“Domani interrogo” non è soltanto il racconto di una colpa che cerca riparazione. È anche un film sulla possibilità. Sulla tensione tra destini che sembrano già tracciati – familiari, sociali, psicologici – e l’irruzione trasformativa di un incontro significativo.
Gli adolescenti che la professoressa incontra non sono pagine bianche. Arrivano con etichette implicite: quello problematico, quella disinteressata, chi “non ce la farà”. Il film suggerisce quanto facilmente la scuola – e più in generale il mondo adulto – possa colludere con l’idea di un destino già scritto. È più semplice classificare che interrogarsi.
Qui emerge il punto più interessante: la funzione dell’adulto non è salvare nel senso onnipotente che muove la protagonista nella sua dimensione traumatica. È offrire uno spazio di mentalizzazione. Significa aiutare il ragazzo a dare nome agli stati interni, a riconoscere ciò che sente, a distinguere impulso e pensiero, fallimento e identità. A contribuire a riconoscersi e costruirsi un’identità diversa dall’etichetta superficiale che si è e gli è attribuita.
Quando un adolescente vive dentro una “corazza”, quella corazza non è un tratto caratteriale: è una difesa. Arroganza, apatia, oppositività possono essere modalità di protezione contro vergogna, paura di non valere, terrore di deludere. Il film mostra come uno sguardo adulto capace di leggere oltre la superficie possa diventare un fattore di svolta.
Il film mostra bene come il trauma non elaborato non appartenga al passato. Non resta confinato a un evento. Si struttura come modalità di relazione. La protagonista non è perseguitata da ricordi espliciti, ma da un sentimento persistente: “Avrei potuto fare qualcosa”. Questa frase, anche se mai pronunciata, sembra organizzare la sua posizione soggettiva. Una colpa che non ha parola, perché il trauma originario – la morte dell’amica a diciassette anni – non viene mai raccontato, né spiegato.
In termini psicoanalitici, potremmo dire che la professoressa, nel momento in cui non agisce più solo la propria colpa, ma inizia a vedere davvero l’altro, svolge una funzione trasformativa. Non impone un ideale; intercetta una passione latente. Non combatte la corazza frontalmente; ne riconosce la funzione e, così facendo, la rende meno necessaria.
Il tema della passione è centrale. L’adolescenza è un momento in cui l’energia pulsionale è potente ma disorganizzata. Se non trova un oggetto simbolico – studio, arte, pensiero, progetto – può rivolgersi contro il soggetto stesso. Un adulto che sappia individuare un talento, un interesse, una scintilla, offre un contenitore. Non crea il desiderio, lo legittima.
È qui che il film apre uno spiraglio etico. Non tutto è predeterminato. Esiste uno spazio intermedio tra il trauma e il destino. In quello spazio si colloca l’incontro. E l’incontro, quando è autentico, può modificare traiettorie.
Questo non contraddice la dimensione della colpa della protagonista; la integra. La sua esperienza traumatica la rende ipersensibile al rischio di perdita, ma può anche renderla capace di cogliere ciò che altri adulti non vedono. La differenza sta nel passaggio dall’agire riparativo al riconoscimento dell’alterità.
La classe diventa allora il teatro della riparazione. Ogni studente è, in filigrana, quella ragazza di diciassette anni. Ogni fragilità adolescenziale è un segnale che non può più permettersi di ignorare. L’atto dell’interrogare – che in superficie è un gesto didattico – assume un valore simbolico: è un modo per “tenere in vita”, per costringere alla presenza, per impedire che qualcuno scivoli nel silenzio irreversibile in cui è precipitata l’amica.
“Domani interrogo”, in questa prospettiva, non è un film che promette salvezze assolute. Mostra qualcosa di più realistico: la possibilità che un adulto sappia trovare valore dove tutti vedono solo difesa. E che, offrendo parole e senso, apra una via diversa da quella che sembrava già scritta.
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