Di fronte agli ultimi drammatici fatti di cronaca che vedono coinvolti dei giovanissimi, la domanda che ci poniamo tutti è quasi sempre la stessa: come è potuto succedere? Come hanno potuto spingersi così oltre? Di rado queste vicende nascono dall’azione isolata di un singolo; molto più spesso si consumano all’interno di una coppia o di un piccolo gruppo, dove le dinamiche relazionali sembrano annullare la percezione del limite e del pericolo.
Quando siamo adolescenti, la solitudine è una delle paure più profonde e silenziose. Per sfuggirle, cerchiamo rifugio nei nostri pari, creando legami viscerali, quasi simbiotici: una fortezza fatta di complicità dove finalmente ci sentiamo compresi senza bisogno di spiegazioni, ma cosa succede quando la lealtà verso l’altro o verso il gruppo comincia a soffocare la nostra voce individuale? Fino a che punto il desiderio di appartenere ci protegge, e dove inizia invece il rischio di smarrire il nostro pensiero critico?
In Psicologia delle masse e analisi dell’Io Freud studia i legami che trasformano una pluralità di individui in un gruppo. Al centro colloca i processi di identificazione e l’investimento in un ideale comune. Il soggetto non agisce soltanto in rapporto ai propri convincimenti, ma anche in rapporto a ciò che lo rende riconoscibile e accettabile agli occhi degli altri membri.
L’adolescenza è l’età in cui il gruppo dei pari offre appartenenza e identità ed è proprio per questa ragione che può diventare il luogo in cui il pensiero individuale si assottiglia. Dove la sensazione e l’eccitazione si traducono direttamente in azione, senza il tempo della rappresentazione, l’atto prende il posto del pensiero. La domanda è quanto spazio, in quel momento, restasse per un pensiero che appartenesse a ciascuno dei due, distinto da quello del gruppo.
Bion nel 1950, in un breve scritto sul gemello immaginario, descrive la funzione psichica del doppio: un altro che serve a negare la separatezza, a evitare l’esperienza dolorosa di essere un individuo distinto, solo con i propri pensieri e con i propri limiti. Il gemello è colui che rassicura sul fatto che non si è soli. Più tardi, in Esperienze nei gruppi, descrive l’assunto di base di accoppiamento, in cui il gruppo si organizza intorno alla speranza che dall’unione di due persone nasca qualcosa di salvifico, che risolva l’angoscia e il vuoto. Anche in questo caso non si tratta di applicare le categorie al caso concreto, ma di riconoscere una possibilità: che la coppia sia investita di un compito che non è quello di pensare, ma quello di proteggere dalla paura.
Qui entra di nuovo in gioco, credo, la questione dell’adolescenza, che è prima di tutto una questione di solitudine. L’adolescente è chiamato a staccarsi dalle figure che lo hanno sostenuto, e il distacco lascia un vuoto che i pari vengono a riempire. Ma proprio perché questa dipendenza dagli adulti è vissuta come una minaccia, come un rischio di regressione o di sottomissione, il coetaneo diventa un legame particolarmente prezioso: è un altro che non comanda, che non giudica dall’alto, che parla la stessa lingua. Con lui ci si sente finalmente riconosciuti senza dover chiedere. Questo legame, però, è fragile, perché si regge su un equilibrio: perdere la stima del complice significa ripiombare nella solitudine. Mettere in discussione ciò che l’altro sta facendo vorrebbe dire rischiare di rompere l’unico legame che in quel momento sembra tenere insieme il proprio senso di sé.
Per questo il dubbio, in certe coppie, diventa un tradimento. Dire «fermiamoci» equivale a dire «non sono come te», «non ti seguo», e può suonare come un abbandono. La lealtà verso il compagno finisce allora per prendere il posto della lealtà verso il proprio giudizio e, soprattutto, verso la persona che si ha davanti. Il «noi» si costruisce in opposizione a un «loro» indistinto, il mondo, gli adulti, i passanti, e più il confine tra «noi» e «gli altri» si irrigidisce, più diventa difficile vedere in chi sta dall’altra parte un essere umano come noi.
C’è infine un aspetto che riguarda l’eccitazione. Essere in due può dare l’impressione di una potenza che da soli non si possiede: ciò che appare impensabile per uno diventa possibile per entrambi, perché la responsabilità sembra distribuirsi e il corpo del complice funziona come uno specchio che amplifica. Il rischio è una escalation che nessuno dei due, singolarmente, avrebbe scelto, ma che ciascuno sente di non poter interrompere senza perdere la faccia davanti all’altro.

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