Stati mentali gravi: perversione, anoressia, tossicodipendenza e psicosi

 

Le costruzioni psicopatologiche si riscontrano negli stati mentali gravi: perversioni, anoressie, tossicomanie e psicosi.

Tali stati mentali si reggono su difese perverse o psicotiche e tendono a distorcere la percezione della realtà fino a distruggerla. Invece, le difese nevrotiche tendono a limitare la percezione delle emozioni.

Le strutture psicopatologiche si formano silenziosamente nell’infanzia ed esprimono solo successivamente la loro potenzialità patogena.

Secondo De Masi, nella costruzione psicopatologica il carattere difensivo è secondario all’eccitazione che perverte la mente. La psicosi è  lenta e progressiva. Quando diventa evidente all’osservatore esterno vuol dire che il processo era già avvenuto silenziosamente nel corso del tempo. Nell’infanzia un comportamento bizzarro o difficoltà di apprendimento possono segnalare un processo già in atto.

L’episodio psicotico lascia cicatrici e focolai che possono portare a scompensi ulteriori. La possibilità di recupero dipende dal tempo trascorso e dalla gravità dell’episodio. Sono questi due fattori che incidono prevalentemente sulla possibilità di uscita dalla malattia. Il processo di ripristino del funzionamento normale comincia da piccole isole di sanità. Il processo psicotico evolve continuamente e si sviluppa per gradi, passando da stadi parzialmente reversibili ad altri che lo sono sempre meno. Per questo è importante, in tutti gli stati mentali gravi, cercare di scardinare alle prime avvisaglie il processo psicotico in atto.

 

 

Piccoli bulli crescono: il mobbing

 

High school students being bullied.

Brodsky nel 1976 definiva il bullismo sul posto di lavoro come una molestia. Era definito come “un comportamento ripetuto e persistente da parte di una persona finalizzato al tormento, allo sfinimento, alla frustrazione o a portare ad una reazione un’altra persona”. 

In pratica, il bullo descritto da Brodky rispecchia pienamente il fenomeno del bullismo nel mondo scolastico. Secondo Elliot Aronson, uno psicologo che si è lungamente occupato di bullismo, non si deve restare indifferenti di fronte ai primi fenomeni di bullismo. I bulli che non trovano nessun tipo di resistenza e di autorità, infatti, rafforzano l’idea di poter dare libero sfogo ai propri impulsi e gli altri finiscono per adeguarsi.

Brodsky studiò migliaia di casi di bullismo sul lavoro in California e trovò che le vittime soffrivano di numerose conseguenze negative quali ansia, depressione, nervosismo, rabbia, burnout e varie problematiche psicosomatiche (Brodsky, 1976, 1990; Skuzinska & Plopa, 2010).

Leymann (1990) studiando il fenomeno della violenza sul lavoro introdusse il termine mobbing e lo descrisse come una violenza psicologica ripetuta o un abuso emotivo da parte di una o più persone nel posto di lavoro.

Alcuni comportamenti tipici del bullo sul posto di lavoro sono rimproverare pubblicamente, interrompere o ignorare una persona, escluderla dai meeting, criticare il suo lavoro senza giustificazione e usare la minaccia e l’intimidazione.

Sia il bullismo che il mobbing conducono la vittima ad abbandonare il posto di lavoro.

Cosa caratterizza i bulli, siano essi adolescenti o adulti?  Il bullo non ha sviluppato un’adeguata capacità introspettiva, non ha affinato la propria sensibilità e non è capace di tradurre i sentimenti in parole. In pratica, il bullo non riesce a mettersi nei panni dell’altro. Riuscire a non confondere i propri sentimenti con quelli altrui, fa parte dell’intelligenza emotiva ed è principalmente in famiglia che si sviluppa.

Le origini della follia

L’origine della follia, o meglio della psicosi, si insinua nei primi processi relazionali. La precoce e prolungata distorsione delle prime relazioni emotive crea le premesse per un’alterazione della percezione della realtà psichica, che viene dissociata e sostituita da una costruzione fantastica (De Masi, 2006).
Attraverso la terapia analitica si favorisce nel paziente il funzionamento emotivo normale, in modo che possa capire la propria realtà psichica e quella dell’altro. E’ l’angosciante senso di impotenza, sin dall’età infantile, che spinge il paziente psicotico a sovvertire l’organizzazione del proprio pensiero.

E’ qualcosa di altamente distruttivo, sostiene De Masi, che si insinua in precocissima età nello sviluppo della propria capacità di pensare e di percepire le emozioni. Infatti, il bambino ha bisogno della capacità di contenimento materna. La madre deve essere in grado di percepire e dare senso all’esperienza emotiva del bambino, sin dalla sua nascita. Se il bambino non cresce in un ambiente con un’adeguata capacità di contenimento, non riesce a trasformare l’angoscia derivante dalle prime esperienze di frustrazione o sovrastimolazione.
Il nucleo psicotico, che ha iniziato a costruire la sua tela sia dalla primissima infanzia è già presente seppur silente. Solitamente è un qualche evento esterno che ne favorisce la slatentizzazione (cioè da latente diventa manifesto), ma non è tale evento a causare la psicosi.

La sola terapia farmacologia non è sufficiente. Attraverso la psicoanalisi, un paziente con nucleo psicotico ha la possibilità di elaborare l’esperienza infantile che ha reso possibile tale vulnerabilità. Non è solo una questione di biochimica celebrale, sono infatti le precoci esperienze mentali ed emotive che alterano tale biochimica e solo la trasformazione di tale fatti psichici ed emotivi può fornire una reale via di uscita dalla malattia.

 

Walking the path di Amin Shahverdi

 

Un bellissimo video che partecipa al concorso video del prossimo convegno IPA, che si terrà a Buenos Aires dal 25 al 29 luglio.

Attraverso queste immagini è possibile percepire la profondità del lavoro psicoanalitico e il rapporto analista-paziente nella seduta di analisi.

Quest’anno il titolo del convegno è Intimacy. L’intimità, la conoscenza profonda, che si ha nel rapporto analitico con i pazienti in tutte le sue sfumature.

 


Programme Committee
Maureen Murphy, Chair, (North America)
Ronnie Shaw, Co-Chair, (North America)
Alfonso Pola, Co-Chair, (Latin America)
Pedro Gil, Co-Chair, (Europe)
Isabel Ugarte da Silveira, (IPSO Vice-President for Latin America)
Alexandra Billinghurst, (IPA Vice-President)

Local Arrangements Committee
Jeanette Dryzun, Co-Chair, APA
Liliana Pedrón, Member, APA
María Cecilia Andrade, Member, APA
Laura Orsi, Member, APA
Inés Vidal, Co-Chair, APdeBA
Mónica Cardenal, Member, APdeBA
Haydée Zac, Member, APdeBA
Daniel Biebel, Co-Chair, SAP
María Haydée Cantelli, Member, SAP
Sodely Páez, Member, SAP

Relazione perversa: come individuarla

 

relazione-perversa

Sandra Filippini nel suo bellissimo libro “Relazioni perverse” del 2005 si occupa ampiamente di questo tipo di relazione patologica. Sono relazioni in cui non si ha una relazione tra due individui nel loro complesso, ma tra loro parti. La relazione non si basa primariamente sull’affetto, ma sul potere.

Sono relazioni in cui i membri della coppia spesso non si rendono conto della problematicità del proprio rapporto. L’altro viene usato dal perverso relazionale per sostenere la propria autorità e la propria autostima. I perversi relazionare sono caratterizzati dalla estrema naturalezza con cui manipolano fatti e persone.

Ci possono essere due scenari che caratterizzano l’inizio della relazione perversa:

  • All’inizio della relazione la compagna si sente in qualche modo parte del mondo grandioso del perverso, si sentono una “coppia speciale”.
  • Oppure può essere la compagna ed essere considerata grandiosa e invidiabile. Lui la mette sul piedistallo e lei ci sta volentieri.

Gradualmente avviene un cambiamento ed emergono sempre più marcati i fattori sottostanti:

  • Maltrattamento – fisico e/o psicologico.
  • Isolamento – gradualmente la vittima si allontana da amici, parenti e dal proprio ambiente sociale.
  • Senso di colpa/Inadeguatezza – la vittima non si sente all’altezza del compagno.
  • Denigrazione/Umiliazione – il maltrattante attua comportamenti e comunicazioni atte a denigrare l’altro.

In questo tipo di relazioni c’è un uso sistematico della violenza psicologica, attuata attraverso il controllo e il dominio dell’altro.  Il maltrattamento psicologico avviene attraverso il controllo e l’intrusione delle frequentazioni e delle attività del partner e spesso del denaro.

A livello non consapevole, lo scopo del maltrattante è ottenere il controllo dell’altro, negandone l’autonomia. Non può vivere l’altro come persona separata da se stesso.

Il partner che diventa la vittima non si accorge inizialmente dell’aspetto patologico della relazione, perché è catturato dalla grandiosità del perverso-narcisista.

La vittima gradualmente comincia a dubitare di se stessa, della propria capacità di vedere la realtà. Il perverso relazionale, infatti, impone la propria verità a cui il partner si adegua, confermandola.

Il perverso cerca nell’altro l’immagine ideale di Sé, si appropria della sua autostima, della fiducia in se stessa, per incrementare il proprio valore. In realtà il perverso invidia la donna e nega il proprio senso di vuoto e mancanza.

Solitamente a livello psicopatologico, il perverso relazione si colloca in quadri di disturbi di personalità narcista, borderline o antisociale.

 

 

 

Cosa significa “fare un’analisi”?

ruota-che-gira

Fare un’analisi non è mai una questione semplice. Neanche proporre un’analisi lo è. Si chiede alla persona di impegnarsi per anni. Impegnarsi dal punto di vista emotivo, economico, spazio-temporale, ecc.

La psicoanalisi risulta di aiuto quando uno pensa di aver fatto tutti gli sforzi per contrastare uno schema che tende a ripetersi e che influenza negativamente la qualità della propria vita. Evidentemente quello di cui siamo consapevoli, quello che sappiamo già su noi stessi, non aiuta o non è sufficiente a modificare questi pattern di funzionamento. Possiamo rassegnarci dicendo che “siamo fatti così” oppure possiamo cercare di capire cosa a livello inconscio influenza la nostra mente, condannandoci a ripetere sempre lo stesso schema di funzionamento.

Perché la psicoterapia non basta

I clinici hanno sviluppato la terapia comportamentale per focalizzarsi su i comportamenti indesiderati della persona. La terapia comportamentale si focalizza quindi sugli aspetti coscienti e su quello che il paziente stesso individua come un problema. L’assunto alla base di questo tipo di trattamento, è che l’individuo apprende per condizionamento, cioè attraverso l’associazione del comportamento con rinforzi positivi (premi) e rinforzi negativi (punizioni). La terapia CBT (cognitivo-comportamentale) inserisce l’influenza dei processi di pensiero. Anche questo tipo di terapia si focalizza sugli aspetti consci della mente, su come i nostri pensieri consapevoli influenzano il comportamento. Questi trattamenti sono brevi, focalizzati su quelli che consideriamo aspetti disfunzionali del nostro comportamento o del nostro pensiero. La ricerca ha però dimostrato che i risultati non sono a lungo termine.

La psicoanalisi si focalizza su quello che il paziente non riesce a vedere da solo.

Analisi interrotte

Ci sono pazienti che si sentono speciali per il fatto di poter fare l’analisi. Lo sono. Fare un’analisi è un qualcosa di speciale, che non tutti fanno e che non tutti possono fare. Se nel corso dell’analisi non si riesce a trasformare questa motivazione, sono analisi verosimilmente destinate a fallire entro il primo-secondo anno.

Sono pazienti che non vengono in analisi per cambiare, ma per sentirsi “nel giusto”. Pazienti che hanno un bisogno narcisistico di sentir confermato il proprio modo d’essere e che si oppongono alla possibilità di cambiamento.

Pazienti che non vogliono diventare consapevoli di se stessi, delle proprie dinamiche psichiche e dei meandri più oscuri della propria personalità. Non chiedono la verità su se stessi e sulle proprie relazioni fallimentari, chiedono di imporre la propria verità. Deve diventare vero, quello che loro affermano sia vero.

Andare in analisi per uno  o due anni, o andarci per due volte la settimana, non è fare un’analisi, è avere la possibilità di cosa annusare cosa sia l’analisi.

Analisi di successo

Quello che non riusciamo a capire da soli di noi stessi, in analisi è considerato essenziale. Un trattamento analitico richiede pazienza. E’ un lungo viaggio che offre un tempo e uno spazio che non si possono trovare altrove. E’ un luogo dove entrare in contatto con noi stessi in modo autentico e, quindi, anche con aspetti sgradevoli  o minacciosi.

Se ci accorgiamo che, nonostante i nostri sforzi e le nostre strategie, ripetiamo sempre la “stessa scena del film”, come se girassimo su una ruota che ci presenta periodicamente sempre lo stesso scenario, è l’ora di intraprendere un’analisi.

 

 

 

Social network e soddisfazione di coppia

soddisfazione coppia

Componenti della relazione di coppia

Henry Dicks (1967) ritiene che una coppia è in relazione su tre grandi aree:
1 – aspettative reciproche cosciente su quello che la coppia può offrire
2 – grado in cui le aspettative reciproche hanno potuto armonizzare e integrare le aspettative culturali di ciascuno
3 – attivazione inconscia delle passate relazioni patogene.
Spesso, grazie all’identificazione proiettiva, una coppia patologica può apparire più affiatata grazie all’intreccio collusivo reciproco dei partner.
Secondo Kernberg (1995) le aree individuate da Dicks possono essere così riformulate:
1 – relazioni sessuali reali
2 – relazioni oggettuali predominanti consce e inconsce
3 – condivisione di un ideale dell’Io.

L’idealizzazione nella coppia

Secondo Fowers, Lyons e Montel (1996) le persone con una maggior idealizzazione del partner riportano un maggior senso di appagamento riguardo alla propria relazione sentimentale. In pratica, una visione irrealisticamente molto positiva del proprio compagno produce una maggior soddisfazione di coppia. Nel 1967, Edmonds sviluppò il concetto di “convenzionalizzazione coniugale”  per delineare la tendenza di un partner a fornire
descrizioni positivamente irrealistiche del proprio compagno e della relazione. Più recentemente per ritrarre tale tendenza alcuni autori, fra cui Fowers e Olson (1993), Fowers, Applegate, Olson e Pomerantz (1994) e Fowers e coll. (1996), hanno utilizzato il termine “distorsione idealistica”.

Codivisione sui social network

Questo bisogno di idealizzazione potrebbe essere il motivo del bisogno di alcune coppie di condividere, quasi compulsivamente, la propria soddisfazione relazione sui vari social.

Il trauma psicologico

Frida Kahlo Trauma

Cosa si intende per trauma
Un trauma è tale perché è una circostanza che non siamo psicologicamente preparati ad affrontare. Non è la situazione esterna ad essere traumatica, ma è l’esperienza di consapevolezza della propria impotenza ad esserlo.
Un evento si definisce estremamente traumatico quando “implica l’esperienza personale diretta di un evento che causa o può comportare morte o lesioni gravi o altre minacce all’integrità fisica; o la presenza ad un evento che comporta morte, lesioni o altre minacce all’integrità fisica di un’altra persona; o il venire a conoscenza della morte violenta o inaspettata, di grave danno o minaccia di morte o lesioni sopportate da un membro della famiglia o da altra persona con cui è in stretta relazione” (APA, 2000, p. 497). Nel DSM-IV TR è specificato quali sono i traumi che generalmente vengono vissuti come estremamente traumatici: “Gli eventi traumatici vissuti direttamente includono, ma non sono limitati a, combattimenti militari, aggressione personale violenta (violenza sessuale, attacco fisico, scippo, rapina), rapimento, essere presi in ostaggio, attacco terroristico, tortura, incarcerazione come prigioniero di guerra o in un campo di concentramento, disastri naturali o provocati, gravi incidenti automobilistici, ricevere una diagnosi di malattie minacciose per la vita” (p. 497). Questo elenco scompare nel DSM 5 (APA, 2013).
Alcuni tipi di eventi, che implicano aggressione fisica o la sopravvivenza di una persona cara, possono risultare traumatici anche se vi assistiamo come testimoni o ne veniamo informati in modo inaspettato (APA, 2000).

Le conseguenze del trauma
Il DPTS è l’unico disturbo previsto dal DSM con eziologia certa: la sintomatologia è, infatti, riconducibile all’evento traumatico (criterio A).
La definizione di trauma è però cambiata in ogni edizione del DSM. Già nel DSM-I era presente la categoria diagnostica del “Gross Stress Reaction”, previsto per persone che avevano vissuto stress emozionali o fisici estremi (APA, 1952). Nel DSM-II non era, invece presente nessuna categoria diagnostica per la reazione patologica al trauma (APA, 1968).
Nella formulazione del DSM-III l’esperienza traumatica, per essere definita tale, doveva soddisfare due condizioni: a) che fosse sufficientemente grave da comportare una sintomatologia da stress nella maggior parte delle persone, b) che superasse la normale esperienza umana (APA, 1980). Nel DSM-III-R fu aggiunto, alla precedente definizione, che lo stressor fosse perlopiù accompagnato da intensa paura, terrore e impotenza (APA, 1987), anche se non era necessario aver esperito una di questa sensazioni per poter diagnosticare il DPTS. E’ in questa edizione, che lo stressor viene concepito anche come un evento non direttamente esperito, ma di cui si è stati testimoni oppure di cui si è sentito raccontare.

Il vissuto traumatico
Nel DSM-IV (APA, 1994) sono stati definiti gli stressor che rappresentano l’attuale definizione di trauma estremo. E’ in questa edizione che diventa, inoltre, criterio diagnostico fondamentale l’aver esperito intensa paura, orrore ed impotenza durante l’evento traumatico. Nel DSM 5 il vissuto traumatico è concepito più soggettivo, per cui scompare la specificazione che l’evento deve aver causato un vissuto di “impotenza e orrore”. Un punto oggetto di un lungo dibattito, ancora in corso, è quello secondo cui, dal DSM-IV, la sintomatologia debba essere riconducibile ad un unico stressor. Un altro punto di discordia è la rimozione, dai criteri di definizione del trauma del DSM- IV, della nozione di minaccia all’integrità psicologica, mentre rimane la minaccia all’integrità fisica e alla sopravvivenza. Inoltre, l’evitamento emozionale tipico degli eventi traumatici, che può arrivare fino alla dissociazione, può portare al diniego da parte della vittima delle emozioni esperite; queste persone non risultano, quindi, traumatizzate per il DSM-IV, in quanto viene a mancare il criterio A2 (Blanchard & Hickling, 2004).

Incidenza del trauma
Gli studi epidemiologici hanno evidenziato un’incidenza del disturbo che varia dal 0.5% al 10% a seconda dello Stato di riferimento: ad esempio mentre per l’Italia non ci sono dati certi, negli Stati Uniti il dato epidemiologico corrisponde all’8% della popolazione. Gli stressor traumatici sono molto comuni all’interno della popolazione, ma soltanto una minima percentuale sviluppa un DPTS e circa un terzo non guarisce più (APA, 1994). Generalmente risulta maggiormente traumatica un’aggressione o un abuso da parte di un’altra persona rispetto ad un disastro naturale o ad un evento accidentale (es. incidente automobilistico), come è stato evidenziato, ad esempio, da Briere e Elliot (2000). Anche il DSM-IV TR sottolinea come, in caso di trauma di natura relazionale, aumenti la probabilità di sviluppare un DPTS (APA, 2000). Le popolazioni maggiormente a rischio (con un tasso d’incidenza che va da un terzo a più della metà degli individui esposti) sono, infatti, i sopravvissuti di violenza sessuale, guerra, prigionia, campi di concentramento e genocidio per motivi etnici o politici (Allen, 2005; APA, 1994; 2000). Secondo Axia (2006), una spiegazione del fatto che i traumi causati da altre persone risultino più gravi, potrebbe essere che le vittime di altri esseri umani si sentano di aver in qualche modo “causato” o “favorito” il comportamento dell’altro. Uno studio epidemiologico condotto negli Stati Uniti su un campione di 8.098 americani, di età compresa tra i 15 e i 54 anni, ha evidenziato come le esperienze traumatiche siano un avvenimento comune nel corso della vita. Da questa indagine risulta, infatti, che il 60,7% degli uomini e il 52,1% delle donne americane abbiano subito almeno un trauma nell’arco della vita. Quelli più frequentemente menzionati sono: assistere all’aggressione di qualcuno che rimane seriamente ferito o ucciso, incendi o altri disastri naturali, gravi incidenti stradali, partecipazione a conflitti militari. Il dato significativo è che solo il 7,8% (10,4% delle donne e 5% degli uomini) della popolazione ha sofferto di Disturbo Post-Traumatico da Stress in seguito a questi eventi. Gli eventi più comuni nella popolazione femminile che è andata incontro ad un DPTS sono: stupro, molestia sessuale, violenza fisica, minaccia a mano armata, abuso fisico infantile. Quelli che risultano associati a DPTS nella popolazione maschile sono: stupro, combattimento in guerra, abuso e abbandono infantile (Kessler, Sonnega, Bromet, Hughes, & Nelson, 1996).
A parte la specificità dello stressor, gran parte della letteratura sull’argomento suggerisce che la gravità della sintomatologia post-traumatica individuale dipenda da almeno quattro tipi di variabili: caratteristiche della vittima, qualità dello stressor, risposta soggettiva e supporto sociale. Nessuna di queste variabili agisce indipendentemente dalle altre (Briere, 2004).

Lo sviluppo della sintomatologia
L’esposizione all’evento non è, quindi, sufficiente perché avvenga un vero e proprio trauma psichico. Infatti, il criterio A2 del DSM-IV TR prevede una risposta d’intensa paura, accompagnata da impotenza o orrore al momento del trauma. In letteratura emergono, però, alcune perplessità sulla maggiore probabilità o gravità di una sintomatologia post-traumatica in presenza di tale vissuto emozionale (Brewin, Andrews, & Rose, 2000; Ozer, Best, Lipsey, & Weiss, 2003; Roemer, Orsillo, Borkovec, & Litz, 1998). Anche se è stata evidenziata una forte correlazione tra l’aver sperimentato una di queste emozioni e lo sviluppo del DPTS a distanza di sei mesi dall’evento traumatico (Brewin et al., 2000), in alcune ricerche è, invece, emerso che vittime con DPTS non hanno avuto questo tipo di vissuto durante il trauma, bensì riportano alti livelli di vergogna e rabbia (Grey, Holmes, & Brewin, 2001; Holmes, Grey, & Young, 2005). In letteratura è, infatti, abbondantemente evidenziato che sentimenti di colpa, vergogna, tristezza, tradimento, umiliazione e rabbia accompagnano frequentemente il DPTS (Freyd, 1996; Resick & Schnicke, 1993; Reynolds & Brewin, 1999). Non sono ancora state fornite sufficienti testimonianze a favore delle emozioni elencate nel DSM-IV piuttosto che di altri vissuti, quali umiliazione o disgusto e senso di colpa a livelli molto intensi (March, 1993).

Trauma e supporto sociale
Una delle variabili associate allo sviluppo di una sintomatologia post-traumatica riguarda il supporto sociale fornito alla vittima; la presenza di un sostegno adeguato in seguito all’evento traumatico può, infatti, ridurre la possibilità di sviluppare una sintomatologia post-traumatica. A tal proposito, il supporto sociale è risultato benefico sugli effetti derivanti da disastri naturali (es., Armenian, Morikawa, Melkonian, Hovanesian, Akiskal, & Akiskal, 2002), da atti terroristici (es., Lee, Isaac & Janca, 2002), da violenza domestica (es., Coker, Smith, Thompson, McKeown, Bethea, & Davis, 2002) e da combattimenti e guerra (es., Fairbank, Hansen, & Fitterling, 1991). Ricerche piuttosto recenti evidenziano, inoltre, come una risposta negativa della rete sociale (es. critica, biasimo e stigmatizzazione) sia un potente predittore di una sintomatologia post-traumatica (Andrews, Brewin, & Rose, 2003).

Co-sleeping: quando è necessario abbandonare il lettone

co-sleeping

Durante il primo anno di vita i genitori forniscono intimità e conforto al bambino attraverso il contatto, il proprio odore e il suono della propria voce. Il bambino ha quindi bisogno del contatto e della vicinanza per sentirsi sicuro e provare conforto. I bisogni del bambino cambiano però man mano che cresce. Alla fine del primo anno di vita, nel rassicurare il bambino acquisiscono sempre più importanza le parole e l’espressione facciale. Mentre durante il primo anno di vita il contatto è il miglior agente di rassicurazione e confort, dopo il primo anno gli aspetti verbali hanno sempre maggiore importanza.
Nella transitare tra una modalità di rassicurazione all’altra, il bambino introietta il senso di sicurezza, cioè quella sensazione che ha provato nella relazione con il genitore. Il bambino continua a richiedere la presenza dei genitori e gradualmente interiorizza la relazione con il genitore e quello che questa trasmette. La possibilità di separarsi deriva proprio da quanto ha potuto interiorizzare il senso di sicurezza attraverso il contatto, l’odore e il suono della voce.
Intorno ai tre anni i bambini cominciano a capire che i genitori non sono solo i loro genitori, ma hanno una relazione tra loro, che possono non accettare. I bambini che hanno difficoltà ad accettare questa relazione, sono maggiormente centrati su se stessi ed hanno difficoltà a capire che le persone hanno bisogni e motivazioni che possono non riguardarli. Continuare a farli dormire nel lettone, può quindi trasmettere il messaggio che i genitori esistono solo per loro, continuando a farli sentire al centro dell’universo. E’ l’accettazione di non esserlo, che può rendere difficile per il bambino dormire da solo nel proprio letto.

I cambiamenti dell’adolescente

adolescenza

“All’apparir del vero
tu, misera, cadesti: e con la mano
la fredda morte ed una tomba ignuda
mostravi di lontano.” (Giacomo Leopardi)

Con l’irrompere dell’adolescenza si ha una rottura epistemologica dello scorrere del tempo. L’adolescente capisce che il il tempo è irreversibile. Esiste l’irreparabile.
Sono tre i cambiamenti fondamenti che avvengono in adolescenza:

1) Somatico. Il corpo cambia, l’adolescente diventa più forte dei suoi genitori, viene messa in discussione la loro autorità.

2) Sessualità. Anche prima è presente, ma in modo immaturo.

3) Pensiero. Si accede al pensiero adulto. Nascono le grandi domande e le grandi intuizioni.

Nell’infanzia c’è il buono e il male ed i genitori sono i rappresentanti del buono. L’adolescente si accorge che i genitori sono complessi e questo è meno rassicurante. Si cercano dei sostituti dell’infanzia, degli idoli.
Quanto più è fragile l’identità dell’adolescente, tanto più ha bisogno di simboli esterni (piercing, tatuaggi, vestiario).

Spesso i genitori attribuiscono il cambiamento in negativo a qualcosa di esterno (scuola, amici, ecc.), spesso ci può essere qualcosa che ha accelerato un processo, che però era iniziato molto tempo prima. Un cambiamento catastrofico (Bion) che comincia spesso a preparare il terreno durante l’infanzia, un vissuto traumatico che non era rappresentabile e che trova una rappresentazione.

Psicoanalisi di coppia

counselor coppia

terapia coppia

La psicoanalisi di coppia è diversa da quella individuale. La coppia viene trattata come se fosse un’unica persona in terapia, una persona che pensa, sente e agisce e che, quindi, associa analiticamente come se fosse un’unica persona. La coppia crea infatti un campo che si può ammalare. Spesso ad essere problematica è, infatti, l’interazione preconscia e inconscia della coppia.
A volte il problema può essere individuale, ed allora è meglio valutare di intraprendere un’analisi personale, ma non è sempre così. Ad esempio, può accadere che l’altro venga usato per compensare parti fragili del proprio Sé, in questo caso la dinamica di coppia può slatentizzare, cioè rendere manifesto, il problema, che però è da trattare individualmente.
Nel decidere di intraprendere un percorso di coppia, è fondamentale che entrambi i membri della coppia abbiamo il desiderio di capire e trasformare gli aspetti problematici ed insoddisfacenti.
Spesso la relazione di coppia diventa problematica perhcé l’altro può funzionare da contenitore di identificazioni proiettive, proiezioni e scissioni di cui individui e coppia non sono consapevoli. Se l’altro diventa ricettacolo passivo di qualcosa di non elaborato dell’altro, si crea una relazione patologica.
L’obiettivo della psicoanalisi di coppia è di far in modo che la coppia acquisisca gli strumenti per elaborare, dare significato e trasformare il proprio funzionamento, cioè che ci sia una capacità di reverie di coppia.