In alcuni legami affettivi adulti si intrecciano dinamiche inconsce che sfuggono a una lettura immediata. Si tratta di relazioni che nascono e si sviluppano su un terreno fragile, spesso segnato da antiche ferite narcisistiche che non sono state riconosciute e sanate. Il bisogno di legittimarsi attraverso l’altro, di essere visti, desiderati e scelti, si maschera di amore, ma prende invece la forma di una dipendenza mascherata da intimità. Non è amore dell’altro, ma bisogno dell’altro. Uno degli scenari più insidiosi è quello della relazione con un narcisista covert, figura che incarna un paradosso relazionale: si mostra fragile, salvifica, empatica — eppure agisce profondamente spinto da un bisogno di creare un legame con l’altro, che però non contempla davvero l’altro nella sua alterità, ma lo ingloba come risposta al proprio vuoto interno. Non è vera empatia, non è una sensibilità reale: è solo verso se stessi, il proprio bisogno, la propria gratificazione.
Il narcisismo covert: dal vittimismo al dominio sottile
Molti di questi individui si descrivono come vittime di storie precedenti. Ma a uno sguardo analitico più attento emerge un narcisismo mascherato, che si alimenta del bisogno di essere curati, visti, accolti. Non chiedono “guardami”, ma sussurrano “salvami”. Ma anche questa richiesta cela un movimento di controllo: l’altro deve esistere per rispondere al mio vuoto, per placare la mia fame di conferma.
Il volto nascosto del bisogno: love bombing e idealizzazione primitiva
Il narcisista covert non appare arrogante o grandioso. Al contrario, spesso si presenta con tratti di apparente vulnerabilità, generosità e ascolto empatico. In questa prima fase — nota come love bombing — l’altro viene investito di attenzioni continue, adulazione e presenza avvolgente. Non è amore, ma investimento narcisistico: l’altro viene scelto non per ciò che è, ma per ciò che può rappresentare.
Si tratta di una forma di idealizzazione primitiva, in cui l’altro diventa oggetto parziale con una funzione salvifica. È l’altro che “mi fa sentire speciale”, “mi permette di esistere”, “mi salva dalla solitudine”. Non lo si vede nella sua totalità, ma come specchio riflettente di un bisogno infantile rimasto irrisolto.
Sacralizzare la sofferenza: costruirsi un’identità tramite il dolore
Una delle strategie inconsce più raffinate di questi individui è la messa in scena del dolore. La sofferenza — fisica, relazionale, biografica — diventa simbolo di nobiltà emotiva e al contempo strumento di potere affettivo. Il partner viene legato attraverso la colpa e l’illusione di essere l’unico che può offrire salvezza. Frasi come “Se non ci fossi tu, non ce la farei” sembrano dichiarazioni d’amore, ma agiscono come uncini emotivi.
La sofferenza viene teatralizzata, mostrata come cicatrice eroica: serve a catturare l’altro nella parte del salvatore, consolidando il legame attraverso dinamiche di colpa e idealizzazione reciproca.
Il dono come vincolo emotivo
Anche la generosità materiale può divenire strumento di legame coatto. I regali non sono gesti gratuiti, ma trappole relazionali: suggeriscono un “dovere di ritorno”. Non solo “ti penso”, ma “ti lego a me”. Viaggi, bottiglie da condividere, esperienze pensate per due: il dono non lascia spazio all’autonomia, ma determina la narrazione, scandisce il tempo dell’altro, e soprattutto ne regola la presenza.
Quando l’amore è una performance
Molti adulti che mettono in scena un amore travolgente, iper-presente, “salvifico”, hanno interiorizzato nell’infanzia un messaggio pericoloso: “solo se sono utile, sarò amato”. Questo Falso Sé, cresciuto all’ombra di un bisogno di compiacere, in età adulta si manifesta attraverso relazioni rapide, intense, totalizzanti. L’altro viene sedotto attraverso un’apparente empatia che cela, in realtà, una fame d’amore mai digerita.
Linguaggio manipolatorio e amore condizionato
Le parole diventano strumenti sottili di colonizzazione affettiva. Espressioni come “non andare, resta con me” si presentano come manifestazioni d’amore, ma in realtà veicolano richieste di possesso emotivo. L’altro viene progressivamente scollegato dalla propria soggettività e assorbito all’interno della relazione, ridotto a funzione del bisogno affettivo altrui. La coppia si trasforma in una bolla chiusa, un micromondo apparentemente privilegiato, in cui sentirsi unici e indispensabili. Ma si tratta di un amore condizionato, in cui la libertà dell’altro è sacrificata per garantire la stabilità narcisistica del partner. Quando uno dei due tenta di uscire dalla bolla — anche solo per riconnettersi con la propria individualità o coltivare uno spazio personale — si attiva un senso di minaccia: non per il legame autentico, ma per la perdita del controllo sull’altro. È allora che riaffiora quel mondo interno rimosso, a lungo sacrificato in nome di un’illusione di fusione affettiva.
Costruirsi un’identità sull’essere genitore
In alcuni casi, anche la genitorialità diventa un mezzo — spesso inconsapevole — per colmare un senso interno di inadeguatezza. Quando si teme di non possedere un valore intrinseco riconoscibile, si cerca nell’altro uno specchio che possa restituire un’immagine idealizzata di sé. È allora che i figli vengono inseriti nelle dinamiche seduttive come strumenti di validazione: l’immagine del “genitore sensibile” diventa il nuovo palcoscenico affettivo, il bambino una figura da esibire per dimostrare empatia, profondità, capacità di cura.
Si crea così una narrazione familiare precoce, una scenografia intima e apparentemente solida, funzionale a stabilire un legame accelerato e pseudo-profondo. Ma dietro questa costruzione c’è il tentativo di mostrarsi all’altro degni d’amore, non per ciò che si è, ma per ciò che si rappresenta.
In questo gioco relazionale, i figli smettono di essere soggetti e diventano inconsapevoli strumenti, pedine mosse all’interno di dinamiche adulte immature e regressivamente narcisistiche. E spesso sono proprio loro a testimoniare la natura fragile e patologica del legame: usati prima per costruire l’incontro, poi per giustificarne la fine.
Frasi come “penso al bene dei bambini” pronunciate da chi si ritira dalla relazione non parlano sempre di autentica responsabilità, ma rivelano una strategia difensiva: la funzione genitoriale usata come schermo contro l’angoscia del coinvolgimento reale. Un modo per darsi un’immagine moralmente intatta, evitando il rischio di essere visti — o di vedersi — come inadeguati, fragili, dipendenti.
Quando la maschera cade
Arriva però un momento in cui la relazione si svuota del contesto idealizzato: niente figli, nessuna malattia, nessun regalo. Solo due adulti, nel tempo reale. È lì che il legame si mostra per quello che è: vuoto, inconsistente, costruito su un artificio. Le frasi affettuose si rivelano script ripetuti. L’intimità è diventata routine. La relazione non regge più senza il teatro.
A questo punto, emergono comportamenti distanzianti, silenzi, rivendicazioni e tentativi di colpevolizzazione. Si rimette in discussione tutto, persino i regali dati. Non c’è più amore: c’è solo bisogno, paura, rifiuto della solitudine. E allora l’altro diventa colpevole, ingiusto, distante — perché non ha sostenuto il ruolo assegnatogli nel copione narcisistico.
Conclusione: dalla fame d’amore al desiderio autentico
Il lavoro psicoanalitico si muove verso una trasformazione essenziale: convertire la fame d’amore in desiderio autentico. Interrompere il circuito dell’idealizzazione, della manipolazione, del bisogno di salvezza. Si tratta di aiutare il soggetto a tollerare la frustrazione, a riconoscere l’altro come distinto da sé, a non confondere il legame con l’identificazione simbiotica.
Come scriveva Winnicott, “è nella capacità di stare da soli, in presenza dell’altro”, che nasce la vera intimità. Solo quando l’amore non è più un antidoto alla solitudine, può esserci l’incontro autentico tra due soggettività. Un incontro che non salva, ma accompagna. Non travolge, ma sostiene. Non controlla, ma accoglie.

La “tattica” degli individui narcisisti consistente nel farti credere di fare il tuo esclusivo tornaconto non è “narcisismo covert”, ma semplicemente un altro esempio di “svalutazione dell’altro” (meccanismo di difesa), per quanto molto sottile: se si cade in questo tranello, si dà prova al verme di turno di “ardere dalla BRAMOSIA” di ottenere quel vantaggio (apparentemente) gratuito, dando così a questo l’impressione di essergli “inferiore”… ed ecco che si viene svalutati in quanto il tutto conferma l’idea del narcisista che si valga “meno di lui”.
Sono una persona con tratti narcisistici, non disturbo, di questa tipologia, in terapia da molti anni soprattutto per altre problematiche tra cui la depressione. Per esperienza: 1) sono tratti diffusissimi tra la popolazione ed il narcisismo ce l’abbiamo tutti, si misura su un gradiente dal sano al patologico, non con una visione buoni vs cattivi, che è infantile 2) avere tratti di questo tipo non ti salva dall’essere preda di persone con molti meno scrupoli ed empatia, anzi, per quello che ho visto c’è sempre almeno una diade di sfruttamento reciproco nei rapporti di coppia 3) chi utilizza un linguaggio del genere (verme) è il primo ad avere inconsapevolmente tratti di questo tipo. Definire altre persone “vermi” senza neanche conoscerle non fa onore e non aiuta nessuno, tantomeno chi le pronuncia. Mi da da pensare che non abbia letto davvero l’articolo ma cerchi validazione per il suo odio diretto agli altri. Bisogna studiare e affrontare percorsi prima di poter parlare con cognizione di causa, io l’ho fatto e continuerò. Non si sparano teorie a caso solo per dire la propria, non funziona così la ricerca scientifica. Articolo molto valido comunque
Un articolo chiaro, sintetico, completo. COMPLIMENTI Dottoressa!
Questo da voce al nostro vissuto, dalle nostre ferite primitive, al bisogno di legittimarsi attraverso l’altro, al portarci a confondere l’amore dal bisogno di salvare l’altro; che si mostra sempre fragile e sensibile (in senso unico), ma che paradossalmente è la persona più rabbiosa, collerica, invidiosa con scatti d’ira mai visti. Persone tristi, noiose, perennemente scontenti, che ribaltano tutto a loro favore e accusano il proprio partner di tutti i loro comportamenti.
E allora perché si rimane intrappolati? Le risposte sono infinite, il mio era il perenne bisogno di risolvere i problemi degli altri, di dimostrare le mie capacità, la mia forza, la mia intelligenza e determinazione; quindi di essere riconosciuta e validata. L’altro, lo riconosce ma non lo ammette, ogni tanto ti lancia un osso sotto forma di regalie (oggetti, viaggi, cure mediche), per poi presentare il conto salatissimo, con pesanti svalutazioni, non riconoscendo la tua individualità, creandoti il vuoto intorno, facendoti credere che solo lui/lei , ti ama, ti cura, ecc. Quindi, tu gli devi tutto, e la tua vita non basta a pagare. E di questo passo la vita va avanti in una ruota continua, finche diventi l’ombra di te stesso, non più riconoscibile e per di più, senza la forza di poter scappare (anche se ne sei cosciente che è l’unica via).
Un giorno pero, il NC ti lascia nel modo più assurdo e punitivo possibile, tu credi che finalmente ti sei liberato, offri appoggio, comprensione, solidarietà e tutto quello che umanamente si può offrire a chi ha fatto parte della tua vita e con il quale devi comunque a che fare per la gestione dei figli. Ma, sorpresa! a lui non va bene così, vuole vedere che tu soffra, vuole il sangue; inizia una campagna di recriminazioni, minacce, fraintendimenti (allusioni di riconciliazione se fai la brava, la sua storia attuale non è una cosa seria), dove tu non sei contemplato minimamente; se ti mantieni saldo e irremovibile, inizia una vendetta feroce, trova una sostituta (non importa se bella, brutta, giovane, vecchia, cretina o meno), te la porta sotto cassa , utilizza i figli che stanno malissimo per vedere nel tuo volto se ti ha ferito abbastanza e cosi continua per lungo tempo, le prova tutte, sembra che si plachi solo quando ti vede a terra, altrimenti la festa continua.
Il dolore ed il senso di essere stati truffati, svuotati e utilizzati che lasciano questi soggetti, è enorme. Vederli poi ricominciare (nell’immediato), tutta la festa, aggiunge altro dolore ed impotenza, pur sapendo di essere state/i miracolate/i.
Dicono che il tempo curi le ferite, io me l’auguro davvero, soprattutto per i figli che, sono le uniche vittime delle nostre scelte disgraziate.