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La personalità depressiva

La psiche di alcune persone funziona basandosi su dinamiche di tipo depressivo. La persona depressa è in lutto, il lutto può essere una fase normale della propria vita e, in questo caso, il mondo esterno è sentito impoverito dalla perdita di qualcuno o qualcosa. Nel lutto patologico, invece,  è una parte di noi stessi che è impoverita o danneggiata.

Tristezza intensa, mancanza di energia, anedonia e disturbi vegetativi (alimentazione, sonno, ecc.) sono solo alcune manifestazione della personalità depressiva.

Il senso di colpa (non di vergogna!) che prova il depresso è egosintonico, cioè non mette assolutamente in dubbio che lui sia l’unico responsabile del suo destino. Questo perché il depresso ha interiorizzato un oggetto (genitore) abbandonico, di cui ricorda solo gli aspetti positivi. E’ importante distinguere il senso di colpa, che consiste nella convinzione di essere sbagliato in quanto si ha un genitore critico interiorizzato, dal senso di vergogna che è il timore di essere considerato sbagliato. In quest’ultimo caso il giudice non è interno, ma esterno.

E’ probabile, quindi, che nella sua infanzia ci siano state perdite o abbandoni. Nancy McWilliams (1994) scrive che siccome “il bambino è in uno stato esistenziale di dipendenza. Se coloro da cui dipende sono persone inaffidabili o male intenzionate, può soltanto scegliere se accettare quella realtà, e vivere in una cronica paura, oppure negarla, convincendosi che la fonte dell’infelicità sia dentro di lui, e preservando in tal modo l’idea che un proprio miglioramento potrà cambiare la situazione. Le persone solitamente preferiscono qualunque tipo di sofferenza al senso di impotenza” (p.257). Può anche essere stato un bambino che ha interiorizzato l’angoscia di separazione materna. Una madre che non riusciva a staccarsi da lui, a smettere di allattarlo (Furman) oppure ci può essere stata una grave perdita nel periodo di separazione-individuazione, il periodo che va indicativamente tra l’ottavo e il quattordicesimo e che si conclude intorno ai tre anni (Mahler).

 

Superare il lutto

luttoLa morte di una persona cara rappresenta uno degli eventi più sconvolgenti della vita e influisce in modo importante sul benessere fisico e psico-sociale dell’individuo (Stroebe e Stroebe, 1993; Latham e Prigerson, 2004; Onrust et al., 2007; Shear et al., 2012). Diversi studi hanno dimostrato la presenza di alti tassi di disabilità e di uso di farmaci nei soggetti che hanno subìto un lutto rispetto a coloro che non hanno sperimentato questo evento, oltre ad aumentati tassi di mortalità (Thompson et al., 1984; Schaefer et al., 1995; Lichtenstein et al., 1998; Murphy et al., 1999; Bradbeer et al., 2003; Li J et al., 2003; Stroebe et al., 2007; Prigerson et al., 2009).

Lutto patologico

Nonostante la maggior parte dei soggetti riesca ad adattarsi alla perdita di una persona cara, è stato calcolato che tra il 9 e il 20% dei soggetti che sperimentano tale perdita si osserva una difficoltosa elaborazione del lutto e, di conseguenza, lo sviluppo di una quadro sintomatologico di “lutto patologico” (Byrne et al., 1994; Middleton et al., 1996; Lichtenthal et al., 2004; Zisook and Shear, 2009; Kersting et al., 2011; Shear et al., 2011 e 2012; Simon, 2012).
Con il DSM 5 (APA, 2013) il lutto è entrato a far parte della categoria dei disturbi mentali, perché a volte è necessario rivolgersi ad uno psicologo per la sua elaborazione. Gli studi che hanno portato a questa nuova categoria diagnostica sono partiti dagli studi sul DPTS. Mardi Horowitz e il suo gruppo di ricerca (Langley Porter Psychiatric Institute, Università della California) hanno individuato come evento traumatico un evento luttuoso e la presenza di sintomi intrusivi, di evitamento e fallimento nell’adattamento.

Comorbilità

La condizione di lutto è associata ad un’aumentata morbilità e mortalità (Jacobs, 1993; Stroebe e Stroebe, 1993; Latham et al., 2004; Onrust et al., 2007) e quindi può rappresentare la causa scatenante di disturbi mentali quali la depressione maggiore ed i disturbi d’ansia (Thompson et al., 1984; Bruce et al., 1990; Clayton, 1990; Jacobs et al.,1990; Zisook et al., 1993; Schaefer et al., 1995; Parkes, 1996; Lichtenstein et al., 1998; Murphy et al., 1999; Shahar et al., 2001; Li J et al., 2003; Bradbeer et al., 2003; Onrust et al., 2006; Stroebe et al., 2007).

Fattori di rischio

Rando (1992) ha inoltre identificato numerosi fattori di rischio per lo sviluppo di un alterato processo di elaborazione del lutto. Tali fattori sono distinti in:
• fattori di rischio legati alla modalità del decesso: morte improvvisa e inaspettata, specialmente se traumatica, violenta, mutilante o accidentale; morte dopo una malattia particolarmente lunga; perdita di un figlio; convinzione, da parte del soggetto, che la morte del proprio caro avrebbe potuto essere evitata.
• fattori di rischio legati a variabili antecedenti o successive al decesso: relazione con il defunto particolarmente burrascosa o ambivalente; precedenti o concomitanti malattie mentali; perdite multiple; tensioni non risolte; e percezione di mancanza di supporto sociale.

Depressione

E’ frequente la comorbidità tra lutto complicato e disturbo depressivo (Prigerson et al., 1995, 1996; Lichtenthal et al., 2004; Maytal et al., 2007; Brent et al., 2009; Kersting et al., 2009), in una percentuale variabile dal 52% al 70% (Melhem et al., 2001; Simon et al., 2007). Questa comorbidità tende ad aggravare il quadro del lutto complicato poiché l’inibizione emotiva tipica della depressione priva il soggetto di un’importante via di scarico dell’emotività, l’atteggiamento cognitivo pessimistico favorisce le tendenza alla ruminazione sulle circostanze e sulle conseguenze della morte, la spinta all’isolamento porta a ridurre i contatti interpersonali che sarebbero, invece, positivi nella elaborazione del lutto. In questo modo la depressione aggrava il lutto e ne ritarda l’evoluzione (Shear, 2012; Dell’Osso et al. 2011 e 2012; Lannen et al., 2008).