mostrano da 2 a 5 di questo tipo di paure, ma c’è molta differenza tra una ricerca e l’altra circa il numero di paure che presenta mediamente ogni bambino. La maggior parte di queste situazioni sono benigne, ma in una piccola percentuale di bambini, questo tipo di paure nasconde problematiche ansiose più gravi. Da una ricerca di Muris e collaboratori (2000) emerge, infatti, che un bambino su 5 (22.8%) presenta, alla base di queste paure, un disturbo ansioso o fobico e che questi disturbi interferiscono significativamente con la loro vita quotidiana. Questi disturbi devono essere presi seriamente. Inizialmente i bambini hanno paura della separazione dai loro genitori e degli animali, dai 4 anni iniziano ad esplorare il mondo e anche la paura della separazione diventa non rilevante. In fase adolescenziale comincia ad assumere un’importanza primaria il contesto sociale e si innescano, quindi, le fobie sociali.

In definitiva, ad instillare paure e fobie, sembrano essere gli input non elaborabili dal bambino, non quelli che riesce a trasformare attraverso l’attività immaginativa della fiaba che può quindi aiutare a rendere digeribili vissuti interni non comprensibili.