Negli ultimi anni si è diffuso un fenomeno silenzioso ma clinicamente rilevante: forme di terapia che utilizzano il linguaggio della psicoanalisi senza impiegarne il metodo. Potremmo chiamarle, senza eccessiva esitazione, pseudopsicoanalisi.
Non si tratta di una questione nominalistica o di appartenenza teorica. Il punto è più concreto: cosa accade davvero nella stanza di terapia?
Una analisi vera non si definisce per ciò che il terapeuta dice, ma per ciò che accade nella relazione. Il suo strumento centrale non è la spiegazione del funzionamento del paziente, ma il lavoro sul transfert e sul controtransfert. Quando questo asse viene meno, il rischio non è semplicemente una terapia meno efficace, ma un dispositivo che stabilizza il funzionamento patologico del paziente, invece di metterlo in crisi. E’ questa la ragione per cui un analista deve aver fatto una lunga e seria analisi su se stesso, prima di poter diventare quello strumento che intercetta i movimenti preconsci che ci sono nella relazione, per poterci lavorare nella relazione attraverso un sentire “con tutti i sensi” (Bastianini, Ferruta, Guerrini Degl’Innocenti, 2021)
Il cuore del problema: la collusione
La pseudopsicoanalisi si organizza attorno a un elemento preciso: la collusione.
Il paziente porta in seduta le proprie difese, spesso sofisticate. Non è un errore, è il materiale stesso del lavoro. Se, però, il terapeuta risponde su un piano puramente cognitivo — commentando, comprendendo, validando, mettendo in discussione gli altri — senza interrogare ciò che sta accadendo nella relazione, finisce per allearsi inconsapevolmente con quelle difese.
Si crea così una zona di comfort condivisa: il paziente si sente visto, il terapeuta si sente efficace. In realtà, nulla si muove.
La collusione non è evidente. Non ha la forma di un errore grossolano. È spesso elegante, coerente, persino empatica, ma proprio per questo è clinicamente pericolosa: rende la terapia plausibile, ma non trasformativa.
Un caso clinico esemplare
Un paziente racconta di aver sempre costruito la propria identità attraverso una selezione accurata delle esperienze. Gli episodi che metterebbero in discussione l’immagine di sé — aggressività, invidia, narcisismo — vengono esclusi, negati, resi irrilevanti.
Quello che resta è un’immagine coerente: una persona buona, corretta, disponibile. Spesso, nelle relazioni, una vittima.
Durante una breve “analisi” (o meglio, pseudo-analisi), il paziente porta esattamente questo materiale: racconti depurati, narrazioni ordinate, dove il conflitto è sempre esterno. Il terapeuta ascolta, comprende, e implicitamente conferma. Il paziente viene visto come una persona che subisce, mai come qualcuno che partecipa attivamente alle proprie dinamiche relazionali. Una persona che si trova in difficoltà, solo perché è l’altro che lo mette in questa posizione. Il suo unico errore è non sguasciare fuori da una relazione del genere.
Il punto critico emerge alla prima interruzione: fuori dalla relazione terapeutica, il paziente riconosce qualcosa. La dinamica con il terapeuta era identica a quella vissuta nella vita quotidiana. Raccontava una versione filtrata di sé e veniva confermato. Niente di diverso di quello che avveniva nelle sue relazioni di amicizia: il terapeuta si poneva esattamente come l’amico che lo confermava come vittima di un’altra persona.
Questo momento è clinicamente significativo. Non perché la terapia abbia funzionato, ma perché si è interrotta la collusione.
Dove fallisce la pseudopsicoanalisi
Il fallimento non sta nell’assenza di interpretazioni “giuste”. Sta nell’assenza di un lavoro sul campo relazionale, su quello che rende peculiare il lavoro analitico: la dinamica tranfert/controtranfert.
In una situazione analitica, un paziente di questo tipo non viene “corretto” sul contenuto. Non si tratta di dirgli che non è sempre buono o altruista. Questo livello resta superficiale.
Il lavoro avviene altrove:
nel modo in cui il paziente si presenta,
nelle emozioni che suscita nell’analista,
nelle micro-incongruenze tra ciò che dice e ciò che si sente nella stanza.
L’analista si confronta con aspetti che non sono ancora rappresentabili a parole. Un modo di porsi con l’altro in modo da espellere contenuti inaccettabili e incoerenti con il proprio Sé ideale, che spingono l’altro a dare ciò che gli stiamo chiedendo di fare: confermare che noi non sbagliamo, sono gli altri a farlo.
Se l’analista avverte, ad esempio, una sensazione di saturazione morale, o una difficoltà a pensare liberamente, o una pressione implicita a confermare un’immagine ideale, questo è materiale clinico. È lì che si apre lo spazio trasformativo. Se però l’analista (o pseudo-tale) interviene saturando il campo analitico, cercando di rassicurare il paziente, interpretando i movimenti degli altri attori del racconto del paziente, invece che interpretando i movimenti preconsci del paziente, addirittura facendo esempi ripresi dalla propria vita privata, confrontando continuamente le sue esperienze con quelle del paziente, allora il campo si sta saturando, incancrenendo, e non ci potranno essere trasformazioni di quelle parti del paziente che lo portano sempre a mettere in atto quella stessa dinamica che sta mettendo in atto, in quel momento, anche nella stanza di analisi.
Quando il terapeuta resta aderente al racconto manifesto, la relazione non diventa mai un luogo di scoperta. Diventa uno specchio, dove il narcisismo del paziente viene rafforzato e non messo in discussione per essere trasformato.
Empatia o complicità?
Uno dei rischi più frequenti riguarda una certa idea di empatia.
Capire il paziente non è sufficiente. Anzi, può diventare un problema se questo viene usato quello che il paziente vorrebbe sentirsi dire. Un’empatia non analiticamente orientata tende a validare l’esperienza soggettiva senza metterla in discussione. In pazienti con difese narcisistiche o con organizzazioni basate su diniego e idealizzazione, questo equivale a rinforzarle.
La psicoanalisi richiede una posizione più scomoda: tollerare di non aderire completamente al punto di vista del paziente, mantenere uno scarto, usare ciò che emerge nella relazione invece di appianarlo.
Questo non significa essere freddi o distaccati. Significa non essere compiacenti.
Perché la pseudopsicoanalisi funziona (ma non cura)
La pseudopsicoanalisi può funzionare in modo temporaneo. E’ un balsamo che allieva l’irritazione, ma se l’agente irritante interno non viene trasformato, per tutta la vita si ricercherà qualcuno che funga da balsamo.
Può ridurre il disagio, aumentare la coerenza narrativa, migliorare l’autostima. In alcuni casi questo è sufficiente, ma solo nel breve periodo.
Quando, però, il nucleo del funzionamento psichico è costruito su difese rigide — come nel caso descritto — questo tipo di intervento rischia di irrigidirle ulteriormente. Il paziente diventa più convinto della propria versione, più difficile da mettere in discussione, più dipendente da relazioni che confermano la sua immagine.
In altre parole: sta meglio nell’immediato, ma non cambia.
Una tentazione strutturale
Sarebbe un errore pensare che la pseudopsicoanalisi riguardi solo alcuni terapeuti “meno formati”. È una tentazione strutturale della pratica clinica.
La collusione è sempre più facile del conflitto. Confermare è più immediato che interpretare. Essere riconosciuti come “bravi terapeuti” è più gratificante che sostenere una posizione che può essere vissuta come frustrante o destabilizzante.
Ogni analista è esposto a questo rischio.
La differenza non sta nell’evitarlo completamente, ma nella capacità di accorgersene. E fondamentale utilizzare il proprio controtransfert come segnale che qualcosa, nella relazione, sta scivolando verso una zona troppo liscia, troppo coerente, troppo poco viva. Per questo è fondamentale che l’analista sia stato a sua volta ben analizzato.
Quando è il caso di fermarsi e farsi una domanda
C’è un criterio semplice, anche se scomodo, che può orientare chi è in terapia.
Se durante il percorso vi sentite costantemente confermati, se uscite dalle sedute con la sensazione di avere “ragione”, se non vi sentite mai realmente messi in discussione, è opportuno interrogarsi.
Allo stesso modo, se l’analista tende a spostare il focus altrove — parlando dei comportamenti degli altri, interpretando amici, partner, familiari — più che lavorare su ciò che accade tra voi nella relazione, è possibile che il nucleo del lavoro venga evitato.
La psicoanalisi non è un dispositivo che assegna ragioni, né un luogo in cui si analizzano gli assenti. È uno spazio in cui il paziente viene progressivamente confrontato con aspetti di sé che non riconosce o che tende a escludere.
Quando questo non accade, la domanda da porsi è diretta: mi sta realmente aiutando a trasformare qualcosa, oppure sta contribuendo a rafforzare i miei meccanismi difensivi?
Non è una domanda polemica. È una domanda clinica.
Conclusione
La psicoanalisi non è una tecnica di comprensione, ma un’esperienza relazionale che mette in gioco ciò che il paziente non sa di portare in analisi.
Quando questo livello manca, resta una terapia che può essere intelligente, sensata, anche utile, ma non è psicoanalisi.
E soprattutto: non produce quel tipo di cambiamento che riguarda i nuclei profondi dell’esperienza psichica.
Il criterio, in fondo, è semplice e scomodo: se il paziente esce dalla terapia con una versione di sé più convincente, ma non più problematica, se non si mette in discussione, è probabile che qualcosa non abbia funzioni.

Lascia un commento