Nella pratica clinica capita spesso di incontrare coppie che portano in seduta una sofferenza tanto composta quanto devastante: la realtà di un matrimonio apparentemente perfetto, ma totalmente privo di intimità. Dietro queste unioni, che la sociologia chiama “coppie bianche”, si nasconde a volte un dramma psicologico profondo, legato a uomini intrappolati in un Falso Sé. Parliamo di persone cresciute con il peso, conscio o inconscio, che il proprio orientamento omosessuale sia una colpa da nascondere a ogni costo, un errore incompatibile con il mondo in cui vivono.
Per difendersi dall’angoscia di andare in pezzi e dal giudizio sociale, l’unica via d’uscita diventa la costruzione di una “normalità” impeccabile e performativa. Il matrimonio eterosessuale, i figli e il successo sociale non nascono da un desiderio autentico, ma dal bisogno di rispondere allo sguardo dell’Altro, uno sguardo giudicante che l’uomo ha introiettato fino a farlo diventare la propria prigione. In queste unioni “schermate”, la totale assenza di passionalità si regge su un tacito, potente e invisibile patto di complicità tra i partner.
Il continuum della consapevolezza e la difesa dal crollo
Non tutti gli uomini che vivono in questi matrimoni hanno lo stesso livello di contatto con il proprio mondo interno. All’estremo di questo spettro c’è l’uomo consapevole ma scisso: colui che riconosce la propria omosessualità ma la segrega in un compartimento stagno della mente, conducendo una doppia vita clandestina e recitando, a casa, il ruolo del marito devoto. All’estremo opposto troviamo invece l’uomo radicalmente inconsapevole, dove la rimozione è talmente profonda che il desiderio omosessuale non accede mai alla coscienza, se non sotto forma di attacchi di panico, ansia innominabile o sintomi psicosomatici.
Da una prospettiva psicoanalitica, la scelta del matrimonio eterosessuale e l’esilio della sessualità non sono semplici strategie di facciata. Sono difese disperate per evitare il crollo dell’Io. Per questi uomini, riconoscere il proprio orientamento verrebbe percepito come una minaccia distruttiva per la propria identità. Il matrimonio diventa così un “oggetto-Sé” esterno, una struttura di sostegno artificiale che tiene insieme un’anima fragile, garantendo una parvenza di stabilità al prezzo di una radicale inautenticità.
Il corpo come valvola di sfogo: le passioni ossessive
Quando l’energia libidica e il desiderio non trovano spazio nella coppia, vengono quasi sempre dirottati altrove, investiti in passioni totalizzanti che rasentano l’ossessione: lo sport estremo, il collezionismo maniacale, il lavoro compulsivo o la preparazione esasperata per una maratona.
Prendendo in prestito le intuizioni di Wilfred Bion, possiamo leggere questa spinta coatta come il tentativo di gestire elementi psichici grezzi, quelli che lui chiamava elementi beta, che la mente non riesce a digerire o a trasformare in pensieri. Il desiderio non riconosciuto e l’angoscia che ne deriva premono per uscire, ma la funzione alfa del soggetto, ovvero la sua capacità di elaborare l’esperienza emotiva, è bloccata dal terrore. La passione ossessiva e la fatica fisica diventano allora una forma di evacuazione meccanica. L’azione sostituisce la riflessione: non potendo pensare il proprio desiderio, l’uomo lo “agisce” sfinendo il corpo, affinché la mente sia troppo stanca per lasciare spazio al ritorno del rimosso.
La complicità della moglie e il “Terzo Intersoggettivo”
Un matrimonio bianco, tuttavia, non si mantiene in piedi da soli. Richiede un’alleanza inconscia in cui anche la moglie gioca un ruolo cruciale attraverso una profonda negazione psichica. Se la partner spesso “non vede” indizi macroscopici, non è per ingenuità o mancanza di intelligenza, ma per un bisogno vitale di proteggere l’impalcatura della propria vita dalla verità.
In questo spazio intersoggettivo si crea quello che Thomas Ogden definisce il “Terzo Analitico”, una terza entità psichica generata dalla fusione inconscia delle menti dei due coniugi. Questo “Terzo” è governato da un accordo tacito: la manutenzione di una facciata serena. Il marito trova nel legame la copertura sociale e lo spazio per le proprie sublimazioni; la moglie trova spesso un rifugio sicuro dalle proprie angosce o da traumi passati legati alla sessualità e alla corporeità. È frequente che queste coppie raccontino di aver avuto rapporti all’inizio della relazione o solo per concepire i figli. Ma quella non era sessualità integrata nell’affetto: era una “sessualità d’organo”, un tributo biologico pagato per convalidare il contratto matrimoniale e mettere a tacere i dubbi, esaurito il quale la sfera intima è stata definitivamente archiviata.
Il lutto della verità e lo spazio terapeutico
La fortezza vuota della coppia bianca può resistere per decenni, apparendo all’esterno come un’unione solidale e inossidabile. Tuttavia, questa stabilità apparente si paga con la stagnazione psicologica di entrambi i partner.
Quando questo equilibrio crolla – perché il peso della finzione diventa insostenibile, perché l’uomo incontra un amore omosessuale reale fuori dalle mura domestiche, o perché il corpo si ribella – l’impatto con la realtà è devastante. Il dolore che emerge in terapia è duplice. Da un lato c’è il crollo del Falso Sé del marito, dall’altro c’è il lutto retroattivo della moglie. Nel momento in cui il velo si squarcia, la donna non deve elaborare solo la fine di una storia, ma la traumatica consapevolezza di aver vissuto dentro una narrazione fittizia, piangendo il tempo perduto e l’illusione di essere stata desiderata.
Eppure, proprio in questa rottura dolorosa si apre l’unico spazio terapeutico autentico. Smantellare il patto del silenzio non significa necessariamente una separazione distruttiva, ma significa dare finalmente un nome al non-detto. Solo attraversando la fatica della verità, entrambi i partner possono smettere di recitare e riappropriarsi, per la prima volta, del diritto a un desiderio autentico.

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