Le origini della follia

L’origine della follia, o meglio della psicosi, si insinua nei primi processi relazionali. La precoce e prolungata distorsione delle prime relazioni emotive crea le premesse per un’alterazione della percezione della realtà psichica, che viene dissociata e sostituita da una costruzione fantastica (De Masi, 2006).
Attraverso la terapia analitica si favorisce nel paziente il funzionamento emotivo normale, in modo che possa capire la propria realtà psichica e quella dell’altro. E’ l’angosciante senso di impotenza, sin dall’età infantile, che spinge il paziente psicotico a sovvertire l’organizzazione del proprio pensiero.

E’ qualcosa di altamente distruttivo, sostiene De Masi, che si insinua in precocissima età nello sviluppo della propria capacità di pensare e di percepire le emozioni. Infatti, il bambino ha bisogno della capacità di contenimento materna. La madre deve essere in grado di percepire e dare senso all’esperienza emotiva del bambino, sin dalla sua nascita. Se il bambino non cresce in un ambiente con un’adeguata capacità di contenimento, non riesce a trasformare l’angoscia derivante dalle prime esperienze di frustrazione o sovrastimolazione.
Il nucleo psicotico, che ha iniziato a costruire la sua tela sia dalla primissima infanzia è già presente seppur silente. Solitamente è un qualche evento esterno che ne favorisce la slatentizzazione (cioè da latente diventa manifesto), ma non è tale evento a causare la psicosi.

La sola terapia farmacologia non è sufficiente. Attraverso la psicoanalisi, un paziente con nucleo psicotico ha la possibilità di elaborare l’esperienza infantile che ha reso possibile tale vulnerabilità. Non è solo una questione di biochimica celebrale, sono infatti le precoci esperienze mentali ed emotive che alterano tale biochimica e solo la trasformazione di tale fatti psichici ed emotivi può fornire una reale via di uscita dalla malattia.

 

Walking the path di Amin Shahverdi

 

Un bellissimo video che partecipa al concorso video del prossimo convegno IPA, che si terrà a Buenos Aires dal 25 al 29 luglio.

Attraverso queste immagini è possibile percepire la profondità del lavoro psicoanalitico e il rapporto analista-paziente nella seduta di analisi.

Quest’anno il titolo del convegno è Intimacy. L’intimità, la conoscenza profonda, che si ha nel rapporto analitico con i pazienti in tutte le sue sfumature.

 


Programme Committee
Maureen Murphy, Chair, (North America)
Ronnie Shaw, Co-Chair, (North America)
Alfonso Pola, Co-Chair, (Latin America)
Pedro Gil, Co-Chair, (Europe)
Isabel Ugarte da Silveira, (IPSO Vice-President for Latin America)
Alexandra Billinghurst, (IPA Vice-President)

Local Arrangements Committee
Jeanette Dryzun, Co-Chair, APA
Liliana Pedrón, Member, APA
María Cecilia Andrade, Member, APA
Laura Orsi, Member, APA
Inés Vidal, Co-Chair, APdeBA
Mónica Cardenal, Member, APdeBA
Haydée Zac, Member, APdeBA
Daniel Biebel, Co-Chair, SAP
María Haydée Cantelli, Member, SAP
Sodely Páez, Member, SAP

Relazione perversa: come individuarla

 

relazione-perversa

Sandra Filippini nel suo bellissimo libro “Relazioni perverse” del 2005 si occupa ampiamente di questo tipo di relazione patologica. Sono relazioni in cui non si ha una relazione tra due individui nel loro complesso, ma tra loro parti. La relazione non si basa primariamente sull’affetto, ma sul potere.

Sono relazioni in cui i membri della coppia spesso non si rendono conto della problematicità del proprio rapporto. L’altro viene usato dal perverso relazionale per sostenere la propria autorità e la propria autostima. I perversi relazionare sono caratterizzati dalla estrema naturalezza con cui manipolano fatti e persone.

Ci possono essere due scenari che caratterizzano l’inizio della relazione perversa:

  • All’inizio della relazione la compagna si sente in qualche modo parte del mondo grandioso del perverso, si sentono una “coppia speciale”.
  • Oppure può essere la compagna ed essere considerata grandiosa e invidiabile. Lui la mette sul piedistallo e lei ci sta volentieri.

Gradualmente avviene un cambiamento ed emergono sempre più marcati i fattori sottostanti:

  • Maltrattamento – fisico e/o psicologico.
  • Isolamento – gradualmente la vittima si allontana da amici, parenti e dal proprio ambiente sociale.
  • Senso di colpa/Inadeguatezza – la vittima non si sente all’altezza del compagno.
  • Denigrazione/Umiliazione – il maltrattante attua comportamenti e comunicazioni atte a denigrare l’altro.

In questo tipo di relazioni c’è un uso sistematico della violenza psicologica, attuata attraverso il controllo e il dominio dell’altro.  Il maltrattamento psicologico avviene attraverso il controllo e l’intrusione delle frequentazioni e delle attività del partner e spesso del denaro.

A livello non consapevole, lo scopo del maltrattante è ottenere il controllo dell’altro, negandone l’autonomia. Non può vivere l’altro come persona separata da se stesso.

Il partner che diventa la vittima non si accorge inizialmente dell’aspetto patologico della relazione, perché è catturato dalla grandiosità del perverso-narcisista.

La vittima gradualmente comincia a dubitare di se stessa, della propria capacità di vedere la realtà. Il perverso relazionale, infatti, impone la propria verità a cui il partner si adegua, confermandola.

Il perverso cerca nell’altro l’immagine ideale di Sé, si appropria della sua autostima, della fiducia in se stessa, per incrementare il proprio valore. In realtà il perverso invidia la donna e nega il proprio senso di vuoto e mancanza.

Solitamente a livello psicopatologico, il perverso relazione si colloca in quadri di disturbi di personalità narcista, borderline o antisociale.

 

 

 

Cosa significa “fare un’analisi”?

ruota-che-gira

Fare un’analisi non è mai una questione semplice. Neanche proporre un’analisi lo è. Si chiede alla persona di impegnarsi per anni. Impegnarsi dal punto di vista emotivo, economico, spazio-temporale, ecc.

La psicoanalisi risulta di aiuto quando uno pensa di aver fatto tutti gli sforzi per contrastare uno schema che tende a ripetersi e che influenza negativamente la qualità della propria vita. Evidentemente quello di cui siamo consapevoli, quello che sappiamo già su noi stessi, non aiuta o non è sufficiente a modificare questi pattern di funzionamento. Possiamo rassegnarci dicendo che “siamo fatti così” oppure possiamo cercare di capire cosa a livello inconscio influenza la nostra mente, condannandoci a ripetere sempre lo stesso schema di funzionamento.

Perché la psicoterapia non basta

I clinici hanno sviluppato la terapia comportamentale per focalizzarsi su i comportamenti indesiderati della persona. La terapia comportamentale si focalizza quindi sugli aspetti coscienti e su quello che il paziente stesso individua come un problema. L’assunto alla base di questo tipo di trattamento, è che l’individuo apprende per condizionamento, cioè attraverso l’associazione del comportamento con rinforzi positivi (premi) e rinforzi negativi (punizioni). La terapia CBT (cognitivo-comportamentale) inserisce l’influenza dei processi di pensiero. Anche questo tipo di terapia si focalizza sugli aspetti consci della mente, su come i nostri pensieri consapevoli influenzano il comportamento. Questi trattamenti sono brevi, focalizzati su quelli che consideriamo aspetti disfunzionali del nostro comportamento o del nostro pensiero. La ricerca ha però dimostrato che i risultati non sono a lungo termine.

La psicoanalisi si focalizza su quello che il paziente non riesce a vedere da solo.

Analisi interrotte

Ci sono pazienti che si sentono speciali per il fatto di poter fare l’analisi. Lo sono. Fare un’analisi è un qualcosa di speciale, che non tutti fanno e che non tutti possono fare. Se nel corso dell’analisi non si riesce a trasformare questa motivazione, sono analisi verosimilmente destinate a fallire entro il primo-secondo anno.

Sono pazienti che non vengono in analisi per cambiare, ma per sentirsi “nel giusto”. Pazienti che hanno un bisogno narcisistico di sentir confermato il proprio modo d’essere e che si oppongono alla possibilità di cambiamento.

Pazienti che non vogliono diventare consapevoli di se stessi, delle proprie dinamiche psichiche e dei meandri più oscuri della propria personalità. Non chiedono la verità su se stessi e sulle proprie relazioni fallimentari, chiedono di imporre la propria verità. Deve diventare vero, quello che loro affermano sia vero.

Andare in analisi per uno  o due anni, o andarci per due volte la settimana, non è fare un’analisi, è avere la possibilità di cosa annusare cosa sia l’analisi.

Analisi di successo

Quello che non riusciamo a capire da soli di noi stessi, in analisi è considerato essenziale. Un trattamento analitico richiede pazienza. E’ un lungo viaggio che offre un tempo e uno spazio che non si possono trovare altrove. E’ un luogo dove entrare in contatto con noi stessi in modo autentico e, quindi, anche con aspetti sgradevoli  o minacciosi.

Se ci accorgiamo che, nonostante i nostri sforzi e le nostre strategie, ripetiamo sempre la “stessa scena del film”, come se girassimo su una ruota che ci presenta periodicamente sempre lo stesso scenario, è l’ora di intraprendere un’analisi.

 

 

 

Social network e soddisfazione di coppia

soddisfazione coppia

Componenti della relazione di coppia

Henry Dicks (1967) ritiene che una coppia è in relazione su tre grandi aree:
1 – aspettative reciproche cosciente su quello che la coppia può offrire
2 – grado in cui le aspettative reciproche hanno potuto armonizzare e integrare le aspettative culturali di ciascuno
3 – attivazione inconscia delle passate relazioni patogene.
Spesso, grazie all’identificazione proiettiva, una coppia patologica può apparire più affiatata grazie all’intreccio collusivo reciproco dei partner.
Secondo Kernberg (1995) le aree individuate da Dicks possono essere così riformulate:
1 – relazioni sessuali reali
2 – relazioni oggettuali predominanti consce e inconsce
3 – condivisione di un ideale dell’Io.

L’idealizzazione nella coppia

Secondo Fowers, Lyons e Montel (1996) le persone con una maggior idealizzazione del partner riportano un maggior senso di appagamento riguardo alla propria relazione sentimentale. In pratica, una visione irrealisticamente molto positiva del proprio compagno produce una maggior soddisfazione di coppia. Nel 1967, Edmonds sviluppò il concetto di “convenzionalizzazione coniugale”  per delineare la tendenza di un partner a fornire
descrizioni positivamente irrealistiche del proprio compagno e della relazione. Più recentemente per ritrarre tale tendenza alcuni autori, fra cui Fowers e Olson (1993), Fowers, Applegate, Olson e Pomerantz (1994) e Fowers e coll. (1996), hanno utilizzato il termine “distorsione idealistica”.

Codivisione sui social network

Questo bisogno di idealizzazione potrebbe essere il motivo del bisogno di alcune coppie di condividere, quasi compulsivamente, la propria soddisfazione relazione sui vari social.

Il trauma psicologico

Frida Kahlo Trauma

Cosa si intende per trauma
Un trauma è tale perché è una circostanza che non siamo psicologicamente preparati ad affrontare. Non è la situazione esterna ad essere traumatica, ma è l’esperienza di consapevolezza della propria impotenza ad esserlo.
Un evento si definisce estremamente traumatico quando “implica l’esperienza personale diretta di un evento che causa o può comportare morte o lesioni gravi o altre minacce all’integrità fisica; o la presenza ad un evento che comporta morte, lesioni o altre minacce all’integrità fisica di un’altra persona; o il venire a conoscenza della morte violenta o inaspettata, di grave danno o minaccia di morte o lesioni sopportate da un membro della famiglia o da altra persona con cui è in stretta relazione” (APA, 2000, p. 497). Nel DSM-IV TR è specificato quali sono i traumi che generalmente vengono vissuti come estremamente traumatici: “Gli eventi traumatici vissuti direttamente includono, ma non sono limitati a, combattimenti militari, aggressione personale violenta (violenza sessuale, attacco fisico, scippo, rapina), rapimento, essere presi in ostaggio, attacco terroristico, tortura, incarcerazione come prigioniero di guerra o in un campo di concentramento, disastri naturali o provocati, gravi incidenti automobilistici, ricevere una diagnosi di malattie minacciose per la vita” (p. 497). Questo elenco scompare nel DSM 5 (APA, 2013).
Alcuni tipi di eventi, che implicano aggressione fisica o la sopravvivenza di una persona cara, possono risultare traumatici anche se vi assistiamo come testimoni o ne veniamo informati in modo inaspettato (APA, 2000).

Le conseguenze del trauma
Il DPTS è l’unico disturbo previsto dal DSM con eziologia certa: la sintomatologia è, infatti, riconducibile all’evento traumatico (criterio A).
La definizione di trauma è però cambiata in ogni edizione del DSM. Già nel DSM-I era presente la categoria diagnostica del “Gross Stress Reaction”, previsto per persone che avevano vissuto stress emozionali o fisici estremi (APA, 1952). Nel DSM-II non era, invece presente nessuna categoria diagnostica per la reazione patologica al trauma (APA, 1968).
Nella formulazione del DSM-III l’esperienza traumatica, per essere definita tale, doveva soddisfare due condizioni: a) che fosse sufficientemente grave da comportare una sintomatologia da stress nella maggior parte delle persone, b) che superasse la normale esperienza umana (APA, 1980). Nel DSM-III-R fu aggiunto, alla precedente definizione, che lo stressor fosse perlopiù accompagnato da intensa paura, terrore e impotenza (APA, 1987), anche se non era necessario aver esperito una di questa sensazioni per poter diagnosticare il DPTS. E’ in questa edizione, che lo stressor viene concepito anche come un evento non direttamente esperito, ma di cui si è stati testimoni oppure di cui si è sentito raccontare.

Il vissuto traumatico
Nel DSM-IV (APA, 1994) sono stati definiti gli stressor che rappresentano l’attuale definizione di trauma estremo. E’ in questa edizione che diventa, inoltre, criterio diagnostico fondamentale l’aver esperito intensa paura, orrore ed impotenza durante l’evento traumatico. Nel DSM 5 il vissuto traumatico è concepito più soggettivo, per cui scompare la specificazione che l’evento deve aver causato un vissuto di “impotenza e orrore”. Un punto oggetto di un lungo dibattito, ancora in corso, è quello secondo cui, dal DSM-IV, la sintomatologia debba essere riconducibile ad un unico stressor. Un altro punto di discordia è la rimozione, dai criteri di definizione del trauma del DSM- IV, della nozione di minaccia all’integrità psicologica, mentre rimane la minaccia all’integrità fisica e alla sopravvivenza. Inoltre, l’evitamento emozionale tipico degli eventi traumatici, che può arrivare fino alla dissociazione, può portare al diniego da parte della vittima delle emozioni esperite; queste persone non risultano, quindi, traumatizzate per il DSM-IV, in quanto viene a mancare il criterio A2 (Blanchard & Hickling, 2004).

Incidenza del trauma
Gli studi epidemiologici hanno evidenziato un’incidenza del disturbo che varia dal 0.5% al 10% a seconda dello Stato di riferimento: ad esempio mentre per l’Italia non ci sono dati certi, negli Stati Uniti il dato epidemiologico corrisponde all’8% della popolazione. Gli stressor traumatici sono molto comuni all’interno della popolazione, ma soltanto una minima percentuale sviluppa un DPTS e circa un terzo non guarisce più (APA, 1994). Generalmente risulta maggiormente traumatica un’aggressione o un abuso da parte di un’altra persona rispetto ad un disastro naturale o ad un evento accidentale (es. incidente automobilistico), come è stato evidenziato, ad esempio, da Briere e Elliot (2000). Anche il DSM-IV TR sottolinea come, in caso di trauma di natura relazionale, aumenti la probabilità di sviluppare un DPTS (APA, 2000). Le popolazioni maggiormente a rischio (con un tasso d’incidenza che va da un terzo a più della metà degli individui esposti) sono, infatti, i sopravvissuti di violenza sessuale, guerra, prigionia, campi di concentramento e genocidio per motivi etnici o politici (Allen, 2005; APA, 1994; 2000). Secondo Axia (2006), una spiegazione del fatto che i traumi causati da altre persone risultino più gravi, potrebbe essere che le vittime di altri esseri umani si sentano di aver in qualche modo “causato” o “favorito” il comportamento dell’altro. Uno studio epidemiologico condotto negli Stati Uniti su un campione di 8.098 americani, di età compresa tra i 15 e i 54 anni, ha evidenziato come le esperienze traumatiche siano un avvenimento comune nel corso della vita. Da questa indagine risulta, infatti, che il 60,7% degli uomini e il 52,1% delle donne americane abbiano subito almeno un trauma nell’arco della vita. Quelli più frequentemente menzionati sono: assistere all’aggressione di qualcuno che rimane seriamente ferito o ucciso, incendi o altri disastri naturali, gravi incidenti stradali, partecipazione a conflitti militari. Il dato significativo è che solo il 7,8% (10,4% delle donne e 5% degli uomini) della popolazione ha sofferto di Disturbo Post-Traumatico da Stress in seguito a questi eventi. Gli eventi più comuni nella popolazione femminile che è andata incontro ad un DPTS sono: stupro, molestia sessuale, violenza fisica, minaccia a mano armata, abuso fisico infantile. Quelli che risultano associati a DPTS nella popolazione maschile sono: stupro, combattimento in guerra, abuso e abbandono infantile (Kessler, Sonnega, Bromet, Hughes, & Nelson, 1996).
A parte la specificità dello stressor, gran parte della letteratura sull’argomento suggerisce che la gravità della sintomatologia post-traumatica individuale dipenda da almeno quattro tipi di variabili: caratteristiche della vittima, qualità dello stressor, risposta soggettiva e supporto sociale. Nessuna di queste variabili agisce indipendentemente dalle altre (Briere, 2004).

Lo sviluppo della sintomatologia
L’esposizione all’evento non è, quindi, sufficiente perché avvenga un vero e proprio trauma psichico. Infatti, il criterio A2 del DSM-IV TR prevede una risposta d’intensa paura, accompagnata da impotenza o orrore al momento del trauma. In letteratura emergono, però, alcune perplessità sulla maggiore probabilità o gravità di una sintomatologia post-traumatica in presenza di tale vissuto emozionale (Brewin, Andrews, & Rose, 2000; Ozer, Best, Lipsey, & Weiss, 2003; Roemer, Orsillo, Borkovec, & Litz, 1998). Anche se è stata evidenziata una forte correlazione tra l’aver sperimentato una di queste emozioni e lo sviluppo del DPTS a distanza di sei mesi dall’evento traumatico (Brewin et al., 2000), in alcune ricerche è, invece, emerso che vittime con DPTS non hanno avuto questo tipo di vissuto durante il trauma, bensì riportano alti livelli di vergogna e rabbia (Grey, Holmes, & Brewin, 2001; Holmes, Grey, & Young, 2005). In letteratura è, infatti, abbondantemente evidenziato che sentimenti di colpa, vergogna, tristezza, tradimento, umiliazione e rabbia accompagnano frequentemente il DPTS (Freyd, 1996; Resick & Schnicke, 1993; Reynolds & Brewin, 1999). Non sono ancora state fornite sufficienti testimonianze a favore delle emozioni elencate nel DSM-IV piuttosto che di altri vissuti, quali umiliazione o disgusto e senso di colpa a livelli molto intensi (March, 1993).

Trauma e supporto sociale
Una delle variabili associate allo sviluppo di una sintomatologia post-traumatica riguarda il supporto sociale fornito alla vittima; la presenza di un sostegno adeguato in seguito all’evento traumatico può, infatti, ridurre la possibilità di sviluppare una sintomatologia post-traumatica. A tal proposito, il supporto sociale è risultato benefico sugli effetti derivanti da disastri naturali (es., Armenian, Morikawa, Melkonian, Hovanesian, Akiskal, & Akiskal, 2002), da atti terroristici (es., Lee, Isaac & Janca, 2002), da violenza domestica (es., Coker, Smith, Thompson, McKeown, Bethea, & Davis, 2002) e da combattimenti e guerra (es., Fairbank, Hansen, & Fitterling, 1991). Ricerche piuttosto recenti evidenziano, inoltre, come una risposta negativa della rete sociale (es. critica, biasimo e stigmatizzazione) sia un potente predittore di una sintomatologia post-traumatica (Andrews, Brewin, & Rose, 2003).

Co-sleeping: quando è necessario abbandonare il lettone

co-sleeping

Durante il primo anno di vita i genitori forniscono intimità e conforto al bambino attraverso il contatto, il proprio odore e il suono della propria voce. Il bambino ha quindi bisogno del contatto e della vicinanza per sentirsi sicuro e provare conforto. I bisogni del bambino cambiano però man mano che cresce. Alla fine del primo anno di vita, nel rassicurare il bambino acquisiscono sempre più importanza le parole e l’espressione facciale. Mentre durante il primo anno di vita il contatto è il miglior agente di rassicurazione e confort, dopo il primo anno gli aspetti verbali hanno sempre maggiore importanza.
Nella transitare tra una modalità di rassicurazione all’altra, il bambino introietta il senso di sicurezza, cioè quella sensazione che ha provato nella relazione con il genitore. Il bambino continua a richiedere la presenza dei genitori e gradualmente interiorizza la relazione con il genitore e quello che questa trasmette. La possibilità di separarsi deriva proprio da quanto ha potuto interiorizzare il senso di sicurezza attraverso il contatto, l’odore e il suono della voce.
Intorno ai tre anni i bambini cominciano a capire che i genitori non sono solo i loro genitori, ma hanno una relazione tra loro, che possono non accettare. I bambini che hanno difficoltà ad accettare questa relazione, sono maggiormente centrati su se stessi ed hanno difficoltà a capire che le persone hanno bisogni e motivazioni che possono non riguardarli. Continuare a farli dormire nel lettone, può quindi trasmettere il messaggio che i genitori esistono solo per loro, continuando a farli sentire al centro dell’universo. E’ l’accettazione di non esserlo, che può rendere difficile per il bambino dormire da solo nel proprio letto.

I cambiamenti dell’adolescente

adolescenza

“All’apparir del vero
tu, misera, cadesti: e con la mano
la fredda morte ed una tomba ignuda
mostravi di lontano.” (Giacomo Leopardi)

Con l’irrompere dell’adolescenza si ha una rottura epistemologica dello scorrere del tempo. L’adolescente capisce che il il tempo è irreversibile. Esiste l’irreparabile.
Sono tre i cambiamenti fondamenti che avvengono in adolescenza:

1) Somatico. Il corpo cambia, l’adolescente diventa più forte dei suoi genitori, viene messa in discussione la loro autorità.

2) Sessualità. Anche prima è presente, ma in modo immaturo.

3) Pensiero. Si accede al pensiero adulto. Nascono le grandi domande e le grandi intuizioni.

Nell’infanzia c’è il buono e il male ed i genitori sono i rappresentanti del buono. L’adolescente si accorge che i genitori sono complessi e questo è meno rassicurante. Si cercano dei sostituti dell’infanzia, degli idoli.
Quanto più è fragile l’identità dell’adolescente, tanto più ha bisogno di simboli esterni (piercing, tatuaggi, vestiario).

Spesso i genitori attribuiscono il cambiamento in negativo a qualcosa di esterno (scuola, amici, ecc.), spesso ci può essere qualcosa che ha accelerato un processo, che però era iniziato molto tempo prima. Un cambiamento catastrofico (Bion) che comincia spesso a preparare il terreno durante l’infanzia, un vissuto traumatico che non era rappresentabile e che trova una rappresentazione.

Psicoanalisi di coppia

counselor coppia

terapia coppia

La psicoanalisi di coppia è diversa da quella individuale. La coppia viene trattata come se fosse un’unica persona in terapia, una persona che pensa, sente e agisce e che, quindi, associa analiticamente come se fosse un’unica persona. La coppia crea infatti un campo che si può ammalare. Spesso ad essere problematica è, infatti, l’interazione preconscia e inconscia della coppia.
A volte il problema può essere individuale, ed allora è meglio valutare di intraprendere un’analisi personale, ma non è sempre così. Ad esempio, può accadere che l’altro venga usato per compensare parti fragili del proprio Sé, in questo caso la dinamica di coppia può slatentizzare, cioè rendere manifesto, il problema, che però è da trattare individualmente.
Nel decidere di intraprendere un percorso di coppia, è fondamentale che entrambi i membri della coppia abbiamo il desiderio di capire e trasformare gli aspetti problematici ed insoddisfacenti.
Spesso la relazione di coppia diventa problematica perhcé l’altro può funzionare da contenitore di identificazioni proiettive, proiezioni e scissioni di cui individui e coppia non sono consapevoli. Se l’altro diventa ricettacolo passivo di qualcosa di non elaborato dell’altro, si crea una relazione patologica.
L’obiettivo della psicoanalisi di coppia è di far in modo che la coppia acquisisca gli strumenti per elaborare, dare significato e trasformare il proprio funzionamento, cioè che ci sia una capacità di reverie di coppia.

Stili di personalità

personalità

Nancy McWilliams (1994) individua otto tipologie caratteriali anche se, specifica, si possono trovare combinazioni delle stesse. Ognuna di queste è caratterizzata da peculiari dinamiche di funzionamento che, diventano patologiche, solo quando sono talmente stereotipate da impedire lo sviluppo psicologico e l’adattamento; ogni modello caratteriale può infatti collocarsi in punti diversi dell’asse nevrosi-borderline-psicosi
La personalità psicopatica (o antisociale) è maggiormente presente nell’area borderline-psicotica del livello evolutivo di organizzazione della personalità, infatti solitamente il fallimento si ritrova alla base dell’attaccamento umano con il conseguente uso di difese molto primitive. Presentano una maggiore aggressività di base e solitamente hanno una soglia più altra di reattività del sistema nervoso autonomo, infatti ricercano maggiormente esperienze sensoriali forti. Tra i processi difensivi maggiormente presenti troviamo il controllo onnipotente, l’identificazione proiettiva, dissociazione e acting out. La mancanza di attaccamenti primari sani si ritrovano nel Super-Io difettoso e nel considerare l’altro solo in virtù della possibilità di dimostrazione del proprio potere; sono persone che non hanno potuto interiorizzare oggetti buoni e non si sono identificati con la figura di accudimento. La loro infanzia è spesso caratterizzata da insicurezza e caos, con estrema severità affiancata da eccessi di indulgenza. Hanno investito sul Sé perché non potevano investire sugli oggetti esterni. Nelle relazioni sentimentali manifestano l’invidia primitiva: il desiderio di distruggere ciò che desiderano (Klein, 1957).
La personalità narcisistica è alla continua ricerca di sostegno per la propria autostima, nelle loro manifestazioni viene sempre espresso il terrore di inadeguatezza, inferiorità, vergogna e/o debolezza. Spesso sono bambini considerati proprie estensioni narcisistiche dai genitori; non provano senso di colpa (caratteristico di un genitore interiorizzato critico) quanto da vergogna: vivono nel terrore di essere scoperti nelle loro debolezze. Passano dall’idealizzazione alla svalutazione, sono cronicamente critici verso se stessi e verso gli altri. Nelle relazioni sentimentali non riescano ad accettare l’altro senza giudicarlo, non riescono ad amare senza idealizzare e non possono esprimere i propri sentimenti senza vergognarsi. L’altro diventa un oggetto-sé, serve cioè per alimentare il proprio senso di identità attraverso la conferma, l’approvazione e l’ammirazione. Rivivono nel rapporto di coppia quello che hanno sperimentato con i propri genitori: l’importante non era come veramente erano ma la funzione che svolgevano. Può essere vissuto in un ambiente di continua valutazione: un bambino che realizzi le ambizioni fallite del genitore, un bambino sempre giudicano, anche se positivamente, fino ad arrivare ad avere il timore di essere un impostore.
La personalità schizoide ha come difesa patognomica il ritiro nel mondo interiore dell’immaginazione; sono inoltre presenti, come difese, la proiezione, l’introiezione e idealizzazione-svalutazione se, in area nevrotica, l’intellettualizzazione e la sublimazione. Per McWilliams lo schizoide desidera la vicinanza dell’altro (diversamente da quanto previsto dal DSM IV) ma teme l’intrusione. Può aver sperimentato genitori troppo invadenti, una madre troppo seduttiva o ricevuto messaggi emotivamente ambivalenti. Per lo schizoide l’abbandono rappresenta il male minore rispetto all’iglobamento; presentano spesso un atteggiamento distaccato, ironico e sprezzante e sono spesso attratti dalle personalità isteriche; manifestano quindi un conflitto di avvicinamento-evitamento.
La personalità paranoide sono caratterizzate dalla proiezione, percepiscono esterno al Sé quello che invece è interno; presentano elevata irritabilità e aggressività e probabilmente hanno ricevuto risposte eccessivamente negative dalle figure di accudimento. Sono oppressi dal senso di colpa che trasformano in pericoli che lo minacciano dall’esterno. Tra le difese troviamo anche diniego e formazione reattiva. Nella storia delle persone paranoiche si ritrovano spesso critiche, punizioni pretestuose e pesanti mortificazioni, portandolo a successive relazione anafattive.
La personalità depressiva e quella maniacale hanno analoghi temi organizzativi di base. Quelle depressive rivolgono verso se stesse i sentimenti di rabbia ed hanno un senso di colpevolezza diffuso, cosciente ed egosintonico. La principale difesa è l’introiezione, possono aver fatto propri caratteristiche di un oggetto d’amore perduto precocemente, idealizzandolo. Provano angoscia di separazione e possono usare il rivolgimento contro il Sé (altra difesa dell’Io) della parti negative di un oggetto d’amore idealizzato ma che esperisce come inaffidabile o male intenzionato. Possono aver avuto una madre che gli ha colpevolizzati nel momento di separazione-individuazione o che li ha eccessivamente allontanati come comportamento controfobico. La maniacalità costituisce l’altra faccia della depressione, quando questa viene denegata. In questo tipo di personalità oltre al diniego troviamo l’acting-out; spesso hanno avuto esperienze infantili di separazioni traumatiche, indifferenza e violenza emotiva, tanto che temono l’attaccamento
La personalità masochistica tollera il dolore e la sofferenza nella speranza, cosciente o inconscia, di un qualche bene maggiore. Spesso bambine che hanno subito violenza (i bambini si identificano più spesso con l’aggressore sviluppando più una componente sadica). Mentre il depresso pensa che la sua sofferenza sia giusta, il masochista ne è più cosciente e si vede come una persona che soffre ingiustamente.
Tra le difese troviamo introiezione, rivolgimento contro il Sé, idealizzazione, acting out e moralizzazione. Il diniego è evidente nel loro descrivere con parole la sofferenza e le violenze subite, negando però un particolare disagio e rivendicando le buone intenzioni in chi li maltratta. Il masochista è un depresso che spera ancora: la perdita traumatica non è stata tale da far rinunciare il bambino dal tentativo di essere amato. Bambini che si sentivano amati solo nel momento in cui stavano male oppure genitore che si interessa del bambino solo quando deve punirlo. Il masochista tra l’abbandono e il dolore preferisce il secondo, ha problemi di dipendenza.
La personalità ossessiva e compulsiva è caratterizzata dal bisogno di essere controllata, puntuale, pulita e ragionevole, senza manifestare sentimenti di rabbia o vergogna. Tra le difese troviamo isolamento, annullamento, formazione reattiva, spostamento, razionalizzazione e moralizzazione. Sono persone che sopravvalutano l’attività cognitiva e si sentono spesso indadeguate in situazioni intime; hanno sperimentato genitori con standard molto elevati di comportamento. Mentre l’ossessivo sostiene la propria autostima con il pensiero, il compulsivo la sostiene con l’azione.
La personalità isterica (o istrionica) ha un’emotività quasi artificiosa, superficiale, esagerata e facilmente mutabile. Tra le difese maggiormente presenti troviamo rimozione, sessualizzazione e regressione. Spesso hanno avuto madri inadeguate e padri seduttivi, creando un conflitto di avvicinamento-evitamento. Questo tipo di personalità non ricercano il piacere nella “sopraffazione” dell’altro, pur avendo partner di potere: farsi vedere con l’altro potente diventa una fonte di autostima indiretta. Temono l’intrusione e il rifiuto e ricercano continuamente l’attenzione per rassicurarsi della loro accettabilità.
L’ultima tipologia descritta da McWilliams è la personalità dissociativa: sul fronte nevrotico sono persone brillanti e creative e proprio per questa loro ricchezza possono aver trovato rifugio nel loro mondo immaginario durante l’infanzia; sul versante più problematico, possono aver sperimentato un’intensa esperienza emotiva che li ha sopraffatti senza aver ricevuto alcun aiuto nell’elaborazione. Nell’infanzia sviluppano tecniche di evasione, falsificando là dove non riescono a ricordare. Le relazioni infantili sono spesso caratterizzate dalla violenza, spesso genitori alcolisti e tossicodipendenti che non possono aiutare i figli nell’elaborazione dei loro traumi. Questo tipo di personalità ricercano l’oggetto e l’attenzione degli altri.

Trovi sempre la persona sbagliata?

relazione patologica

Quali sono le caratteristiche personologiche ed interpersonali correlate all’instaurarsi della relazione patologica? Come nasce un equilibrio disturbante tra le parti sane e le parti malate dell’ IO dell’ uno, con le analoghe parti dell’ altro?
Il rapporto di coppia pone in essere un incontro di aspetti oltre che interpersonali anche intrapersonali; in questo tipo di relazioni il legame uno-uno dovrebbe lasciare il posto al legame tra-due, “un Due che si produce e produce qualcosa di differente dalla somma o dalla semplice aggregazione di Uno e Uno” (Berenstein, 2005, p.183), quale presupposto di una relazione appagante.
I numerosi studi sulla soddisfazione di coppia hanno portato ad evidenziare le principali componenti di un appagamento relazionale e il collegamento tra pattern di attaccamento, stile comunicativo e relazione sentimentale adulta (Hazan e Shaver, 1987; Denton, Byurleson e Sprenkle, 1994; Sinclair e McCluskey, 1996), mentre non sono state altrettanto profondamente indagate le caratteristiche relazionali e personali che innescano la relazione patologica.
Bowlby (1988) ha affermato che un intenso stile di attaccamento di tipo ambivalente conduce a sentirsi minacciati dalla solitudine, con la conseguente paura di essere lasciati; sempre secondo questo autore ciò può portare a comportamenti estremi quali la violenza.
Secondo la teoria sviluppata da Bowlby (1988) il bambino, nella sua crescita, giunge a sviluppare un attaccamento nei confronti della persona che si prende cura di lui ed il tipo di legame instaurato costituirà una matrice relazionale per i successivi rapporti.
Dalle prime ricerche sulle relazioni tra i legami sentimentali adulti e le modalità di attaccamento infantili (Hazan e Shaver, 1987), sono stati effettuati studi successivi che hanno provato come uno stile di attaccamento ambivalente sia maggiormente presente nei mariti violenti (Bartholomew, 1994), così come sono più frequenti alti livelli di dipendenza dalla moglie (Murphy, Meyer e O’Leary, 1994).
Holtworth-Munroe et al. (1991, 1993) hanno evidenziato come le relazioni caratterizzate da eccessiva gelosia da parte del marito e rifiuto da parte della moglie, evidenzino uno stile di attribuzione di intenti negativo ed hanno minore probabilità di generare risposte competenti.
Nell’ambito di questo paradigma di ricerca è stato inoltre evidenziato come persone con attaccamento sicuro tendino ad unirsi tra loro, mentre per le altre categorie sembrerebbe esserci un rapporto di complementarità (Collins, Read, 1990; Senchak, Leonardi, 1992)
L’osservazione clinica in ambito psicoanalitico, ha portato a considerare come fondamentali le relazioni instaurate nei primi anni di vita con le figure parentali per il successivo sviluppo di un disturbo di personalità; nella diagnosi psicoanalitica vengono infatti considerati il mondo pulsionale-affettivo e lo stile difensivo dell’Io ma anche i modelli di relazione oggettuale interiorizzati, le esperienze di sé che si ripercuotono sull’autostima e i modelli di tranfert e controtranfert, quali espressione delle rappresentazioni interne di sé e degli altri (per una trattazione puntuale vedere McWilliams, 1994 e Gabbard, 2000).
Secondo Minolli (2005, p. ?), “accedere alla coppia è accedere alla realizzazione di desideri reali. In effetti solo un Io-soggetto sufficientemente attestato a posizioni di funzionamento realistico può accedere, e di fatto accede, alla coppia”.
In definitiva, è necessario essere sufficientemente sani per instaurare una relazione di coppia sufficientemente sana.