Le origini della follia

L’origine della follia, o meglio della psicosi, si insinua nei primi processi relazionali. La precoce e prolungata distorsione delle prime relazioni emotive crea le premesse per un’alterazione della percezione della realtà psichica, che viene dissociata e sostituita da una costruzione fantastica (De Masi, 2006).
Attraverso la terapia analitica si favorisce nel paziente il funzionamento emotivo normale, in modo che possa capire la propria realtà psichica e quella dell’altro. E’ l’angosciante senso di impotenza, sin dall’età infantile, che spinge il paziente psicotico a sovvertire l’organizzazione del proprio pensiero.

E’ qualcosa di altamente distruttivo, sostiene De Masi, che si insinua in precocissima età nello sviluppo della propria capacità di pensare e di percepire le emozioni. Infatti, il bambino ha bisogno della capacità di contenimento materna. La madre deve essere in grado di percepire e dare senso all’esperienza emotiva del bambino, sin dalla sua nascita. Se il bambino non cresce in un ambiente con un’adeguata capacità di contenimento, non riesce a trasformare l’angoscia derivante dalle prime esperienze di frustrazione o sovrastimolazione.
Il nucleo psicotico, che ha iniziato a costruire la sua tela sia dalla primissima infanzia è già presente seppur silente. Solitamente è un qualche evento esterno che ne favorisce la slatentizzazione (cioè da latente diventa manifesto), ma non è tale evento a causare la psicosi.

La sola terapia farmacologia non è sufficiente. Attraverso la psicoanalisi, un paziente con nucleo psicotico ha la possibilità di elaborare l’esperienza infantile che ha reso possibile tale vulnerabilità. Non è solo una questione di biochimica celebrale, sono infatti le precoci esperienze mentali ed emotive che alterano tale biochimica e solo la trasformazione di tale fatti psichici ed emotivi può fornire una reale via di uscita dalla malattia.

 

Walking the path di Amin Shahverdi

 

Un bellissimo video che partecipa al concorso video del prossimo convegno IPA, che si terrà a Buenos Aires dal 25 al 29 luglio.

Attraverso queste immagini è possibile percepire la profondità del lavoro psicoanalitico e il rapporto analista-paziente nella seduta di analisi.

Quest’anno il titolo del convegno è Intimacy. L’intimità, la conoscenza profonda, che si ha nel rapporto analitico con i pazienti in tutte le sue sfumature.

 


Programme Committee
Maureen Murphy, Chair, (North America)
Ronnie Shaw, Co-Chair, (North America)
Alfonso Pola, Co-Chair, (Latin America)
Pedro Gil, Co-Chair, (Europe)
Isabel Ugarte da Silveira, (IPSO Vice-President for Latin America)
Alexandra Billinghurst, (IPA Vice-President)

Local Arrangements Committee
Jeanette Dryzun, Co-Chair, APA
Liliana Pedrón, Member, APA
María Cecilia Andrade, Member, APA
Laura Orsi, Member, APA
Inés Vidal, Co-Chair, APdeBA
Mónica Cardenal, Member, APdeBA
Haydée Zac, Member, APdeBA
Daniel Biebel, Co-Chair, SAP
María Haydée Cantelli, Member, SAP
Sodely Páez, Member, SAP

Relazione perversa: come individuarla

 

relazione-perversa

Sandra Filippini nel suo bellissimo libro “Relazioni perverse” del 2005 si occupa ampiamente di questo tipo di relazione patologica. Sono relazioni in cui non si ha una relazione tra due individui nel loro complesso, ma tra loro parti. La relazione non si basa primariamente sull’affetto, ma sul potere.

Sono relazioni in cui i membri della coppia spesso non si rendono conto della problematicità del proprio rapporto. L’altro viene usato dal perverso relazionale per sostenere la propria autorità e la propria autostima. I perversi relazionare sono caratterizzati dalla estrema naturalezza con cui manipolano fatti e persone.

Ci possono essere due scenari che caratterizzano l’inizio della relazione perversa:

  • All’inizio della relazione la compagna si sente in qualche modo parte del mondo grandioso del perverso, si sentono una “coppia speciale”.
  • Oppure può essere la compagna ed essere considerata grandiosa e invidiabile. Lui la mette sul piedistallo e lei ci sta volentieri.

Gradualmente avviene un cambiamento ed emergono sempre più marcati i fattori sottostanti:

  • Maltrattamento – fisico e/o psicologico.
  • Isolamento – gradualmente la vittima si allontana da amici, parenti e dal proprio ambiente sociale.
  • Senso di colpa/Inadeguatezza – la vittima non si sente all’altezza del compagno.
  • Denigrazione/Umiliazione – il maltrattante attua comportamenti e comunicazioni atte a denigrare l’altro.

In questo tipo di relazioni c’è un uso sistematico della violenza psicologica, attuata attraverso il controllo e il dominio dell’altro.  Il maltrattamento psicologico avviene attraverso il controllo e l’intrusione delle frequentazioni e delle attività del partner e spesso del denaro.

A livello non consapevole, lo scopo del maltrattante è ottenere il controllo dell’altro, negandone l’autonomia. Non può vivere l’altro come persona separata da se stesso.

Il partner che diventa la vittima non si accorge inizialmente dell’aspetto patologico della relazione, perché è catturato dalla grandiosità del perverso-narcisista.

La vittima gradualmente comincia a dubitare di se stessa, della propria capacità di vedere la realtà. Il perverso relazionale, infatti, impone la propria verità a cui il partner si adegua, confermandola.

Il perverso cerca nell’altro l’immagine ideale di Sé, si appropria della sua autostima, della fiducia in se stessa, per incrementare il proprio valore. In realtà il perverso invidia la donna e nega il proprio senso di vuoto e mancanza.

Solitamente a livello psicopatologico, il perverso relazione si colloca in quadri di disturbi di personalità narcista, borderline o antisociale.

 

 

 

Cosa significa “fare un’analisi”?

ruota-che-gira

Fare un’analisi non è mai una questione semplice. Neanche proporre un’analisi lo è. Si chiede alla persona di impegnarsi per anni. Impegnarsi dal punto di vista emotivo, economico, spazio-temporale, ecc.

La psicoanalisi risulta di aiuto quando uno pensa di aver fatto tutti gli sforzi per contrastare uno schema che tende a ripetersi e che influenza negativamente la qualità della propria vita. Evidentemente quello di cui siamo consapevoli, quello che sappiamo già su noi stessi, non aiuta o non è sufficiente a modificare questi pattern di funzionamento. Possiamo rassegnarci dicendo che “siamo fatti così” oppure possiamo cercare di capire cosa a livello inconscio influenza la nostra mente, condannandoci a ripetere sempre lo stesso schema di funzionamento.

Perché la psicoterapia non basta

I clinici hanno sviluppato la terapia comportamentale per focalizzarsi su i comportamenti indesiderati della persona. La terapia comportamentale si focalizza quindi sugli aspetti coscienti e su quello che il paziente stesso individua come un problema. L’assunto alla base di questo tipo di trattamento, è che l’individuo apprende per condizionamento, cioè attraverso l’associazione del comportamento con rinforzi positivi (premi) e rinforzi negativi (punizioni). La terapia CBT (cognitivo-comportamentale) inserisce l’influenza dei processi di pensiero. Anche questo tipo di terapia si focalizza sugli aspetti consci della mente, su come i nostri pensieri consapevoli influenzano il comportamento. Questi trattamenti sono brevi, focalizzati su quelli che consideriamo aspetti disfunzionali del nostro comportamento o del nostro pensiero. La ricerca ha però dimostrato che i risultati non sono a lungo termine.

La psicoanalisi si focalizza su quello che il paziente non riesce a vedere da solo.

Analisi interrotte

Ci sono pazienti che si sentono speciali per il fatto di poter fare l’analisi. Lo sono. Fare un’analisi è un qualcosa di speciale, che non tutti fanno e che non tutti possono fare. Se nel corso dell’analisi non si riesce a trasformare questa motivazione, sono analisi verosimilmente destinate a fallire entro il primo-secondo anno.

Sono pazienti che non vengono in analisi per cambiare, ma per sentirsi “nel giusto”. Pazienti che hanno un bisogno narcisistico di sentir confermato il proprio modo d’essere e che si oppongono alla possibilità di cambiamento.

Pazienti che non vogliono diventare consapevoli di se stessi, delle proprie dinamiche psichiche e dei meandri più oscuri della propria personalità. Non chiedono la verità su se stessi e sulle proprie relazioni fallimentari, chiedono di imporre la propria verità. Deve diventare vero, quello che loro affermano sia vero.

Andare in analisi per uno  o due anni, o andarci per due volte la settimana, non è fare un’analisi, è avere la possibilità di cosa annusare cosa sia l’analisi.

Analisi di successo

Quello che non riusciamo a capire da soli di noi stessi, in analisi è considerato essenziale. Un trattamento analitico richiede pazienza. E’ un lungo viaggio che offre un tempo e uno spazio che non si possono trovare altrove. E’ un luogo dove entrare in contatto con noi stessi in modo autentico e, quindi, anche con aspetti sgradevoli  o minacciosi.

Se ci accorgiamo che, nonostante i nostri sforzi e le nostre strategie, ripetiamo sempre la “stessa scena del film”, come se girassimo su una ruota che ci presenta periodicamente sempre lo stesso scenario, è l’ora di intraprendere un’analisi.