Il lieto fine delle favole prevede che vissero tutti felici e contenti, sottintendendo “tutti insieme”. Purtroppo questo non è sempre possibile e, a volte, nemmeno auspicabile. Le speranze, più o meno implicite, che l’arrivo di un figlio possa sanare le angosce profonde di una coppia già in crisi sono solitamente deluse e, contrariamente alle rosee aspettative, è più probabile che la crisi precipiti.
Un recente studio (Nielsen et al., 2026) ha evidenziato come anche in età adulta (nel contesto universitario) chi ha genitori separati tende a riportare maggiore disagio psicologico e rischio di disturbi mentali rispetto ai pari con famiglie non separate, evidenziando che l’effetto della separazione può persistere a lungo termine.
Dal punto di vista psicoanalitico, la nascita di un figlio riattiva nei genitori conflitti infantili, bisogni narcisistici e fantasie inconsce di riparazione. Se la relazione di coppia è fragile, il bambino può essere investito di una funzione che non gli appartiene: tenere insieme ciò che si sta sgretolando. In questi casi il figlio rischia di diventare la “discarica” della frustrazione coniugale o l’oggetto privilegiato di un investimento affettivo che dovrebbe essere rivolto al partner. Il partner viene marginalizzato, escluso dalla diade genitore-figlio.
A volte è evidente come il figlio diventi il depositario del soddisfacimento narcisistico del genitore, che vive attraverso la sua vita. I successi del bambino vengono esibiti come conferme del proprio valore. Quando l’identità adulta si riduce al solo ruolo genitoriale, senza uno spazio soggettivo autonomo, l’intrusività nella vita emotiva del figlio può assumere un carattere traumatico.
A un certo punto uno dei genitori può iniziare a parlare di separazione: perché si innamora di un altro/a, perché non è disposto a vivere in un clima di tensione cronica, più raramente per una decisione condivisa. La separazione comporta una scissione tra coniugalità e genitorialità. La funzione di coppia si interrompe o si trasforma; la funzione genitoriale deve invece continuare.
La famiglia, infatti, è il luogo delle identificazioni reciproche ed è anche contenitore delle emozioni dei suoi membri. Con la separazione, questo contenitore si incrina. Le emozioni – rabbia, delusione, vergogna, senso di fallimento – possono non trovare più uno spazio di trasformazione. In termini psicoanalitici, quando la capacità di contenimento viene meno, l’emozione tende a essere agita piuttosto che pensata.
Le separazioni non consensuali sono generalmente più problematiche. La separazione rappresenta sempre una ferita narcisistica per i genitori. Le evidenze scientifiche mostrano che divorzi vissuti in un clima di ostilità producono ripercussioni negative nella vita dei figli (Wallerstein, Lewis, & Blakeslee, 2000). Il rischio, di fronte a un’iperstimolazione emotiva fatta di aggressività e rancore, è che il bambino non trovi negli adulti la funzione contenitiva necessaria e sviluppi sintomatologie nell’infanzia o nell’età adulta (Spotnitz, 1987).
È quindi essenziale che i genitori lavorino sulla gestione dei propri stati affettivi. Il punto non è negare rabbia o dolore, ma riconoscerli e non evacuarli attraverso i figli. Se il conflitto è intenso, un supporto psicologico rappresenta un atto di responsabilità. Un genitore che riesce a mentalizzare il proprio vissuto è meno incline a usare il figlio come alleato, messaggero o consolatore.
Il bambino non deve essere coinvolto nel conflitto né diventare strumento per colpevolizzare l’ex partner. Le triangolazioni producono conflitti di lealtà che la mente infantile fatica a integrare. È fondamentale distinguere chiaramente il piano della coppia da quello della genitorialità.
Quando si comunica la decisione, il linguaggio deve essere adeguato all’età del bambino, semplice e coerente. Va chiarito che si tratta di una scelta tra adulti e che il legame genitore-figlio non cambia. I bambini piccoli possono temere di essere la causa della separazione; è quindi necessario affermare esplicitamente che non è così. Le rassicurazioni devono essere sostenute dai fatti: continuità nella presenza, prevedibilità degli incontri, stabilità delle regole.
La gestione degli stati affettivi dei figli è altrettanto centrale. Rabbia, tristezza, regressioni o sintomi somatici sono modalità espressive di un’esperienza destabilizzante. È importante accogliere tali emozioni senza minimizzarle né amplificarle. Dire “capisco che sei arrabbiato” o “so che è difficile” aiuta il bambino a sentirsi pensato. Deve poter sperimentare che la rabbia non distrugge il legame. Se percepisce che la rabbia tra i genitori ha portato alla rottura definitiva, potrebbe temere che anche la propria rabbia provochi abbandono.
Un altro rischio è quello dei comportamenti compensatori. Il senso di colpa può indurre a concedere privilegi o regali. Questo, tuttavia, aumenta l’insicurezza. La linea educativa dovrebbe rimanere condivisa e coerente tra entrambi i genitori. La stabilità delle regole comunica che, nonostante la frattura coniugale, l’assetto genitoriale è solido.
Va inoltre evitato di alimentare false speranze di ricomposizione, che mantengono il bambino in una posizione di attesa e impediscono l’elaborazione del lutto per la famiglia come era prima. Al contrario, è utile che il tema della separazione non diventi un tabù. Il figlio deve sentirsi libero di parlarne, di porre domande, di esprimere dubbi.
Rimane la questione se sia preferibile restare insieme “per il bene dei figli”. Le ricerche mostrano che vivere in un clima di conflittualità cronica è spesso più dannoso che crescere con un solo genitore in un ambiente emotivamente più stabile. Il criterio non è la forma della famiglia, ma la qualità dell’ambiente affettivo.
La separazione è un evento doloroso. Che diventi o meno traumatico dipende dal grado di elaborazione degli adulti e dal modo in cui viene gestita. I figli non hanno bisogno di genitori perfetti, ma di adulti capaci di riconoscere, contenere e pensare le proprie emozioni. È questo lavoro psichico che consente alla frattura di non trasformarsi in una lacerazione permanente nella vita emotiva dei bambini.

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