Quante volte, dentro una relazione, si sente dire: “Se ti rende felice non può essere sbagliato”. Non come slogan generico, ma come argomento preciso, rivolto al partner. Diventa una formula che assolve, che tranquillizza, che scioglie ogni dubbio morale: se ciò che facciamo ci fa sentire vivi, allora è giusto. Anche se qualcuno soffre. Anche se qualcuno viene ferito.
In apparenza è un discorso sulla libertà. In realtà, spesso, è un dispositivo relazionale potente: uno convince l’altro che il criterio ultimo di verità è la felicità soggettiva. Se ti senti bene, non devi interrogarti oltre. Se provi entusiasmo, intensità, passione, non può essere sbagliato.
È qui che la questione diventa clinica.
Quando la felicità diventa un alibi di coppia
In una relazione matura, il desiderio individuale entra in tensione con il legame. Non tutto ciò che desidero può essere agito senza conseguenze. L’esistenza dell’altro introduce un limite, una misura, una responsabilità.
In alcune dinamiche di coppia, invece, si crea un patto implicito: sosteniamoci nell’idea che ciò che ci rende felici è automaticamente legittimo. Se lasciamo qualcuno, se tradiamo, se rompiamo equilibri sociali, se ignoriamo la sofferenza di terzi, lo facciamo “per amore”, “per autenticità”, “per non tradire noi stessi”.
Il partner diventa specchio e garante morale. Non solo approva: riformula la realtà. Se ti senti finalmente felice, allora prima eri oppresso. Se ora ti senti vivo, allora prima eri morto. Ogni dubbio viene letto come senso di colpa nevrotico, come retaggio culturale, come paura di essere libero.
Si costruisce così una bolla narcisistica a due.
Freud: la felicità non è un criterio etico
In Il disagio della civiltà (1930), Sigmund Freud ricorda che ciò che chiamiamo felicità è legato alla soddisfazione improvvisa di bisogni compressi, ed è per sua natura episodico. Non è una condizione stabile. Non è un fondamento morale.
La psiche è regolata dal principio di piacere, che spinge alla riduzione della tensione e alla gratificazione pulsionale. L’essere umano non può però vivere solo secondo questo principio. Esiste il principio di realtà, esiste la norma ed il legame sociale.
Quando una coppia assume la felicità soggettiva come unico criterio, elimina la dimensione simbolica del limite. Non c’è più una domanda sul giusto e sull’ingiusto: c’è solo una verifica emotiva. Mi sento bene? Allora è corretto.
Il problema è che il piacere può coesistere con la distruttività.
Lacan: il godimento oltre il piacere
Jacques Lacan, nel Seminario VII, L’etica della psicoanalisi, distingue il piacere dal godimento (jouissance). Il godimento è ciò che eccede il principio di piacere, ciò che spinge oltre il limite, anche a costo del danno.
Una relazione che si fonda sull’idea “se ci rende felici non può essere sbagliato” può facilmente scivolare nel registro del godimento. Non si tratta più solo di stare bene, ma di sentirsi eccezionali, assolti, fuori dalla legge comune.
La coppia si vive come speciale, superiore alle norme che regolano gli altri. Le conseguenze sugli altri, anche su eventuali figli, diventano secondarie. L’altro esterno alla coppia è ridotto a ostacolo, a residuo, a danno collaterale.
Il narcisismo a due
Christopher Bollas parla di “contratto narcisistico” per descrivere quelle relazioni in cui due soggetti si confermano reciprocamente in un’immagine idealizzata. In queste coppie, l’idea di felicità funziona come collante. Non è oggetto di pensiero, ma di difesa.
“Se siamo felici, non possiamo fare male.”
Questa frase diventa impermeabile alla realtà. Se qualcuno soffre, il problema è suo. Se un figlio manifesta disagio, è manipolato dall’altro genitore. Se emergono conflitti, sono invidie esterne.
La coppia si protegge dalla colpa trasformandola in persecuzione. Non siamo responsabili: siamo vittime di chi non accetta la nostra felicità.
Il prezzo pagato dai figli
Quando dentro una famiglia si impone l’idea che la felicità degli adulti non possa mai essere dannosa, il bambino resta senza parole. Se soffre, ma gli viene detto che “mamma e papà ora sono finalmente felici”, la sua esperienza non trova legittimazione.
Wilfred Bion, in Apprendere dall’esperienza (1962), afferma che il pensiero nasce dalla capacità di tollerare la frustrazione. Se il dolore non può essere riconosciuto perché contraddice la narrazione della felicità adulta, il bambino è costretto a negare ciò che sente.
Il messaggio implicito è: se stiamo bene, tu non puoi stare male.
Questo produce una frattura interna. Il bambino impara a dubitare della propria percezione. La verità emotiva viene sacrificata sull’altare dell’armonia apparente.
Felicità o evitamento del conflitto?
Spesso ciò che viene chiamato felicità è in realtà sollievo. Sollievo dall’insoddisfazione, dalla noia, dal senso di fallimento, dal confronto con il limite. La nuova relazione, il nuovo progetto, la rottura con il passato producono un picco di vitalità.
Ma il sollievo non è una bussola etica.
La domanda non è: mi sento felice?
La domanda è: posso sostenere le conseguenze di ciò che faccio? Posso riconoscere il dolore che produco senza negarlo? Posso restare responsabile anche mentre inseguo il mio desiderio?
Una felicità che non distrugge
La psicoanalisi non invita alla rinuncia ascetica. Non propone di sacrificare il desiderio. Propone di pensarlo. Di iscriverlo nella norma sociale. Di accettare che ogni scelta implica una perdita, un limite, una responsabilità.
La felicità autentica non ha bisogno di negare il danno. Non ha bisogno di convincere. Non ha bisogno di slogan. Può tollerare il conflitto, il senso di colpa, l’ambivalenza.
Quando una coppia deve ripetersi che ciò che la rende felice non può essere sbagliato, spesso sta già cercando di mettere a tacere qualcosa.
E ciò che viene messo a tacere, prima o poi, ritorna.
Contatti psicologa, psicoterapeuta e psicoanalista a Firenze.
Bibliografia essenziale
- Bollas, C. (2021). Tre caratteri. Narcisita, borderline, maniaco depressivo.
- Freud, S. (1905). Tre saggi sulla teoria sessuale.
- Freud, S. (1920). Al di là del principio di piacere.
- Freud, S. (1930). Il disagio della civiltà.
- Lacan, J. (1959-60). Il Seminario, Libro VII: L’etica della psicoanalisi.
- Bion, W. R. (1962). Apprendere dall’esperienza.
- Bion, W. R. (1965). Trasformazioni.

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