In questi giorni abbiamo visto di nuovo immagini di violenza durante manifestazioni che dovevano nascere per costruire, non per distruggere. Viene da chiedersi cosa spinga alcuni gruppi a scivolare così rapidamente nell’atto distruttivo.
Negli stessi giorni leggevo la circolare del preside di un noto liceo fiorentino. Un testo concentrato quasi solo sull’illegalità della protesta, sul rispetto del diritto allo studio e al lavoro di docenti e personale, che liquida come “paradossale” la richiesta di spazi vivibili da parte di chi devasta i bagni. È una linea che si sposa perfettamente con l’impostazione dei decreti sulla scuola che hanno acceso la protesta. Di fronte a problemi enormi come la carenza e l’inadeguatezza degli spazi, la precarietà e la mancanza di personale, la risposta politica si è concentrata su temi come il divieto del velo o le quote di studenti stranieri per classe. Un atteggiamento che evoca il celebre (seppur apocrifo) adagio attributo alla regalità staccata dal popolo: “Non hanno pane? Che mangino brioche”.
Quando si perde la sensazione di poter fare qualcosa per cambiare le cose, subentra l’impotenza. Tutto comincia a sembrare inutile: manifestare, occupare, persino chiedere. L’impotenza non ascoltata si trasforma in rabbia cieca, e il sentirsi del tutto inermi si rovescia nell’illusione di poter distruggere ogni cosa. Dall’impotenza all’onnipotenza distruttiva.
Gli scontri di Milano ci pongono una domanda che non si risolve con una risposta di ordine pubblico: cosa succede quando un ragazzo smette di credere che la propria voce possa servire a qualcosa?
Sentirsi impotenti non significa semplicemente essere frustrati per un “no”. La frustrazione si tollera se c’è la speranza di poter negoziare, di poter riprendere il discorso più avanti. Bion lo ha spiegato bene: per poter pensare bisogna saper reggere il dolore della frustrazione quel tanto che basta da trasformarlo. Se questa capacità viene meno, quel dolore non si elabora più: si “evacua” direttamente nell’azione. Trasportato sul piano sociale, questo meccanismo ci fa capire il momento in cui la parola smette di fare da ponte e l’agire preposto prende il suo posto.
Per questo serve uno spazio di ascolto per la protesta. Il preside che tenta di cancellare l’occupazione bollandola come una contraddizione senza senso e minaccia punizioni sul voto in condotta o sul credito scolastico, non si sta ponendo come un interlocutore. Sta solo dicendo che non c’è posto per la manifestazione di un disagio. Facendo appello ai genitori, crea fazioni contrapposte, che non possono pensare insieme.
L’impressione è che per molti giovani sia diventato difficilissimo anche solo immaginare di poter contare qualcosa: viene chiesto loro di prepararsi al futuro, ma senza dare loro la sensazione di poter partecipare a costruirlo. C’è una differenza enorme tra l’essere inseriti in un sistema e l’avere la possibilità di modificarne le regole. Occupare la scuola, significa avere la sensazione di poter modificare le regole, sentire di poter esprimere il proprio dissenso e la propria visione di futuro.
Il senso di invisibilità nasce proprio dal negare questa possibilità. Non dalla mancanza di visibilità sui social o nei media, ma dalla mancanza di un riconoscimento reale: essere sempre osservati, valutati e giudicati, senza essere mai considerati davvero dei pari con cui parlare. A Milano le rivendicazioni sulla scuola si sono intrecciate con il caro affitti e la precarietà: il disagio non finisce tra le mura dell’aula, riguarda la possibilità stessa di agire sia sul proprio presente che sul proprio futuro.
Winnicott parla del falso Sé come di una difesa: ci si adatta alle richieste esterne per proteggere la propria parte più vera e spontanea. Certo, vivere insieme richiede limiti e compromessi, ma Winnicott ci aiuta a distinguere tra un adattamento sano, che lascia spazio all’iniziativa personale, e uno rigido, che la spegne. E la domanda che dovremmo farci come adulti è semplice: stiamo chiedendo ai ragazzi di trovare la loro strada o pretendiamo solo che entrino nello stampo che abbiamo già preparato per loro? Quali condizioni permettono a questa forza vitale a diventare parola, politica e cambiamento, anziché distruzione?
La differenza è tutta qui. Contestare significa riconoscere che davanti a noi c’è qualcuno con cui provare a cambiare le cose. Distruggere significa che l’altro non è più visto come un interlocutore, ma solo come un muro da abbattere. E quando si entra in questa logica, anche il gruppo rischia di diventare un posto dove il dubbio viene visto come debolezza e la violenza come una prova di forza.
Condannare la violenza è doveroso, ma per evitarla davvero dobbiamo fare in modo che, tra il silenzio di chi si adegua e il rumore di chi spacca tutto, continui a esistere una terza strada: quella di potersi sentire capaci di cambiare la realtà senza doverla per forza distruggere.

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