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Christmas blues: la depressione delle feste

Per  Christmas Blues si intende la depressione tipica del periodo natalizio.

E’ noto a chi si occupa di salute mentale, come i periodi natalizio ed estivo siano momenti di maggiore affluenza ai servizi di psichiatria territoriale. Aumentano la problematiche depressive ed il numero dei suicidi.

Sono anche i periodi in cui sia io che i miei colleghi riceviamo maggiore richiesta di “primi appuntamenti”. Persone che arrivano nell’urgenza di voler cambiare qualcosa che non riescono più a tollerare.

In letteratura ci sono varie ipotesi rispetto a questo incremento delle problematiche psicologiche. Si ipotizza che sia dovuto alle minori ore di luce, per quanto riguarda il Natale, oppure che sia collegabile all’aumento delle temperature in estate. E’ possibile che influisca la solitudine o lo stress legati alle reunion familiari e ai viaggi.

E’ possibile che questi fattori scatenino una psicopatologia? Non credo. E’ senz’altro vero, però, che in questi periodi aumentano le richieste di nuovi appuntamenti.

E’ possibile che il cambiamento della routine, frequente nel periodo festivo, dia spazio al manifestarsi di fragilità che solitamente riusciamo a tenere a bada grazie ad un susseguirsi di impegni. In qualche modo è come se in un ripetersi quotidiano di comportamenti e relazioni, non dessimo la possibilità alle nostre fragilità di emergere. Ci muoviamo quotidianamente in una confort zone, che è diversa per ognuno di noi, ma che ognuno di noi si è perfettamente modellato attuando tanti piccoli (a volte anche grandi) aggiustamenti. Abbiamo modellato impegni e relazioni. Con chi e per quanto tempo riusciamo a relazionarci senza sentirci inadeguati, ma anche quanto tempo riusciamo a tollerare attività o situazioni.

Durante il periodo festivo, questo prezioso equilibrio che ci siamo costruiti viene meno. E’ probabile che ci ritroviamo a fare i conti con una realtà diversa dall’ideale narcisistico che ci sostiene durante il resto dell’anno. Ci rendiamo forse conto, a livello più o meno consapevole, che la quantità e/o qualità delle nostre relazioni non è quella che vorremmo, facciamo il conti con l’anno che è passato e con i miglioramenti in cui avevamo sperato e che, forse, non ci sono stati.

In qualche modo, grazie al perturbarsi della routine riusciamo ad entrare in contatto con il nostro perturbante (Das Unheimliche freudiano), un qualcosa di estraneo ma familiare, un’angoscia nuova, ma che già conosciamo.

Più desideriamo di essere felici e più rischiamo di essere depressi

seeking happiness

Lo psicologo deve considerare anche il contesto culturale? Uno studio pubblicato nel 2014 sul Journal of Social and Clinical Psychology mostra che quanta più importanza diamo alla felicità, tanto più rischiamo di soffrire di depressione.L’articolo suggerisce quindi un’influenza della cultura occidentale, che dà molta importanza al “dover essere felice” a tutti i costi.
Oltre all’influenza culturale, è forse necessario tenere presente un Io Ideale espressione dell’onnipotenza narcisistica infantile. D’altro canto, la società è frutto dell’organizzazione dominante delle personalità dei suoi componenti (Bateson, 1973). Come sostiene Mancia (2010) “possiamo pensare alla società come uno specchio deformante di quello che avviene nel microcosmo familiare e individuale”. Per cambiare la società ci dobbiamo occupare, quindi, del bambino fondante la nostra personalità, derivante dalla relazione del bambino all’interno della propria famiglia. E’ proprio questo bambino l’oggetto del trattamento psicoanalitico.

Superare il lutto

luttoLa morte di una persona cara rappresenta uno degli eventi più sconvolgenti della vita e influisce in modo importante sul benessere fisico e psico-sociale dell’individuo (Stroebe e Stroebe, 1993; Latham e Prigerson, 2004; Onrust et al., 2007; Shear et al., 2012). Diversi studi hanno dimostrato la presenza di alti tassi di disabilità e di uso di farmaci nei soggetti che hanno subìto un lutto rispetto a coloro che non hanno sperimentato questo evento, oltre ad aumentati tassi di mortalità (Thompson et al., 1984; Schaefer et al., 1995; Lichtenstein et al., 1998; Murphy et al., 1999; Bradbeer et al., 2003; Li J et al., 2003; Stroebe et al., 2007; Prigerson et al., 2009).

Lutto patologico

Nonostante la maggior parte dei soggetti riesca ad adattarsi alla perdita di una persona cara, è stato calcolato che tra il 9 e il 20% dei soggetti che sperimentano tale perdita si osserva una difficoltosa elaborazione del lutto e, di conseguenza, lo sviluppo di una quadro sintomatologico di “lutto patologico” (Byrne et al., 1994; Middleton et al., 1996; Lichtenthal et al., 2004; Zisook and Shear, 2009; Kersting et al., 2011; Shear et al., 2011 e 2012; Simon, 2012).
Con il DSM 5 (APA, 2013) il lutto è entrato a far parte della categoria dei disturbi mentali, perché a volte è necessario rivolgersi ad uno psicologo per la sua elaborazione. Gli studi che hanno portato a questa nuova categoria diagnostica sono partiti dagli studi sul DPTS. Mardi Horowitz e il suo gruppo di ricerca (Langley Porter Psychiatric Institute, Università della California) hanno individuato come evento traumatico un evento luttuoso e la presenza di sintomi intrusivi, di evitamento e fallimento nell’adattamento.

Comorbilità

La condizione di lutto è associata ad un’aumentata morbilità e mortalità (Jacobs, 1993; Stroebe e Stroebe, 1993; Latham et al., 2004; Onrust et al., 2007) e quindi può rappresentare la causa scatenante di disturbi mentali quali la depressione maggiore ed i disturbi d’ansia (Thompson et al., 1984; Bruce et al., 1990; Clayton, 1990; Jacobs et al.,1990; Zisook et al., 1993; Schaefer et al., 1995; Parkes, 1996; Lichtenstein et al., 1998; Murphy et al., 1999; Shahar et al., 2001; Li J et al., 2003; Bradbeer et al., 2003; Onrust et al., 2006; Stroebe et al., 2007).

Fattori di rischio

Rando (1992) ha inoltre identificato numerosi fattori di rischio per lo sviluppo di un alterato processo di elaborazione del lutto. Tali fattori sono distinti in:
• fattori di rischio legati alla modalità del decesso: morte improvvisa e inaspettata, specialmente se traumatica, violenta, mutilante o accidentale; morte dopo una malattia particolarmente lunga; perdita di un figlio; convinzione, da parte del soggetto, che la morte del proprio caro avrebbe potuto essere evitata.
• fattori di rischio legati a variabili antecedenti o successive al decesso: relazione con il defunto particolarmente burrascosa o ambivalente; precedenti o concomitanti malattie mentali; perdite multiple; tensioni non risolte; e percezione di mancanza di supporto sociale.

Depressione

E’ frequente la comorbidità tra lutto complicato e disturbo depressivo (Prigerson et al., 1995, 1996; Lichtenthal et al., 2004; Maytal et al., 2007; Brent et al., 2009; Kersting et al., 2009), in una percentuale variabile dal 52% al 70% (Melhem et al., 2001; Simon et al., 2007). Questa comorbidità tende ad aggravare il quadro del lutto complicato poiché l’inibizione emotiva tipica della depressione priva il soggetto di un’importante via di scarico dell’emotività, l’atteggiamento cognitivo pessimistico favorisce le tendenza alla ruminazione sulle circostanze e sulle conseguenze della morte, la spinta all’isolamento porta a ridurre i contatti interpersonali che sarebbero, invece, positivi nella elaborazione del lutto. In questo modo la depressione aggrava il lutto e ne ritarda l’evoluzione (Shear, 2012; Dell’Osso et al. 2011 e 2012; Lannen et al., 2008).