Covid-19: Perché ognuno di noi mette in atto comportamenti irresponsabili?

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Ci troviamo una situazione a cui nessuno di noi era preparato, qualcosa che guardavamo nei film dispotici e che relegavamo in quell’area della nostra mente dove ha sede il fantasy, la possibilità di immaginare scenari che sappiamo non potranno mai realmente accadere. Che stanno però accadendo.

“Dal punto di vista psicologico ci troviamo in uno stato di emergenza quando capiamo che la nostra vita, la nostra sopravvivenza, è a rischio, o quando capiamo che è a rischio la vita delle persone a cui vogliamo più bene, il nostro coniuge o i nostri figli”
(APA, 1994).

La percezione di uno stato di emergenza dipende principalmente da due fattori:

1- antecedenti individuali (età, tolleranza allo stress e al dolore fisico, ecc.)

2 – valutazione cognitiva ed emotiva dell’evento e delle risorse disponibili per fronteggiarlo.

Quando ci troviamo in stato di emergenza non ragionavo come di consueto, ma usiamo delle euristiche, cioè dei percorsi semplificati di ragionamento. Uno dei fenomeni a cui stiamo assistendo in questa situazione di Covid-19 è quello della responsabilità diffusa.

Quando siamo in una situazione di pericolo, o vi assistiamo, per agire dobbiamo sentire di non essere sostituibili da qualcun altro e dobbiamo sentirci in grado di fare qualcosa. Altrimenti pensiamo che è sempre qualcun altro quello che deve agire o che dovrebbe agire in un modo diverso. E’ quello a cui assistiamo oggi. Tanti sembrano cercare continuamente la responsabilità dell’altro nella diffusione del contagio (runner, cani, anziani, passeggiate, bambini che giocano all’aperto), invece di focalizzarsi sui propri comportamenti.

Uno dei bias cognitivi in stato di emergenza conduce a ritardare la fuga dal pericolo se ci troviamo in un ambiente familiare. In questo modo, a casa o con i nostri familiari possiamo non avvertire il pericolo. Nella situazione attuale, si traduce in comportamenti di scarsa responsabilità con i propri familiari, che non sono percepiti come fonte di pericolo. Per questo assistiamo ancora a nonni usati come baby sitter, mentre noi andiamo al lavoro, o a pranzi di famiglia clandestini. Non percepiamo la nostre presenza, o quella dei nostri figli, come un rischio per i nostri cari e viceversa.

Il pericolo oggettivo e l’effettiva percezione del rischio possono, infatti, avere connotazioni diverse.  Mentre il pericolo è oggettivo, la percezione del rischio è soggettiva e dipende dalla probabilità che attribuisco all’oggetto/evento di essere una fonte di danno per me o i miei cari. Dipende dalla vulnerabilità che mi attribuisco. Quindi, anche se gli esperti valutano il rischio su base statistica e probabilistica, la gente comune valuta il rischio in base all’esperienza e alla cultura condivisa che, a sua volta, si basa sulla difficoltà a tollerare l’incertezza degli effetti del pericolo.

A livello generale, la percezione del rischio risente di 3 fattori:

  1. FATTORE TECNICO-INFORMATIVO, cioè le informazioni a disposizione delle persone per poter valutare il rischio.
  2. FATTORE POLITICO, soggetto a strumentalizzazione da parte di singoli o gruppi.
  3. VALORI DI RIFERIMENTO, identificazione con il punto di vista di persone di riferimento.

Una corretta percezione del rischio dovrebbe essere maggiormente influenzata dal primo fattore.  Purtroppo non è così e l’organizzazione delle misure preventive e di contenimento non tiene conto della variabilità delle reazioni umane.

Per questo motivo è pericolosa la mancanza di unità politica, da parte degli esponenti politici di riferimento, in caso di un’emergenza pandemica come quella che stiamo attualmente vivendo. Perché le persone si identificano con il punto di vista di chi considerano autorevoli soggettivamente, anche se non sempre ne sono consapevoli.

Starr, nel 1969, è stato il primo a porsi una domanda fondamentale: “Quali sono le variabili che entrano in gioco e che fanno sì che la popolazione esprima dei giudizi sui rischi difformi da quelli degli esperti?”.

Sono state individuate diverse variabili:

  1. Familiarità con la situazione.
  2. Controllo della situazione.
  3. Gravità ed immediatezza delle conseguenze.
  4. Principio di equadistribuzione.
  5. Fonte artificiale o naturale del rischio.
  6. Numero delle persone esposte.
  7. Orrore che provoca.

Di questi fattori, quelli che entrano maggiormente in gioco nella situazione di emergenza attuale sono:

1. FAMILIARITA’

I pericoli quotidiani sono ignorabili come se fossero rari e poco probabili. Per questa ragione, in questo periodo vediamo persone accanirsi contro i runner, che potrebbero infortunarsi ed aver bisogno del pronto soccorso, anche se è probabilisticamente più facile farsi male all’interno delle mura domestiche. Non è sentito, invece, altrettanto pericoloso affidare i bambini ai nonni anziani, in quanto è una situazione che rientra nella quotidianità della maggior parte delle persone. Non percepiamo pericolose quelle azioni a cui siamo abituati, come andare a fare la spesa, fermarsi a parlare con il conoscente che incontriamo per strada, far giocare i bambini tra di loro, ecc. E’ lo stesso meccanismo che, in situazioni di normalità, conduce a percepire l’aereo come più pericolo dell’automobile.

2. CONTROLLO DELLA SITUAZIONE

Se sentiamo di poter controllare la situazione (come i fumatori che pensano di poter smettere quando vogliono), apparirà meno rischiosa. Nella situazione attuale, se percepiamo noi stessi come in grado di controllare la possibilità di contagio, anche in situazione di interazione sociale, allora non ci sentiremo in pericolo. Per questo motivo, alcuni dicono che l’uso della mascherina conferisce un falso senso di sicurezza, perché non siamo totalmente protetti, ma la nostra percezione potrebbe essere diversa.

3. IMMEDIATEZZA DELLE CONSEGUENZE

Se il pericolo mostra le sue conseguenze in un lasso di tempo breve, allora la percezione del rischio sarà maggiore. Nelle regioni meno colpite, infatti, il pericolo viene è percepito più lontano, sia nel tempo che nello spazio. Come qualcosa che potrà arrivare, ma ancora non è un rischio reale. E’ quello che ha condotto, probabilmente, gli altri Stati del mondo a non approfittare del vantaggio dato dall’esempio della precedente esperienza italiana.

4. ORRORE CHE PROVOCA

Ogni situazione critica suscita emozioni, più queste si avvicinano a limiti dell’orrore, più aumenta il senso di angoscia e la percezione del rischio. Probabilmente, quello che ha avvicinato le persone ad una più corretta percezione del rischio è l’idea di poter morire in solitudine, o che possa succedere ai propri cari. Si susseguono, infatti, storie di persone che hanno visto per l’ultima volta il loro genitore o nonno, nel momento in cui sono stati lasciati al pronto soccorso, per poi avere notizia della loro morte dovendo anche rinunciare al rito funebre

La percezione del rischio ha, quindi, sia una valenza cognitiva (le informazioni che ho) che una valenza emotiva (le emozioni che mi scatena). L’informazione è una componente fondamentale nel processo di razionalizzazione del problema. Di fronte al pericolo si ricercano informazioni, essere informati ha solitamente un aspetto positivo nella possibilità di controllo dell’ansia, perché essere informati e sapere quali siano i comportamenti da seguire, dà un sensazione di maggiore controllo.

IL PANICO DI MASSA

Abbiamo assistito a situazioni di panico di massa in seguito ad alcuni dei primi decreti restrittivi: fughe notturne verso il sud Italia e accaparramento dei viveri.

Si tratta di un comportamento collettivo in cui le capacità di giudizio e ragionamento sono deteriorate, in cui vi sono forti emozioni di paura e in cui vi è un comportamento che può degenerare in azione auto ed etero distruttive. E’ il risultato dell’incapacità dell’individuo di controllare la propria paura.

E’ favorito da 4 fattori:

  1. Una precedente situazione di ansietà diffusa
  2. Mancanza di una leadership autorevole che sappia dare indicazioni chiare
  3. Percezione di assenza di una via di uscita
  4. Un fattore precipitante per l’ansia (es. senso di impotenza).

Se si verificano queste quattro condizioni, avremo una reazione di panico.

 

 

 

 

 

Uso dei Social Media e salute mentale

 

Contrariamente a quanto spesso ipotizzato, un maggior uso dei social media non è significativamente correlato ad un peggioramento della salute.

In una recente metanalisi è emerso che la correlazione tra uso dei social media e salute mentale è molto bassa. Solo, infatti, lo 0,4% della varianza è spiegata dall’uso dei social media.

In altre ricerche emerge come sia l’uso che si fa dei social media ad essere correlato alla salute mentale.  I social media possono, infatti, essere usati in modo attivo o passivo. Quindi non è necessariamente il tempo speso sui social media ad influire sul benessere psicologico, ma il modo in cui vengono usati.

Per capire quanto l’uso dei social media possa essere negativo per nostro figlio, possiamo iniziare esaminando l’uso che ne fa. Sapete che vostro figlio ha un profilo su Istagram o Facebook, su cui però non sembra essere molto attivo. Questo vi potrebbe far pensare che usi limitatamente i social media e che ne faccia, quindi, un uso più sano. E’ davvero così?

L’uso dei social media deve essere consapevole, intenzionale ed attivo.

Il modo opposto di usare i social media e rimanendo nascosti, osservando la vita di amici, conoscenti e sconosciuti. Senza interagire, ma osservando passivamente.

Da alcune ricerche emerge che l’uso attivo dei social media riduce la sintomatologia psicopatologica del 15% in chi ne fa un uso attivo, mentre l’uso passivo incrementa del 33% la sintomatologia depressiva.

Ovviamente, l’uso che uno fa dei social network non è altro che la manifestazione di altri aspetti della propria personalità e, talvolta, delle proprie fragilità.

 

 

Perchè alcuni genitori continuano a sculacciare i propri figli?

bambino picchiato

La prima cosa cosa da dire è che “sculacciare” è solo un eufemismo di “picchiare“.

Negli Stati Uniti, nonostante i genitori che usano la punizione fisica siano in continuo decremento, più del 65% degli adulti è favorevole a sculacciare i bambini. Gli uomini più delle donne (Child Trends Data Bank, November, 2015). Quest’indagine è stata effettuata tramite questionari self-report. Nel caso in cui alle madri sia stato chiesto di indossare un registratore, è stato evidenziato come, in realtà, picchiano i figli un numero di volte doppio rispetto a quello riportato nel questionario self-report.

Questo metodo punitivo continua ad esistere seppur la ricerca abbia dimostrato che porta a danni maggiori, rispetto ai possibili vantaggi.

Murray Strauss, in una rassegna del 2014 dove ha sintetizzato centinaia di ricerche sull’argomento, ha evidenziato come la punizione fisica sia associata  a:

  1. una relazione carente genitore-figlio
  2. violenza domestica
  3. comportamento criminale sia da bambini che da adulti
  4. abuso di droga
  5. depressione
  6. abuso sessuale
  7. abuso fisico
  8. bullismo.

I motivi per cui, nonostante si sappia che non sia giusto, i genitori continuano a perpetrare punizioni fisiche ai propri figli possono essere diverse: senso di impotenza, volontà di controllo e dominio, rabbia, desiderio di supremazia, paura della propria autosvalutazione, vergogna.

Sono genitori che passano più facilmente all’azione per mancanza di una reale autorevolezza e, in alcuni casi, siccome si vergognano questa loro mancanza generale, la fanno scontare ai figli.

Sono genitori maggiormente ambivalenti versi i figli, provano amore, ma anche odio.

Cosa è invece importatne fare per educare il proprio figlio? Intanto, dobbiamo ricordarci che il principale veicolo educativo è l’esempio. Come ha evidenziato lo psicoanalista John Gedo nel 2005, il processo di identificazione e internalizzazione è il fattore più impotante nella formazione del carattere e nella costruzione della salute psicologica. Il genitore deve parlare e agire come vorrebbe che facesse il figlio. 

E’ importante che il bambino apprenda a capire e, quindi, nominare le proprie emozioni. L’autoconsapevolezza del proprio funzionamento è un importante fattore nella capacità di autoregolazione e decision-making.

Negli studi di psicologi e e psicoterapeuti arrivano spesso bambino il cui principale problema è il comportamento dei genitori o che non gli è stato favorito lo sviluppo di una buona funzione riflessiva.

Perché l’analisi richiede tanto tempo?

durata psicoterapia

In un articolo divulgativo apparso su PsychologyToday, Jane S. Hall spiega come mai ci voglia così tanto tempo per un trattamento psicoanalitico. Lo spiega raccontando la storia di Ann, una sua paziente.

Per arrivare alla radice dei problemi emotivi ci vuole tempo. Una psicoterapia che si prefigge di arrivare alla radice dei problemi, non può essere di breve durata. Hall, ci racconta brevemente la storia di Ann, per evidenziare come, con le nostre attuali problematiche, non si possa lavorare prescindendo dalla comprensione della nostra storia di vita.

Ann racconta al suo analista di una conversazione avuta al ristorante con una sua amica. L’amica le chiedeva come fosse possibile che lei avesse deciso di andare da uno strizzacervelli, addirittura per quattro volte la settimana. Lo sbigottimento dell’amica, è una sensazione molto comune a chi non sa veramente quale siano le peculiarità del lavoro analitico.

Il punto è che il trattamento psicoanalitico richiede tempo.

Ann è arrivata in analisi intorno ai 30 anni, ma i suoi problemi sono in realtà cominciati nell’infanzia. Suo padre morì in un incidente d’auto quando lei aveva 5 anni. Questa perdita, tragica ed improvvisa, ha condizionato la sua vita sotto molto aspetti ma, principalmente, Ann ha sviluppato un’intensa paura della perdita. Ha sviluppato un carattere ed una personalità condizionati da quell’esperienza. Per anni ha avuto problemi ad andare a scuola e a separarsi dalla madre. La paura della perdita le ha causato problemi a legarsi ad altre persone. Non è che Ann avesse fatto una scelta cosciente di evitare le relazioni, ma una forza inconscia, una difesa, agiva per proteggerla da un possibile trauma futuro, dal ripetersi di un’esperienza traumatica già vissuta in passato.

Le nostre difese albergano nel nostro inconscio e ci proteggono dall’esperire situazioni dolorose che abbiamo già provato in passato. I meccanismi di difesa sono adattivi nel momento in cui si formano, ma possono diventare un problema con il passare del tempo. Se a vent’anni continui a camminare con le scarpe di quando ne avevi cinque, avrai dei problemi. Non è però sempre facile e possibile cambiare tipo di scarpe, se sono quelle che abbiamo sempre usato, senza l’aiuto di qualcuno.

Ann ha imparato a non legarsi alle persone, pur non essendo consapevole della sua paura della perdita dell’altro. In qualche modo, questa difesa l’ha aiutata. Essendo molto empatica, riesce ad identificarsi con persone ferite e vulnerabili. Si butta in situazioni pericolose che altri semplicemente eviterebbero ed evita qualsiasi sensazione di dipendenza dall’altro. Tutto questo l’ha portata ad avere successo nel lavoro.

Si trova, però, ad avere sempre relazioni sentimentali che le portano sofferenza, ad esempio con uomini sposati, ed è per questo che decide di chiedere aiuto.

Ha provato una terapia cognitivo-comportamentale, il terapeuta le dava dei compiti da svolgere e suggerimenti, ma dopo un anno in cui niente era veramente migliorato, si è rivolta ad uno psicoanalista.

Perché la psicoanalisi può aiutarla?

Quando Ann ha iniziato la psicoterapia psicodinamica non c’erano indizi sull’origine delle sue problematiche, ma ha inziato a parlare, due volte la settimana, ed il quadro ha cominciato a prendere forma. Più andava avanti nella psicoterapia, più svilupppava un attaccamento e un senso di collaborazione con l’analista. Era come essere in viaggio con una guida veramente competente.

Procedendendo avanti e dietro nel suo viaggio tra passato e presente, Ann comincia ad accogliere emozioni che tendeva a respingere. Aumenta il numero di sedute settimanali e comincia a lavorare più profondamente. Comincia anche una nuova relazione, questa volta basata su attrazione e fiducia repricoci. E’ come se la relazione con il suo analista si fosse estesa al di fuori della stanza di analisi. Capisce come le sue ansie attuali siano legate a paure antiche. Tutto comincia ad avere un senso.

Se una persona è insodisfatta, inibita o semplicemente triste, ci sono sempre delle ragioni. Ann ha scelto di andare alle radici del problema, scegliendo di intraprendere un trattamento psicoanalitico che, per il percorso descritto, non può che essere lungo e con un’alta intensità di sedute.

 

 

 

 

 

Tra permalosità e paranoia

Permalosità

 

Vi è mai capitato che un amico, sorprendentemente, vi rivelasse dei considerazioni su voi stessi, sul vostro comportamento o sui vostri pensieri? Considerazioni che sembrano perfettamente plausibili, ma che vi fanno sentire come se ci fosse un sostanziale fraintendimento, una trasmutazione della vostra vera natura? Probabilmente vi trovate di fronte ad una personalità paranoide.

A qualsiasi psicologo capita di avere pazienti che quando raccontano del rapporto con amici, familiari, compagni, tendono a interpretare i loro comportamenti come guidati sempre da un’intenzionalità malevola nei loro confornti. Qualcosa che a loro sembra lampante, ma per n oi  non è così.

Il paranoico ha vissuti di irritabilità e aggressività, ma li proietta sugli altri.

In generale, proiettano odio, invidia, vergogna, disprezzo, disgusto e paura. Sentimenti che denegano.

I temi proiettati solitamente riguardano:

  • l’ostilità, cioè la convinzione di essere perseguitati
  • la dipendenza, in particolare la sensazione di essere deliberatamente resi dipendenti
  • l’attrazione, quindi, la convinzione che gli altri abbiano mire sessuali su di loro o su qualcuno a loro vicino. 

Sia il narcisista che il paranoico sperimentano alte dosi di vergogna e invidia, ma il narcisista, a differenza del paranoico, ne è consapevole. Il paranoico, invece, ricorre in maniera massiccia a diniego e proiezione, di cui non ne è assolutamente consapevole. L’essenza della personalità paranoide è proprio la tendenza ad attribuire all’altro qualità negative proprie, che vengono denegate e proiettate. Quelle caratteristiche che non può riconoscere come proprie, le vive come minacce esterne. Percepisce come esterno a sé, ciò che è interno.

Spende le proprie energie a sventare presunti tentativi degli altri di umiliarlo e svergognarlo. Tentativi che sono un’interpretazione errata della realtà. Il paranoico, infatti, non vede comportamenti che non ci sono, ma gli dà un’altra interpretazione e una diversa intenzionalità da quella reale.

In terapia sono difficili da trattare perché sono totalmente focalizzati sulle motivazioni altrui, piuttosto che sulla natura de Sé. Il paziente reinterpreta le interpretazioni dell’analista, che vive un altro livello di frustrazione a causa dei continui fraintendimenti.

Ovviamente, ci possono essere diversi livelli di gravità della personalità paranoide, che vanno su un continuum dal livello psicotico a quello normale. Non fidandosi dell’altro, il paranoico ad alto funzionamento arriva in terapia solo per situazioni gravi, per cui non può fare a meno di cercare un aiuto professionale. I più disturbati si convincono di soffrire a causa di altri, quindi possono diventare anche pericolosi.

  • Il paranoico psicotico sviluppa veri e propri deliri, ad esempio che qualcuno stia provando ad ucciderlo. Proietta aspetti disturbanti del Sé ed anche se queste proiezioni possono apparire folli agli occhi degli altri, il paranoico psicotico si convince di essere l’unico a rendersi conto di una determinata minaccia.
  • il paranoide borderline costringe sottilmente l’altro a provare ciò che lui prova e denega (identificazine proiettiva). Ad esempio, in analisi proietta i suoi atteggiamenti rifiutanti. Le interpretazioni dell’analista vengono prese dal paranoico come tentativi dello stesso di umiliarlo. Alla fine l’analista arriva davvero ad odiarlo.
  • I paranoici nevrotici proiettano, ma in modo egodistonico, per cui sono pronti a riconoscere come proiezioni quello che tendono ad esteriorizzare.

La paranoia è una combinazione di paura e vergogna. Paura di essere danneggiato dall’altro e vergogna denegata e proiettata. Per il paranoico gli altri hanno l’intenzione di umiliarlo e deve quindi stare continuamente in guardia.

Spesso i paranoici psicotici provengono da famiglie in cui il bambino era il bersaglio delle proiezioni degli adulti e, per questo, criticato. Il bambino non ha la sensazione di essere capito, ma paura e vergogna per i propri sentimenti. A fronte di un genitore sentito minaccioso, non c’era nessuno che aiutasse il bambino ad elaborare e normalizzare ii suoi vissuti. Possono avere storie segnate da vissuti di vergogna e umiliazione.

Anche se i paranoici hanno in comune con gli psicopatici tematiche di potere e acting out, contrariamente a questi hanno la capacità di amare sinceramente l’altro, anche se tormentati dal sospetto.

Il Sé del paranoico può essere o impotente e umiliato o onnipotente, vendicativo e trionfante. L’immagine di sé è una tensione tra queste due immagini, tra terrore del disprezzo da un lato e senso di colpa dall’altro. Quindi vivono in un continuo stato d’allerta alla ricerca di segnali minacciosi. Il loro lato grandioso si esprime nel pensare che tutto sia sempre riferito a loro stessi.

Spesso il terapeuta viene tranferalmente percepito come sconfermante e fonte di umiliazione. Il controtranfert può essere spesso ostile. Generalmente sono pazienti molto bisognosi, ma anche molto ostili verso il terapeuta e la terapia. Avere a che fare con un paranoico, genera spesso un senso di impotenza nell’analista.

Non è facile instaurare una buona alleanza terapeutica. Quando arriverà ad avere fiducia del terapeuta, vorrà dire che l’analisi ha avuto buon esito.

Analizzare difese, proiezione, diniego, non fa che peggiorare l’uso di tali difese. E’ molto difficile lavorare con questo tipo di pazienti. Con i paranoici è bene non sottrarsi dal rispondere alle loro domande, pur mantenendo il limiti del setting.

Il terapeuta può utilizzare il proprio controtranfert per comprendere il sentimento primario alla base del nucleo paranoico. Il paziente proietta nel terapeuta sentimenti e atteggiamenti non riconosciuti, in questo modo il terapeuta può capire, ad esempio, cosa nasconde la rabbia del paziente e restituirlo al paziente in modo più comprensibile. Se si forniscono interpretazioni alternative al delirio paranoide il paziente può sentirsi respinto e disprezzato, andando a rafforzare l’idea paranoica. Inoltre, proprio perché cerca continuamente significati reconditi dietro i comportamenti, anche del terapeuta, è importante mantenere il setting ed essere coerenti.

 

 

 

 

 

Alla ricerca di una strategia

mental strategy

Diversi anni fa, ero all’inizio della mia attività di psicologa e psicoterapeuta, ricevetti la richiesta di un appuntamento via email. Era uno dei miei primi appuntamenti con un potenziale paziente. Si presentò un giovane uomo, apparentemente sicuro di sé. Mi aveva scelta, pensai, perché il mio studio era poco lontano da casa sua ed inoltre, a quel tempo, ero una dei pochi psicologi fiorentini presente sul web. Era un giovane uomo di successo, abituato a gestire situazioni lavorative complesse, ma in evidente difficoltà sul piano personale e familiare.

Mi chiese “una strategia” per risolvere pesanti angosce personali. Era già in cura farmacologica con antidepressivi e ansiolitici.

Quella parola, “strategia”, mi colpì molto. Mi vedeva come una professionista esperta in strategie. Pensai che di strategie ne sapevo poco, che anzi, i pochi studi di PNL che avevo fatto, mi avevano portato a ripudiarle come comportamenti manipolatori per menti poco brillanti.

Mi chiesi cosa intendesse quest’uomo così brillante con strategia. Qualcosa per ingannare la propria mente? Qualcosa di consapevole in grado di ingannare le risposte automatiche del nostro cervello che portano ad un attacco di panico? Le risposte automatiche sono inconsce, pensai che cercasse una strategia da usare consapevolmente per ingannare qualcosa di inconscio. Mi stava chiedendo la bacchetta magica.

Esistono terapie che si prefiggono di “ingannare” la risposta psicopatologica, ma la psicoanalisi non è una di queste. L’inganno attuato dalla strategia ha sempre un’efficacia limitata nel tempo, perché le ragioni per cui il sintomo psicopatologico si era creato, permangono.

Ero (e sono!) talmente entusiasta dell’effetto trasformativo profondo del trattamento psicoanalitico che non esitai a proporgli un’analisi a quattro sedute settimanali. Perché non avrebbe dovuto accettare? Aveva tempo libero, disponibilità economiche, voleva risolvere i suoi problemi. Rifiutò. Adesso capisco che avevo agito la sua angoscia claustrofobica proponendogli un percorso da cui si sentiva troppo vincolato. La sua richiesta era un’altra, non era quella di lavorare su se stesso e sulle proprie fragilità.

Mi dispiacque molto, non solo perché ero all’inizio della mia attività professionale, ma soprattutto perché pensai che era davvero un’occasione persa per quell’uomo. Avrebbe potuto vivere una vita veramente libera dalle proprie fragilità e, viste le capacità che aveva già dimostrato di avere, avrebbe potuto vivere la sua vita in modo ancor più libero e appagante.

Se dovete affrontare un discorso pubblico e questo vi provoca ansia, potete provare a frequentare un corso public speaking, ma conoscere le tecniche di comunicazione efficace e le relative strategie, non vi servirà se il vostro problema è più intimo e profondo. L’ansia che provate all’idea di parlare in pubblico riguarda la vostra autostima, che avete costruito durante la vostra infanzia nelle relazioni con gli altri. Se siete persone ansiose e siete terrorizzati dal giudizio degli altri, qualsiasi strategia apprendiate per gestire il problema, avrà un’efficacia per un lasso di tempo più o meno breve. Questo perché i motivi che avevano creato il sintomo ansioso, sono sempre lì, pronti per esprimersi nello stesso o in altri modi. Il sintomo è, infatti, il segnale di qualche nostra fragilità interna, qualcosa che a livello psicologico non siamo riusciti a costruire in modo completamente adeguato. Se troviamo una strategia per gestire il sintomo, non risolviamo ciò che l’ha causato ed è quindi destinato a ripresentarsi.

Stabilire un contatto visivo con un ipotetico interlocutore di riferimento, tenere in mano qualcosa di rassicurante, parlare con calma, non servirà se non affrontate l’origine dell’angoscia di non valere abbastanza.

CPF 11 maggio 2019 – Estensioni del metodo psicoanalitico

Sabato mattina presso La Colombaria di Firenze si sono confrontati autori e lettori su tematiche attuali del pensiero psicoanaliticio. Uno dei dibattiti ha tratto spunto dalla lettura del libro di Bastianini e Ferruta sull’estensione del metodo psicoanalitico, messo alla prova in contesti e situazioni cliniche diverse. Ne hanno discusso l’autrice Anna Ferruta e Gregorio Hautmann. Cosa significa estendere il metodo psicoanalitico? Estendere il metodo significa estendere il triangolo psicoanalitico con i suoi vertici FANTASIA, INTERPRETAZIONE e SETTING. Ampliare il metodo significa occuparsi di aspetti intrinseci, cioè di aspetti che riguardano l’identità dello psicoanalista. Anche se la psicoanalisi è spesso accusata di non essere in contatto con la realtà attuale, in realtà, sottolinea Anna Ferruta, la psicoanalisi non può che essere contemporanea per il suo essere “in contatto con il rumore del mondo che arriva all’analista tramite le libere associazioni“. Il setting garantisce uno stato di sospensione, ma non dissociazione, rispetto al rumore del mondo. La psicoanalisi, inoltre, non può che essere relazionale, in quanto nella stanza di analisi sono previste due persone, non è un processo solipsistico. Estendere il metodo, significa trasformarlo nel momento in cui entra in contatto con le realtà in trasformazione. In questa trasformazione, il setting coglie il bisogno di stabilità. Non è possibile rendere instabile ciò che deve essere stabile, ma è possibile un’estensione. Il setting deve essere rigoroso con ogni paziente, una volta stabilito, non può essere modificato.

Se il setting sono il numero di sedute, l’orario, i giorni, le modalità di intervento dell’analista, ecc., il metodo riguarda la creazione di un dispositivo in grado di mettere in atto un processo psicoanalitico. Riguarda, quindi, la relazione tra i diversi elementi psicoanalitici (analista/paziente, stabilità, inconscio, regolarità, ecc.), quegli elementi che fondano il processo psicoanalitico.

I capricci non esistono

Capricci bambino

Sigmund Freud è nato 163 anni fa, il 6 maggio del 1856, eppure i suoi scritti e le sue teorie sono sempre attuali. Freud ha teorizzato che l’uomo non ha il totale controllo dei propri pensieri e delle proprie azioni. Esiste un’attività mentale inconscia che influenza pensieri e comportamenti e il passato influenza le nostre azioni presenti. Oltre che per questo, tra le altre cose, Freud ha rivoluzionato la comprensione dei pensieri e comportamenti dell’uomo, in quanto ha postulato l’esistenza di meccanismi di difesa che l’uomo mette in atto nel tentativo di evitare pensieri e sensazioni negativi.

Molti delle teorizzazioni freudiane sono state confermate dalle scoperte neuroscientifiche degli ultimi anni. I meccanismi di difesa sembrano, infatti, avere a che fare con i meccanismi impliciti di regolazione emotiva.

Anche i bambini utilizzano meccanismi di difesa che, spesso, possono essere interpretati come capricci.

Cosa c’è dietro quel comportamento?

Un bambino comincia ad attuare comportamenti distruttivi e questo viene attribuito al suo carattere poco mansueto. Si cerca quindi di correggerlo con un comportamento più autoritario, attraverso punizioni sempre più severe, ma il comportamento non cambia.

Serve un ulteriore sforzo per cercare di capire cosa il bambino cerca di mascherare o trasformare con quel comportamento. Probabilmente c’è un’emozione da cui si vuole allontanare e che per lui è intollerabile. Il bambino preferisce agire, quindi manifestare attraverso il comportamento, il suo disagio piuttosto che sentirsi impotente.

Attraverso i neuroni specchio il bambino il bambino impara a riprodurre tono e funzionamento psichico dei genitori sin dalla nascita. I neuroni specchio, infatti, si attivano non solo quando viene prodotto un comportamento, ma anche quando viene soltanto osservato. Questo meccanismo sembra funzionare anche per le emozioni, ma solo quando quell’emozione è stata già sperimentata. Questo imprinting attraverso il rispecchiamento si basa su tutti gli input che provengo dell’altro: contatto fisico, sguardo, tono della voce, respiro, movimenti, ecc. In pratica, il bambino percepisce in modo inconscio molto di più dell’aspetto consapevole della relazione con l’altro.

Quello che il bambino percepisce, in modo consapevole o inconsapevole, della relazione con il genitore costituirà la base per tutte le relazioni future. Le relazioni infantili rappresentano lo stampo per le future relazioni adulte, non solo nei loro aspetti evidenti e consapevoli, ma anche per le loro caratteristiche inconsapevoli.

I capricci non esistono, quello che viene interpretato come un comportamento disadattivo, cattiva volontà o eccessiva ostinazione del bambino, è l’espressione di un bisogno profondo. Il bambino in quel momento sta cercando di evitare un dolore maggiore, sta mettendo in atto dei meccanismi di difesa in modo inconsapevole.

Anna Freud nel 1934 scrive che i meccanismi di difesa servono per proteggerci in modo istintivo, inconsapevole e automatico. Per cui è inutile rimanere sul piano del capriccio del bambino, perché non è quello di cui il bambino sta veramente parlando. Quello di cui il bambino ha bisogno è un genitore che capisca empaticamente l’origine della rabbia/collera che sottende il capriccio e che riesca a contenere e trasformare il dolore che il bambino sta cercando di evitare.

Per fare questo, il genitore deve essere sufficientemente sano psicologicamente ed empatico.

Genitori ansiosi: effetti sui figli

E’ difficile per un bambino crescere con un genitore ansioso. Spesso non sono genitori con una diagnosi ed il bambino spesso si rende conto solo da adulto del significato dei comportamenti e degli effetti della problematica genitoriale.
Crescere in un ambiente con genitori ansiosi significa crescere in un ambiente costrittivo e non pienamente libero.
Implicitamente o esplicitamente il genitore ansioso insegna che non è possibile fidarsi del prossimo e che prendersi dei rischi è pericoloso. Sono questi messaggi quotidiani che portano a relazioni difficili nell’età adulta. Relazioni in cui l’altro è inconsciamente percepito come giudicante e pericoloso.
Crescere con genitori ansiosi significa crescere temendo le scelte che implicano un cambiamento e con la costante preoccupazione che l’altro possa giudicarti.

Spesso il genitore ansioso interviene nell’attività del figlio, si intromette per portare a termine un compito o nelle sue relazioni con i parti, andando a minare la costruzione della fiducia in se stesso del bambino e accrescendo un senso di inadeguatezza.

Diversi studi hanno sottolineato la familiarità dell’ansia: genitori ansiosi hanno maggiori probabilità di avere figli ansiosi. La trasmissione dell’ansia è ambientale o genetica? Uno studio su 900 gemelli (monozigoti vs eterozigoti) ha evidenziato come sia per quanto riguarda l’ansia che il nevroticismo non si ha una trasmissione genetica, ma è l’ambiente familiare ha determinare la trasmissione di ansia e nevroticismo genitoriale sui figli adolescenti. Mentre non emergono evidenze su un’eventuale trasmissione genetica.

I bambini osservano i propri genitori per capire come devono interpretare il mondo. Il genitore dovrebbe contenere le angosce provenienti dall’esterno, trasformarle in qualcosa di digeribile e comprensibile per il bambino. Il genitore ansioso, invece, amplifica spesso gli stimoli di pericoli provenienti dall’esterno, trasformandoli in qualcosa di catastrofico per il bambino. Nelle psicoterapie e psicoanalisi infantili è quasi sempre opportuno che, parallelamente al trattamento del bambino, ci sia un percorso psicoterapeutico anche per i genitori, proprio perché l’ambiente di crescita è fondamentale.

Psicoanalisti italiani contro il “Decreto Sicurezza” di Salvini

Lettera aperta al Presidente della Repubblica 

Noi tutti, firmatari di questa lettera, siamo psicoanalisti appartenenti alla storica Società Psicoanalitica Italiana (SPI), componente dell’International Psychoanalytical Association (IPA), della quale fanno parte società psicoanalitiche di tutto il mondo. Molti di noi fanno parte di un gruppo denominato PER (Psicoanalisti Europei Per i Rifugiati), con il quale la SPI ha inteso raccogliere le esperienze di molti psicoanalisti che già da anni operano su tutto il territorio nazionale nel settore della migrazione. Del Gruppo PER inoltre, fanno parte anche psicoanalisti che appartengono al gruppo denominato Geografie della Psicoanalisi che ha per scopo l’indagine e i contatti della psicoanalisi con altre culture.

Grazie allo specifico sapere psicoanalitico, in grado di cogliere la complessità del lavoro con i migranti e con l’intero fenomeno che sappiamo essere attivatore di grande sofferenza psichica, è stato possibile fornire, lavorando in strutture d’accoglienza o comunque in contatto con i migranti,  un contributo clinico scientifico in favore dei migranti e degli stessi operatori delle varie associazioni che, essendo in diretto contatto con i migranti, si fanno carico quotidianamente della sofferenza psichica di cui essi sono portatori silenti.

È proprio quest’esperienza quotidiana di contatto con il disagio psichico profondo e con la sofferenza legata a traumi, sradicamento e lutto migratorio che ci spinge a scrivere e ad assumere una posizione critica, ritenendo che non si possa tacere sulle complesse e gravi condizioni in cui versano i migranti in Italia.

La situazione, da tempo critica, si è drammaticamente aggravata dopo il varo e l’approvazione del “Decreto Sicurezza” che, contrariamente al termine “sicurezza”, sta già rendendo la condizione dei migranti e, consequenzialmente quella italiana, sempre più “insicura”. Concordiamo con quanto Lei afferma: “la vera sicurezza si realizza, con efficacia, preservando e garantendo i valori positivi della convivenza”.

Ed è proprio a partire da questa Sua dichiarazione che pensiamo di poter affermare che la convivenza non è un dato, ma una paziente tessitura da costruire nel quotidiano, sfidando paure e diffidenze reciproche inevitabili. L’accoglienza e la convivenza possono essere prove difficili quanto l’esilio ed è per questo che vanno sostenute attraverso politiche e azioni sociali capaci di dare ascolto anche al disagio della popolazione residente, evitando che si radicalizzi quel cieco rifiuto che si sta attivando.

E’ grave chiudere gli SPRAR, in quanto sistemi di “accoglienza integrata”, che fino ad oggi non si sono occupati solo del sostegno fisico delle persone immigrate, ma hanno anche promosso percorsi di informazione, assistenza e orientamento, necessari a favorire un loro dignitoso inserimento socio-economico. Precludere queste opportunità non vuol dire solo annullare drasticamente gli SPRAR, ma cancellare ogni possibilità di dare dignità alle persone sostenendo il loro legittimo diritto di aspirare ad una vita migliore e alla salute che, come sancito dall’OMS, “…è uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non solo l’assenza di malattia o infermità”.

La nuova legge, di fatto, rende impossibile l’integrazione dei migranti in Italia, esponendoli ancora una volta al rischio di umiliazioni e sofferenze psichiche profonde e disumane. Non riconoscere più il permesso di soggiorno per motivi umanitari è disumano!

Gestire il fenomeno migratorio come una pura questione di ordine pubblico è segno di pericolosa miopia. Noi pensiamo che sia urgente ripensare completamente anche le politiche migratorie, riaprendo, ad esempio, i canali regolari della migrazione da lavoro, come opportunità per avvalersi dell’apporto di energie nuove che sempre le migrazioni riuscite hanno rappresentato e che sono alla base di ogni autentico processo di integrazione.

Quelli di noi che operano a Bologna, Genova, Milano, Roma, Trieste, Gorizia, Venezia, Caserta hanno visto, dopo l’approvazione della legge, da un giorno all’altro, centinaia di migranti lasciati in strada senza protezione. Diventati fantasmi, privati di tutto, uomini e donne che restano esposti al pericoloso circuito vizioso alimentato dalla condizione di bisogno estremo, vulnerabili e inermi, assoggettabili a contesti delinquenziali che possono spingerli/costringerli verso comportamenti anti sociali.

Tragicamente inoltre sono aumentati percentualmente i morti in mare per la restrizione quasi totale della possibilità di operare salvataggi da parte delle navi di soccorso. Chi soccorre in mare può, paradossalmente rispetto alle leggi di mare, essere soggetto a processo per il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina! Per non dire di ciò che accade nei percorsi di terra e nell’attraversamento dei deserti.

Quanto poi ai rimpatri, essi, di fatto, sono semplicemente impossibili in assenza di accordi sicuri con le Nazioni di partenza. In questo contesto, è molto grave che l’Italia non abbia partecipato al Global Compact for Migration dell’ONU, accordo globale sull’accoglienza dei migranti approvato con il voto favorevole di 152 Paesi.

E’ doveroso chiedersi da dove nasca questa ossessione per il migrante da parte dei nostri governanti, che generano e alimentano paure sociali, dal momento che gli sbarchi sono passati da circa 120.00 nel 2017 a 23.000 circa nel 2018.

Siamo consapevoli che le paure possono accecare al punto da distorcere la percezione non solo dell’altro ma persino della propria stessa umanità. La disumanità è un rischio costante per l’umano in cui si può scivolare quasi inavvertitamente spostando sempre un po’ più in là l’asticella di ciò che è tollerabile. E’ questa la ragione per cui è ancora più necessario riuscire ad ascoltare anche quello che si cela sotto la paura, per trasformarla in possibilità di contatto con se stesso e con l’altro. Attraverso il nostro lavoro di psicoanalisti siamo vicini alle complesse realtà umane e sentiamo urgente lavorare e riflettere, anche al difuori del nostro ambito, sulla possibilità di elaborare il “male” per prevenire il rischio che il “male” possa essere agito.

E’ necessario operare affinché l’inconsapevole distruttività, cui tutti siamo esposti, possa trasformarsi in conoscenza e comprensione generatrice di consapevole tensione verso il diverso, l’ignoto, l’altro.

Non possiamo accettare il razzismo crescente che sfocia in atti di cui una nazione civile dovrebbe vergognarsi. E’ in atto un diffuso, impressionante processo di disumanizzazione. Noi analisti siamo sempre attenti quando vediamo negli individui, nei piccoli e nei grandi gruppi, fenomeni più o meno striscianti o palesi di razzismo e di disumanizzazione. Siamo sensibili per formazione professionale e cerchiamo di tenere a mente l’insegnamento della storia, anche perché nel periodo delle leggi razziali, la psicoanalisi fu vietata e molti colleghi di allora, perché ebrei, furono costretti a emigrare.

Operando nel settore, non finiamo mai di stupirci di quanto dolore possa essere inflitto a un essere umano, anche senza volerlo, anche solo girando la testa dall’altra parte.

Conosciamo le gravi conseguenze psichiche di tutto ciò che sta succedendo, sia in coloro che si sentono rifiutati ed emarginati, sia nei figli che avranno, sia in coloro che si trovano a dover operare in modo disumano e che rischiano essi stessi di impoverirsi dei valori fondamentali dell’esistere. Non siamo disposti, per tutti questi motivi, a vedere una parte dell’Italia abbracciare xenofobia e razzismo. Organismi internazionali come Amnesty International hanno segnalato questi gravi fenomeni razzisti e xenofobi in Italia.

Un’altra Italia esiste e inizia a esprimere il proprio profondo dissenso: noi ne facciamo parte. Lavoriamo affinché i valori dell’ospitalità, della tolleranza, della convivenza e della responsabilità individuale per il futuro di tutti, siano mantenuti vivi. Siamo una “comunità di vita”, come lei ha definito il nostro Paese e, come tale, vogliamo continuare a esistere. Non possiamo tacere perché tacere sarebbe colpevole anche verso le generazioni future di figli e nipoti che ci potranno chiedere dove eravamo quando un’umanità dolente e in cerca della possibilità di ricostruire la propria identità spezzata e perduta, veniva respinta, emarginata o segregata in modo disumano.

Ci rivolgiamo a Lei, Signor Presidente della Repubblica, nella Sua qualità di Garante della Costituzione  e dei diritti umani e civili  sui quali Essa è stata fondata, affinché questo appello, nato dalla nostra esperienza professionale, sostenuto dal nostro ruolo di cittadini e dalla nostra identità di esseri umani, abbia ascolto.

Seguono 618 firme di Soci SPI

La personalità depressiva

La psiche di alcune persone funziona basandosi su dinamiche di tipo depressivo. La persona depressa è in lutto, il lutto può essere una fase normale della propria vita e, in questo caso, il mondo esterno è sentito impoverito dalla perdita di qualcuno o qualcosa. Nel lutto patologico, invece,  è una parte di noi stessi che è impoverita o danneggiata.

Tristezza intensa, mancanza di energia, anedonia e disturbi vegetativi (alimentazione, sonno, ecc.) sono solo alcune manifestazione della personalità depressiva.

Il senso di colpa (non di vergogna!) che prova il depresso è egosintonico, cioè non mette assolutamente in dubbio che lui sia l’unico responsabile del suo destino. Questo perché il depresso ha interiorizzato un oggetto (genitore) abbandonico, di cui ricorda solo gli aspetti positivi. E’ importante distinguere il senso di colpa, che consiste nella convinzione di essere sbagliato in quanto si ha un genitore critico interiorizzato, dal senso di vergogna che è il timore di essere considerato sbagliato. In quest’ultimo caso il giudice non è interno, ma esterno.

E’ probabile, quindi, che nella sua infanzia ci siano state perdite o abbandoni. Nancy McWilliams (1994) scrive che siccome “il bambino è in uno stato esistenziale di dipendenza. Se coloro da cui dipende sono persone inaffidabili o male intenzionate, può soltanto scegliere se accettare quella realtà, e vivere in una cronica paura, oppure negarla, convincendosi che la fonte dell’infelicità sia dentro di lui, e preservando in tal modo l’idea che un proprio miglioramento potrà cambiare la situazione. Le persone solitamente preferiscono qualunque tipo di sofferenza al senso di impotenza” (p.257). Può anche essere stato un bambino che ha interiorizzato l’angoscia di separazione materna. Una madre che non riusciva a staccarsi da lui, a smettere di allattarlo (Furman) oppure ci può essere stata una grave perdita nel periodo di separazione-individuazione, il periodo che va indicativamente tra l’ottavo e il quattordicesimo e che si conclude intorno ai tre anni (Mahler).