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Ripensare l’inconscio

Seminario dal titolo Ripensare l’inconscio con Franco Conrotto, Amedeo Falci, Mario Rossi Monti, Benedetta Guerrini Degl’Innocenti.  h 10.00-13.00. Istituto Stensen di Firenze.

 

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Lo psicologo e la concezione di inconscio dalla prima formulazione freudiana. Allo Stensen di Firenze, oggi sabato 15 ottobre 2016. Dalla concezione freudiana di inconscio invisibile e inconscio nascosto, passando dalla rappresentazione di cosa (inconscia) che si collega alla rappresentazione di parola per arrivare ad una dimensione preconscia, i relatori hanno evidenziato i cambiamenti e l’attualità del concetto di inconscio, depositario di fantasmi originari script interpretativi.

Locandina dell’evento “Ripensare l’inconscio”

Narciso e gli altri (2014)

Quella attuale sembra essere l’era del narcisismo, un’epoca in cui selfie, blog e social network permettono di ritagliare l’immagine su misura del proprio ideale, nella quale specchiare solo le parti di sé che si desidera mostrare agli altri e, forse, anche a se stessi. E’ pertanto impossibile non interrogarsi su questo tema attraverso le domande e le riflessioni stimolate dal volume curato da Marina Breccia, Narciso e gli Altri (ed. Alpes), recentemente comparso sugli scaffali delle librerie dedicati alla psicoanalisi. Un libro che guida i lettori attraverso un lungo e appassionante viaggio a partire dalle origini del mito. La prima parte, Intorno al mito, illumina da differenti angolazioni il mito di Narciso. Giulia Poggi racconta la commedia mitologica Eco y Narciso di Calderon de la Barca, e offre una rappresentazione del mito secondo il quale Eco e Narciso, vittime una della propria voce, l’altro della propria bellezza, sono condannati all’impossibilità di amare. Eco non può che ripetere le parole altrui e Narciso non può che avere se stesso come oggetto d’amore. Non esistono ascolto e sguardo verso l’altro da sé. Continuando sul filone storico-mitologico, Antonio Prete ci mostra Narciso nella letteratura e nella poesia nel corso dei secoli, mentre Valeria Egidi Morpurgo ci traghetta dalla letteratura alla psicoanalisi, attraverso la metafora dello specchio, quale simbolo di riflessione e ripiegamento su se stessi, attraverso l’auto-contemplazione della propria immagine. Ripercorrendo gli scritti di Freud alla ricerca di Narciso, apparso per la prima volta nel Leonardo (1908), vengono evidenziate le relazioni tra opera artistica e clinica. In particolare, Freud tratta della tecnica del rispecchiamento, del “farsi specchio” in analisi, attraverso cui l’analista rimanda al paziente ciò che da questi stesso arriva. Ancora, Freud ripercorre il tema dello specchio nella pittura olandese delle Vanitas, dove esso diventa simbolo di precarietà e caducità della vita, in rapporto allo scorrimento del tempo. Il contributo psicoanalitico sul Narcisismo aiuta ad ampliare la comprensione dell’opera artistica e letteraria e, viceversa, il racconto letterario contribuisce ad ampliare il significato della clinica. E’ in quest’ottica che Antonio Alberto Semi evidenzia come il Narciso di Ovidio sia ricomparso, non solo a livello individuale, ma anche a quello sociale, dove l’altro non solo non è visto, ma non è neanche sentito, poiché il soggetto resta concentrato su una sorta di Echismo, dove l’orecchio è teso per udire esclusivamente il proprio suono, la propria musica, che si fa specchio, ipotizzando un’alleanza perversa tra Eco e Narciso. Sempre ripercorrendo Freud ma questa volta con i verbali delle “riunioni del mercoledì” dei primi psicoanalisti, Arrigo Stara traccia in una visione ampia, che comprende il percorso storico, artistico e letterario, le diverse diramazioni del Narcisismo e le influenze del pensiero freudiano di quegli anni. Nello sfumarsi di significati tra opera di Freud e mito di Narciso, Marina Breccia si occupa di un altro aspetto del poliedro narcisistico, riportando il discorso sulla relazione oggettuale e sulla diatriba riguardo all’esistenza o meno di un Narcisismo primario. In questa ricerca dell’origine della relazione d’oggetto, si pone il problema non solo dell’assenza di oggetto, ma dell’investimento del vuoto oggettuale, come quello della madre morta di Green (1992). Rileva, inoltre, l’importanza del collegamento tra mito di Narciso e di Edipo, così com’è stato rilevato e analizzato anche da altri autori che l’hanno preceduta, là dove un superamento del conflitto edipico, implica un ridimensionamento narcisistico. Si apre poi la parte su la malattia, dove sono prese in esame alcune manifestazioni del narcisismo nella sintomatologica patologica. Giuseppe Civitarese, partendo dal Daisen di Heidegger, propone di pensare al paziente come prodotto e autore della realtà e individua il substrato narcisistico dell’ipocondriaco, che presenta una parte di sé impossibilitata a entrare in contatto con l’altro. Nel continuo guardare al proprio corpo, un ripiegamento sul sé, che si ritrova anche nella ricerca della perfezione estetica e nella virtualità dei rapporti, in un’ossessiva ricerca di un annullamento della possibilità di relazione con l’altro, sentita come contagiosa. Per Rita Corsa, il narcisismo può essere visto non solo come espressione di patologia, ma anche come una modalità con cui è possibile affrontare la malattia. Narcisismo, negazione onnipotente e speranza, rappresentano “gli ultimi bastioni eretti dalla mente per fronteggiare l’angoscia di morte” (p.83). E’ la speranza, che attraverso il diniego e il narcisismo, permette di arginare l’angoscia di morte, senza speranza diventa impossibile affrontare la vita. E’ nell’illusione e nella speranza che il bambino riesce a separarsi, nell’illusione di creare lui stesso l’oggetto. Proseguendo il discorso sulla funzionalità del narcisismo nel fronteggiare l’angoscia di morte, Malde Vigneri esplora il narcisismo dell’analista in quel tempo prossimo alla morte, in cui “[…] riflette nell’altro, come Narciso nello specchio d’acqua, ciò che di se stesso è prossimo ad abbandonare” (p.98). Il narcisismo, di fronte alla morte che sta per sopraggiungere, diventa l’ultima possibilità di aggrapparsi alla vita, esaltando il proprio sentimento di sé e proiettando nel tempo il proprio Ideale dell’Io. Attraverso, invece, lo svilupparsi di un’onnipotenza narcisistica, può altresì condurre a un non riconoscimento della realtà e alla negazione della morte. Un narcisismo che permette di affrontare l’ineluttabilità del destino, quello della morte, ma anche della differenza tra i sessi. Infatti, argomenta Amalia Giuffrida, “il narcisismo […] legato com’è al destino delle pulsioni, e quindi per via del suo legame con il corpo, può presentare delle specificità in stretta relazione con le differenze anatomiche” (p.115). Passando da Giocastra a Lou Andeas Salomé, viene indagata la peculiarità del narcisismo femminile attraverso l’analisi del complesso di castrazione nella bambina e del potere creativo della maternità, in una scissione fondamentale che “non può che essere il segno di un’inconciliabilità: la donna è fallica e castrata contemporaneamente e il suo essere si nutre di questa aporia insanabile” (p.118). Spostando nuovamente l’attenzione sulla figura dell’analista, Domenico Chianese e Adamo Vergine ci fanno assistere al loro dialogo epistolare, partendo dalla motivazione che spinge l’analista a voler curare l’altro. Nell’avvio di un’analisi, c’è un incontro-scontro di due narcisismi che gradualmente apre a una possibilità di reciproca contaminazione in cui l’analista deve essere “disponibile a farsi ‘usare’ dal paziente perché egli possa divenire attraverso l’esperienza analitica quello che lui stesso può essere” (p.138). Dalla stanza di analisi, passiamo ai fenomeni socio-gruppali con Pietro Rizzi che individua la stessa area narcisistica alla base dei fenomeni dittatoriali e di ribellione, dove sono assenti l’elaborazione del lutto e la possibilità di sublimare il senso di colpa, in un’illusione di movimento, allo scopo di salvare la madre-patria, che conduce all’immobilità. Dal gruppo si passa alla famiglia e alle sue dinamiche interne. In particolare, viene evidenziato come il legame genitori-bambino piccolo, costituisca una prima forma di narcisismo gruppale. Anna Ferruta, facendo riferimento a Kaës, che ha individuato nella gruppalità incoscia uno degli elementi costitutivi dello psichismo soggettivo, pone la questione dell’indebolimento del vitale processo di soggettivazione, che si basa sull’appartenenza narcisistica e sul sistema rappresentazionale. Ci parla di aspetti di sé che vengono bloccati, soppressi o evitati, resi narcisisticamente estranei, in un tentativo di eliminare l’alterità interna. L’alterità non può però essere soppressa o narcisisticamente evitata, senza che questo metta a repentaglio il positivo esito dei processi d’integrazione della personalità. Sempre nell’ambito dell’analisi delle dinamiche interne alla famiglia, Anna Maria Nicolò focalizza l’attenzione sulla figura del padre e sul ruolo nel narcisismo femmineo delle anoressiche. Nell’anoressia, si assiste a un aggrapparsi al corpo per non rifondersi con la madre, una madre che è stata ampliamente descritta nella letteratura psicoanalitica sull’anoressia, a discapito di un padre che appare spesso bloccato nell’investire di desiderio la moglie e la figlia. Un padre, che non riconoscendo la figlia come donna sessuata, le nega il diritto ad acquisire un’identità di donna adulta. Proseguendo a indagare le fallace nel processo di formazione di un narcisismo sano, fondamentale nella costituzione dell’immagine di sé, Maurizio Balsamo affronta il concetto di narcisismo dal punto di vista di Green (1992), il “complesso della madre morta”, dove il materno non vivifica e simbolizza il vissuto dell’infante. Si assiste a un ripiegamento dell’oggetto-madre su un oggetto indifferenziato, a una lacerazione nella costruzione dell’immagine di sé, originata da un disinvestimento narcisistico o depressivo della madre sul bambino. Una madre, continua Sandra Maestro, che può guardare al figlio solo come prolungamento di sé; un figlio, quindi, che si trova nell’impossibilità di rinunciare allo sguardo della madre. Diventa allora, come nell’adolescente anoressica, una madre interna da cui è impossibile separarsi, una madre dallo sguardo pietrificante. Infine, Caterina Sbrana e Marina Breccia ci introducono nel mondo del Sé nel tratto artistico, in particolare attraverso l’autoritratto di Borges che, da cieco, cerca di cogliere ciò che non è afferrabile, e di mostrarcelo. Vorrei terminare ponendo l’accento su come i contributi di questo libro siano riusciti a evidenziare il tema del narcisismo da vari vertici di osservazione, grazie a una ricca rete di legami che ha indicato i punti di incontro e di dialogo reciproco tra psicoanalisi, poesia, arte, e letteratura.

L’amore bugiardo

In L’amore bugiardo (Gone girl) di Gillian Flynn (Rizzoli, 2012) è descritto, con ammirevole maestria, l’incastro di due personalità diverse, ma in qualche modo complementari. Nella sua narrazione avvincente e ricca di colpi di scena, l’Autrice sembra chiedersi come si scelgono due persone, quali sono i singoli ingredienti che, assemblati insieme, creano qualcosa dal sapore unico e imprevedibile. Nel suo romanzo sono indagati i diversi livelli di questo incastro. Nick ed Amy, i due protagonisti, sono due giovani belli e di successo, questi sembrano i primi ingredienti che delineano la brillante coppia di giovani newyorkesi, che non possono fare altro che amarsi ed essere ammirati nella loro vita perfetta. Attraverso la scrittura in prima persona, in un alternarsi di punti di vista, rappresentati dal racconto di Nick e dal diario di Amy, scopriamo pian piano le personalità di entrambi, le aree oscure della loro mente, retaggio delle rispettive storie personali. Quella di Nick, il cui padre soleva dire, con tono sprezzante, che “ci sono tipi diversi di uomini”, sottointendendo che il figlio era del tipo sbagliato, pur essendo il gemello prediletto. Quella di Amy, estensione narcisistica di una ricca coppia genitoriale che aveva raggiunto il successo narrando le gesta di “Mitica Amy”, la loro proiezione di figlia perfetta, con cui la Amy reale si è identificata, ma contemporaneamente dissociata. I genitori di Amy avevano reso reale, quello che Masud Khan ha delineato come una dinamica di “idoleggiamento” piuttosto che di idealizzazione. Genitori che considerano il figlio come qualcosa creato da loro, non come una persona distinta, i genitori di Amy avevano creato non solo il loro idolo, ma anche quello di bambini e adolescenti. E’ questo che ha portato la bambina Amy a dissociare una parte di sé, la parte idoleggiata e creata dai genitori. E’ la parte che offre allo sguardo del mondo e nasconde una Amy che deve mantenere il controllo della situazione, fino alla fine e nonostante tutto, perché il senso di impotenza è intollerabile. Un senso di impotenza vissuto, probabilmente, nel momento in cui nel romanzo, uno dei tanti colpi di scena, ci porta a conoscere un nuovo personaggio.

“Con la curiosità di un bambino, mi immagino di aprirle il cranio, srotolarle il cervello e frugarci dentro, per catturare i suoi pensieri. A cosa pensi Amy? La domanda che ho fatto più spesso durante il nostro matrimonio, magari ad alta voce, magari non alla persona che avrebbe potuto rispondermi.”

E’ questa curiosità che cerca di soddisfare Gillian Flynn nel suo avvincente romanzo, riuscendo a catturare il lettore e sorprenderlo fino alla fine e lasciandolo con la sensazione che questa assurda storia d’amore non è poi così inammissibile o lontana dal vissuto di ognuno. Trionfa, alla fine, il bisogno di specchiarsi in occhi che ti vedano speciale.

Inside out (2015), di Pete Docter

Inside out potrebbe essere un semplice ed intelligente manuale per genitori. La protagonista è l’undicenne Riley, o meglio, sono le sue emozioni di base: Gioia, Tristezza, Rabbia, Disgusto e Paura. Come una mamma amorevole, Gioia vorrebbe che Riley fosse sempre felice, tutto deve essere visto in chiave positiva. Il mondo infantile di Riley sembra dominato da Gioia, che riprende subito il controllo quando la bambina si trova in balia di altre emozioni. Il momento traumatico riesce, però, ad essere elaborato e superato solo quando Gioia, suo malgrado, lascia spazio ad altre emozioni. Riley è costretta al cambiamento, abbandona la sua vita perfetta in Minnesota e si trasferisce, per motivi di lavoro del padre, a San Francisco. Non è possibile evitare che Riley sia arrabbiata o che abbia paura. Non è possibile evitare che sia triste. Non è possibile evitare delusioni. Essere genitori perfetti è impossibile. Quello che è possibile è riparare. Una riparazione che passa anche dal poter chiedere aiuto, dall’accettare la propria fragilità. Una riparazione che attraversa quella che la Klein ha definito posizione depressiva. In un’epoca in cui i genitori si aspettano che la vita dei figli sia una sorta di reality di successo, Docter sembra dire che i grandi cambiamenti, come il passaggio alla pubertà, implicano anche un lutto. Riley deve distruggere le sue “isole della personalità”, deve lasciar andare l’amico Bing Bong, e solo allora potrà attraversare il cambiamento ed arrivare a nuove “isole della personalità”.

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Ordine Psicologi Firenze sezione A n° 4226 | Laureata in Psicologia all'Università di Padova | Privacy