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Alla ricerca di una strategia

mental strategy

Diversi anni fa, ero all’inizio della mia attività di psicologa e psicoterapeuta, ricevetti la richiesta di un appuntamento via email. Era uno dei miei primi appuntamenti con un potenziale paziente. Si presentò un giovane uomo, apparentemente sicuro di sé. Mi aveva scelta, pensai, perché il mio studio era poco lontano da casa sua ed inoltre, a quel tempo, ero una dei pochi psicologi fiorentini presente sul web. Era un giovane uomo di successo, abituato a gestire situazioni lavorative complesse, ma in evidente difficoltà sul piano personale e familiare.

Mi chiese “una strategia” per risolvere pesanti angosce personali. Era già in cura farmacologica con antidepressivi e ansiolitici.

Quella parola, “strategia”, mi colpì molto. Mi vedeva come una professionista esperta in strategie. Pensai che di strategie ne sapevo poco, che anzi, i pochi studi di PNL che avevo fatto, mi avevano portato a ripudiarle come comportamenti manipolatori per menti poco brillanti.

Mi chiesi cosa intendesse quest’uomo così brillante con strategia. Qualcosa per ingannare la propria mente? Qualcosa di consapevole in grado di ingannare le risposte automatiche del nostro cervello che portano ad un attacco di panico? Le risposte automatiche sono inconsce, pensai che cercasse una strategia da usare consapevolmente per ingannare qualcosa di inconscio. Mi stava chiedendo la bacchetta magica.

Esistono terapie che si prefiggono di “ingannare” la risposta psicopatologica, ma la psicoanalisi non è una di queste. L’inganno attuato dalla strategia ha sempre un’efficacia limitata nel tempo, perché le ragioni per cui il sintomo psicopatologico si era creato, permangono.

Ero (e sono!) talmente entusiasta dell’effetto trasformativo profondo del trattamento psicoanalitico che non esitai a proporgli un’analisi a quattro sedute settimanali. Perché non avrebbe dovuto accettare? Aveva tempo libero, disponibilità economiche, voleva risolvere i suoi problemi. Rifiutò. Adesso capisco che avevo agito la sua angoscia claustrofobica proponendogli un percorso da cui si sentiva troppo vincolato. La sua richiesta era un’altra, non era quella di lavorare su se stesso e sulle proprie fragilità.

Mi dispiacque molto, non solo perché ero all’inizio della mia attività professionale, ma soprattutto perché pensai che era davvero un’occasione persa per quell’uomo. Avrebbe potuto vivere una vita veramente libera dalle proprie fragilità e, viste le capacità che aveva già dimostrato di avere, avrebbe potuto vivere la sua vita in modo ancor più libero e appagante.

Se dovete affrontare un discorso pubblico e questo vi provoca ansia, potete provare a frequentare un corso public speaking, ma conoscere le tecniche di comunicazione efficace e le relative strategie, non vi servirà se il vostro problema è più intimo e profondo. L’ansia che provate all’idea di parlare in pubblico riguarda la vostra autostima, che avete costruito durante la vostra infanzia nelle relazioni con gli altri. Se siete persone ansiose e siete terrorizzati dal giudizio degli altri, qualsiasi strategia apprendiate per gestire il problema, avrà un’efficacia per un lasso di tempo più o meno breve. Questo perché i motivi che avevano creato il sintomo ansioso, sono sempre lì, pronti per esprimersi nello stesso o in altri modi. Il sintomo è, infatti, il segnale di qualche nostra fragilità interna, qualcosa che a livello psicologico non siamo riusciti a costruire in modo completamente adeguato. Se troviamo una strategia per gestire il sintomo, non risolviamo ciò che l’ha causato ed è quindi destinato a ripresentarsi.

Stabilire un contatto visivo con un ipotetico interlocutore di riferimento, tenere in mano qualcosa di rassicurante, parlare con calma, non servirà se non affrontate l’origine dell’angoscia di non valere abbastanza.

CPF 11 maggio 2019 – Estensioni del metodo psicoanalitico

Sabato mattina presso La Colombaria di Firenze si sono confrontati autori e lettori su tematiche attuali del pensiero psicoanaliticio. Uno dei dibattiti ha tratto spunto dalla lettura del libro di Bastianini e Ferruta sull’estensione del metodo psicoanalitico, messo alla prova in contesti e situazioni cliniche diverse. Ne hanno discusso l’autrice Anna Ferruta e Gregorio Hautmann. Cosa significa estendere il metodo psicoanalitico? Estendere il metodo significa estendere il triangolo psicoanalitico con i suoi vertici FANTASIA, INTERPRETAZIONE e SETTING. Ampliare il metodo significa occuparsi di aspetti intrinseci, cioè di aspetti che riguardano l’identità dello psicoanalista. Anche se la psicoanalisi è spesso accusata di non essere in contatto con la realtà attuale, in realtà, sottolinea Anna Ferruta, la psicoanalisi non può che essere contemporanea per il suo essere “in contatto con il rumore del mondo che arriva all’analista tramite le libere associazioni“. Il setting garantisce uno stato di sospensione, ma non dissociazione, rispetto al rumore del mondo. La psicoanalisi, inoltre, non può che essere relazionale, in quanto nella stanza di analisi sono previste due persone, non è un processo solipsistico. Estendere il metodo, significa trasformarlo nel momento in cui entra in contatto con le realtà in trasformazione. In questa trasformazione, il setting coglie il bisogno di stabilità. Non è possibile rendere instabile ciò che deve essere stabile, ma è possibile un’estensione. Il setting deve essere rigoroso con ogni paziente, una volta stabilito, non può essere modificato.

Se il setting sono il numero di sedute, l’orario, i giorni, le modalità di intervento dell’analista, ecc., il metodo riguarda la creazione di un dispositivo in grado di mettere in atto un processo psicoanalitico. Riguarda, quindi, la relazione tra i diversi elementi psicoanalitici (analista/paziente, stabilità, inconscio, regolarità, ecc.), quegli elementi che fondano il processo psicoanalitico.

Il pensiero di Giovanni Hautmann – Pisa, 27 settembre 2018

 

Il Centro Psicoanalitico di Firenze ha organizzato una seconda giornata per riflettere sul pensiero di Giovanni Hautmann, a quasi un anno dalla sua scomparsa.

Durante la giornata è stato sottolineato l’aspetto creativo della psicoanalisi che Giovanni Hautmann ha costantemente messo in evidenza. La relazione analitica non è più un portare a galla il rimosso, ma è creare dei funzionamenti mentali dove prima erano assenti. Creare nuove rappresentazioni mentali.

Ad Hautmann si deve l’idea di una visione gruppale della mente, l’idea della nascita della soggettivazione attraverso la formazione di una pellicola di pensiero, che si forma quando gli elementi Beta si trasformano in Alpha, l’idea di splitting cognitivo primario quando si ha un malfunzionamento di tale pellicola e l’esistenza di elementi Gamma (oltre agli elementi bioniani Alpha e Beta ) che aiutano la comprensione di quelle patologie dove il deficit della Funzione Alpha riguarda solo alcuni elementi Beta, in particolare, i precursori delle emozioni. Nell’autismo, ad esempio, dove non si assiste ad una difesa estrema nei confronti della percezione sensoriale in generale, ma solo rispetto alla sensorialità che richiede reazioni sociali emotive.

Nella relazione analista-paziente, così come in quella madre-neonato, si ha una prima forma di contatto creativo che porta alla formazione di una pellicola di pensiero. La formazione di tale pellicola rappresenta un momento integrativo di stimoli sensoriali, emotivi ed ideativi ed è dalla formazione di tale pellicola che comincia il processo di separazione-individuazione del bambino. Questo processo avviene grazie al lavoro della Funzione Alpha, alla capacità materna e analitica di creare rappresentazioni lì dove mancavano.

L’impossibilità rappresentazionale è quello che porta un paziente nello studio di uno psicologo ed è questo lo specifico della psicoanalisi. Lo psicoanalista non si occupa di fornire strategie di funzionamento cognitivo, ma di rendere pensabile qualcosa che è rimasto a livello concreto. Quel che è rimasto a livello concreto può essere uno stimolo percettivo-sensoriale (elemento Beta) o uno stimolo emotivo (elemento Gamma) e richiede di essere trasformato in elemento Alpha per poter essere integrato al Sé.  Il percorso psicoanalitico si occupa quindi di aiutare l’emergere e il ripristino di parti di sé, attraverso la formazione delle pellicola di pensiero.

 

 

Leadership e autoconsapevolezza

 

 

Le capacità di leadership sono correlate a tratti narcisistici della personalità. Il narcisista è  solitamente brillante e trasmette la sicurezza di avere tutto sotto controllo. Il narcisismo può però essere un grave ostacolo. Un buon leader deve infatti favorire la capacità di pensare e di esprimersi del gruppo di lavoro. Non deve primeggiare a tutti i costi con un’idea brillante, ma deve permettere agli altri di brillare. In uno studio di  Nevicka e collaboratori (2011) è  stato evidenziato come un leader narcisista inibisca la creatività dei suoi collaboratori. Le persone tendono a scegliere il narcisista come leader, ma questa non risulta essere la scelta migliore.

Seppur le persone narcisiste perseguono la leadership, riescono a ottenere buoni risultati solo fin quando il proprio interesse è in linea con quello dell’organizzazioni di cui sono i leader.  La rassegna di Susanne Braun del 2015 evidenzia i pro e i contro della personalità narcisista come leader. Solitamente una persona estroversa, fiduciosa in se stessa e con un alto QI (Quoziente Intellettivo) è considerato un buon leader. Una persona simile può essere tentata di fare sfoggio della propria dominanza e intelligenza il più possibile. Spesso, invece, un buon leader deve avere la capacità di fare un passo indietro, in modo da dare spazio al gruppo per trovare e creare soluzione. Il pensiero di gruppo può essere soffocato dal pensiero del leader, a cui tenderà a conformarsi. Se il leader suggerisce subito la sua soluzione, per il gruppo sarà più difficile essere veramente creativo.

Ci sono quindi aspetti positivi e negativi del narcismo. Attraverso un percorso psicoanalitico, il narcisista riattualizza nel tranfert gli aspetti negativi e distruttivi della sua personalità, sono quegli aspetti che fanno vivere il narcista in una continua sensazione di impotenza, in una incapacità di amare e di sentirsi soddisfatto, perché ricerca sempre la prevaricazione e la sensazione di potere sull’altro. Green ne Il complesso della madre morta (1983) ipotizza infatti che il problema del narcisista è l’identificazione con quella che lui chiama la “madre morta”, ovvero una madre depressa che ha disinvestito il figlio nei primi anni di vita. La madre ha continuato a occuparsi del figlio, ma in modo emotivamente distaccato, probabilmente per un lutto o perdita. Pur avendo una vita apparentemente soddisfacente, il narcisista continua a identificarsi con questa immagine di madre morta. Nel relazione psicoanalitica ad alta frequenza si ha la possibilità di risanare, attraverso il lavoro nel tranfert, l’identificazione con la madre morta, cioè questa relazione primaria affettivamente deprivante andando così a trasformare positivamente il bisogno di non sentirsi impotente prevaricando sull’altro, anche sui propri collaboratori.

Per questo un leader che è stato un’analisi, è sicuramente un leader migliore.

 

 

L’attenzione fluttuante dello psiconalista

In “Consigli al medico nel trattamento psicoanalitico” (19120) Freud fornisce una serie di indicazioni perché l’analista non lavori su un piano consapevole e cognitivo, ma su un piano preconscio. La psicoanalisi, infatti, si distingue da tutti gli altri trattamenti terapeutici proprio perché non si prefigge di cambiare l‘aspetto superficiale e consapevole (la punta dell’iceberg), ma tutto ciò che ha permesso l’emergere del sintomo, la struttura profonda (la parte sommersa dell’iceberg). La formazione dell’analista, attraverso la sua analisi didattica, è quindi fondamentale per permettere all’analista di lavorare con la propria parte preconscia.

La parte conscia può, infatti, rendere cieco l’analista di fronte a ciò che è il materiale su cui lavorare, materiale che non arriva dalla parte consapevole e cognitiva del paziente. L’analista deve, quindi, saper sostare nella “non conoscenza” e nella “non comprensione”.

L’ascolto cosciente e la comprensione cognitiva del parlare del paziente è come l’ascolto e la comprensione del significato letterale della metafora. Il valore della metafora non sta in questo tipo di significato, ma al significato altro a cui rimanda.

Sono due, infatti, le regole fondamentali della psicoanalisi, una per il paziente e l’altra per l’analista: rispettivamente le libere associazioni e l’attenzione liberamente fluttuante. Sono queste due regole che rendono possibile il lavorare, in analisi, sugli aspetti preconsci del paziente. La coscienza diventa  così permeabile agli aspetti inconsci. ‘Attenzione liberamente fluttuante’ in origine è ‘gleichshwebend aufmerksamkeit’ e scheweben  significa fluttuare, ma non una qualsiasi fluttuare, un fluttuare nell’aria come opposto ad un galleggiare nell’acqua (schiwimmen) – una nuvola schwebens mentre una nave shwimmens.

Freud nell’Io e l’Es scrive che l’analista deve  “arrendersi all’attività mentale inconscia,  mettendosi in uno stato di attenzione fluttuante, per evitare, per quanto possibile, riflessioni e costruzioni di provenienza conscia, senza provare a fissare nei suoi ricordi qualcosa e, da questi significati, capire qualcosa dell’incoscio del paziente attraverso il proprio inconscio” (1923b, p. 239). Freud (1915) chiarisce che soggetto e oggetto non sono mai completamente separati dal momento che il soggetto plasma gli oggetti che percepisce, paragonando la sua epistemologia a quella di Kant e avvertendoci delle intrinseche distorsioni che la coscienza impone all’inconscio. Afferma comunque, che gli ‘oggetti interni’ (evidentemente inconsci) sono conoscibili se come strumento di percezione si usa l’inconscio stesso.

Nel suo volume Against understanding,  Fink (2014) scrive che ciò che è veramente cruciale per l’esplorazione psicoanalitica dell’inconscio “non è fornire significati, ma mettere in parole l’indicibile. Parlare di ciò che è sempre apparso impronunciabile, impensabile, inaccettabile e/o inimmaginabile per l’analizzando…Dire tutte queste cose non è la stessa cosa del comprenderle, né per l’analizzando né per l’analista…La comprensione – se mai arriva – può aspettare.” (p.8)

Il proprio inconscio è, quindi, il principale strumento dell’analista ed è per questa ragione che è necessario avere la garanzia che l’analista stessa abbia lavorato, trasformato, elaborato i propri contenuti inconsci attraverso una lunga analisi didattica.

L’elemento chiave della psicoanalisi è la centralità dell’inconscio e la particolare ‘tecnica’ richiesta per poterlo ‘conoscere’. Se il sogno è il portavoce dell’inconscio (così come i lapsus, le associazioni libere, la metafora, il mito, e cosi via, che non sono inconscio in sé, ma parlano la sua lingua), allora l’unica strada che ha l’analista è di ascoltare attraverso il suo inconscio.

E’ quel che arriviamo a conoscere inconsciamente che è il cuore della pratica psicoanalitica.

Relazione perversa: come individuarla

 

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Sandra Filippini nel suo bellissimo libro “Relazioni perverse” del 2005 si occupa ampiamente di questo tipo di relazione patologica. Sono relazioni in cui non si ha una relazione tra due individui nel loro complesso, ma tra loro parti. La relazione non si basa primariamente sull’affetto, ma sul potere.

Sono relazioni in cui i membri della coppia spesso non si rendono conto della problematicità del proprio rapporto. L’altro viene usato dal perverso relazionale per sostenere la propria autorità e la propria autostima. I perversi relazionare sono caratterizzati dalla estrema naturalezza con cui manipolano fatti e persone.

Ci possono essere due scenari che caratterizzano l’inizio della relazione perversa:

  • All’inizio della relazione la compagna si sente in qualche modo parte del mondo grandioso del perverso, si sentono una “coppia speciale”.
  • Oppure può essere la compagna ed essere considerata grandiosa e invidiabile. Lui la mette sul piedistallo e lei ci sta volentieri.

Gradualmente avviene un cambiamento ed emergono sempre più marcati i fattori sottostanti:

  • Maltrattamento – fisico e/o psicologico.
  • Isolamento – gradualmente la vittima si allontana da amici, parenti e dal proprio ambiente sociale.
  • Senso di colpa/Inadeguatezza – la vittima non si sente all’altezza del compagno.
  • Denigrazione/Umiliazione – il maltrattante attua comportamenti e comunicazioni atte a denigrare l’altro.

In questo tipo di relazioni c’è un uso sistematico della violenza psicologica, attuata attraverso il controllo e il dominio dell’altro.  Il maltrattamento psicologico avviene attraverso il controllo e l’intrusione delle frequentazioni e delle attività del partner e spesso del denaro.

A livello non consapevole, lo scopo del maltrattante è ottenere il controllo dell’altro, negandone l’autonomia. Non può vivere l’altro come persona separata da se stesso.

Il partner che diventa la vittima non si accorge inizialmente dell’aspetto patologico della relazione, perché è catturato dalla grandiosità del perverso-narcisista.

La vittima gradualmente comincia a dubitare di se stessa, della propria capacità di vedere la realtà. Il perverso relazionale, infatti, impone la propria verità a cui il partner si adegua, confermandola.

Il perverso cerca nell’altro l’immagine ideale di Sé, si appropria della sua autostima, della fiducia in se stessa, per incrementare il proprio valore. In realtà il perverso invidia la donna e nega il proprio senso di vuoto e mancanza.

Solitamente a livello psicopatologico, il perverso relazione si colloca in quadri di disturbi di personalità narcista, borderline o antisociale.

 

 

 

Cosa significa “fare un’analisi”?

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Fare un’analisi non è mai una questione semplice. Neanche proporre un’analisi lo è. Si chiede alla persona di impegnarsi per anni. Impegnarsi dal punto di vista emotivo, economico, spazio-temporale, ecc.

La psicoanalisi risulta di aiuto quando uno pensa di aver fatto tutti gli sforzi per contrastare uno schema che tende a ripetersi e che influenza negativamente la qualità della propria vita. Evidentemente quello di cui siamo consapevoli, quello che sappiamo già su noi stessi, non aiuta o non è sufficiente a modificare questi pattern di funzionamento. Possiamo rassegnarci dicendo che “siamo fatti così” oppure possiamo cercare di capire cosa a livello inconscio influenza la nostra mente, condannandoci a ripetere sempre lo stesso schema di funzionamento.

Perché la psicoterapia non basta

I clinici hanno sviluppato la terapia comportamentale per focalizzarsi su i comportamenti indesiderati della persona. La terapia comportamentale si focalizza quindi sugli aspetti coscienti e su quello che il paziente stesso individua come un problema. L’assunto alla base di questo tipo di trattamento, è che l’individuo apprende per condizionamento, cioè attraverso l’associazione del comportamento con rinforzi positivi (premi) e rinforzi negativi (punizioni). La terapia CBT (cognitivo-comportamentale) inserisce l’influenza dei processi di pensiero. Anche questo tipo di terapia si focalizza sugli aspetti consci della mente, su come i nostri pensieri consapevoli influenzano il comportamento. Questi trattamenti sono brevi, focalizzati su quelli che consideriamo aspetti disfunzionali del nostro comportamento o del nostro pensiero. La ricerca ha però dimostrato che i risultati non sono a lungo termine.

La psicoanalisi si focalizza su quello che il paziente non riesce a vedere da solo.

Analisi interrotte

Ci sono pazienti che si sentono speciali per il fatto di poter fare l’analisi. Lo sono. Fare un’analisi è un qualcosa di speciale, che non tutti fanno e che non tutti possono fare. Se nel corso dell’analisi non si riesce a trasformare questa motivazione, sono analisi verosimilmente destinate a fallire entro il primo-secondo anno.

Sono pazienti che non vengono in analisi per cambiare, ma per sentirsi “nel giusto”. Pazienti che hanno un bisogno narcisistico di sentir confermato il proprio modo d’essere e che si oppongono alla possibilità di cambiamento.

Pazienti che non vogliono diventare consapevoli di se stessi, delle proprie dinamiche psichiche e dei meandri più oscuri della propria personalità. Non chiedono la verità su se stessi e sulle proprie relazioni fallimentari, chiedono di imporre la propria verità. Deve diventare vero, quello che loro affermano sia vero.

Andare in analisi per uno  o due anni, o andarci per due volte la settimana, non è fare un’analisi, è avere la possibilità di cosa annusare cosa sia l’analisi.

Analisi di successo

Quello che non riusciamo a capire da soli di noi stessi, in analisi è considerato essenziale. Un trattamento analitico richiede pazienza. E’ un lungo viaggio che offre un tempo e uno spazio che non si possono trovare altrove. E’ un luogo dove entrare in contatto con noi stessi in modo autentico e, quindi, anche con aspetti sgradevoli  o minacciosi.

Se ci accorgiamo che, nonostante i nostri sforzi e le nostre strategie, ripetiamo sempre la “stessa scena del film”, come se girassimo su una ruota che ci presenta periodicamente sempre lo stesso scenario, è l’ora di intraprendere un’analisi.

 

 

 

I cambiamenti dell’adolescente

adolescenza

“All’apparir del vero
tu, misera, cadesti: e con la mano
la fredda morte ed una tomba ignuda
mostravi di lontano.” (Giacomo Leopardi)

Con l’irrompere dell’adolescenza si ha una rottura epistemologica dello scorrere del tempo. L’adolescente capisce che il il tempo è irreversibile. Esiste l’irreparabile.
Sono tre i cambiamenti fondamenti che avvengono in adolescenza:

1) Somatico. Il corpo cambia, l’adolescente diventa più forte dei suoi genitori, viene messa in discussione la loro autorità.

2) Sessualità. Anche prima è presente, ma in modo immaturo.

3) Pensiero. Si accede al pensiero adulto. Nascono le grandi domande e le grandi intuizioni.

Nell’infanzia c’è il buono e il male ed i genitori sono i rappresentanti del buono. L’adolescente si accorge che i genitori sono complessi e questo è meno rassicurante. Si cercano dei sostituti dell’infanzia, degli idoli.
Quanto più è fragile l’identità dell’adolescente, tanto più ha bisogno di simboli esterni (piercing, tatuaggi, vestiario).

Spesso i genitori attribuiscono il cambiamento in negativo a qualcosa di esterno (scuola, amici, ecc.), spesso ci può essere qualcosa che ha accelerato un processo, che però era iniziato molto tempo prima. Un cambiamento catastrofico (Bion) che comincia spesso a preparare il terreno durante l’infanzia, un vissuto traumatico che non era rappresentabile e che trova una rappresentazione.

Il sogno in psicoanalisi

Freud scrisse che l’interpretazione del sogno è la via maestra per la conoscenza dell’inconscio. La conoscenza dell’inconscio non è però sufficiente. Il passaggio da ipnosi a trattamento psicoanalitico ha determinato proprio il superamento della suggestione implicita nell’ipnosi. Senza il trasfert la sola conoscenza dell’inconscio non avrebbe nessuna valenza terapeutica. Non è possibile interpretare un sogno indipendentemente dalla relazione tranfert-controtranfert. E’ un mezzo comunicativo tra analista e paziente. E’ l’analisi delle resistenze, delle difese, che permette l’accesso al rimosso. Freud se ne rende conto dal lutto della impossibilità della propria autoanalisi, intrapresa in seguito alla morte del padre.
Il sogno rende possibile la rappresentazione di alcuni contenuti altrimenti non espressi e non esprimibili. I sogni di angoscia, solitamente rappresentano un allentamento delle censura onirica, che dovrebbe proprio proteggere dall’angoscia.
Hautmann (1974,p.168) afferma che “la psicoanalisi è la scienza fondata da Freud che si occupa dello studio della fantasia inconscia e delle sue interrelazioni colle altre funzioni della mente e colla realtà esterna“. Il lavoro dello psicoanalista è vedere come nel sogno sia possibile intravedere il fantasma. Tramite le riproposizione del fantasma è possibile la sua elaborazione.
Secondo Freud nel sogno avviene la trasformazione del materiale inconscio e quindi interpretare il sogno significa disfare il lavoro onirico, per accedere al materiale inconscio. Bion sostiene, invece, che il materiale conscio ha bisogno del lavoro onirico per poter essere immagazzinato e reso idoneo alla trasformazione dalla posizione schizoparanoide alla posizione depressiva. Contrariamente da Freud, Bion ritiene che il lavoro onirico svolga la sua funzione durante lo stato di veglia e che questa funzione abbia un ruolo analogo, nella vita mentale dell’individuo, a quello dei processi digestivi nella vita alimentare dell’individuo.

Madre depressa. Cosa dice la ricerca psicologica sugli effetti sul figlio

bambino depresso

Perché una madre che soffre di depressione dovrebbe rivolgersi ad uno psicologo?

In letteratura è ampiamente dimostrato l’effetto negativo della depressione della madre sul figlio. I figli di genitori affetti da depressione rischiano di sviluppare essi stessi un disturbo depressivo, d’ansia, un deficit dell’attenzione o un disturbo dell’iperattività e l’abuso di sostanze (Birmaher, Ryan, Williamson, Brent, Kaufman, 1996; Weissman, Wickramaratne, Nomura, Warner, Pilowsky e Verdeli, 2006).

Interazione madre-figlio

Mattejat (2002) e Papousek (2002) sottolineano che l’interazione tra le madri con diagnosi di depressione e dei loro figli è gravemente compromessa. Ciò che sembra essere particolarmente perturbato è la continuità dell’interazione emotiva a causa o di un maggiore ritiro e perdita dell’iniziativa o di un’iperstimolazione intrusiva. La depressione, infatti, può compromettere la capacità materna e, di conseguenza, anche quella della diade madre-bambino, di regolare reciprocamente l’interazione (Cohn & Tronick, 1989)
Le madri depresse mostrano minore calore emotivo nel rapporto con il figlio, sono meno sensibili alle sue manifestazioni di disagio e meno capaci di discriminare le frequenze fondamentali di differenti tipi di pianto; sono meno coinvolte con il figlio, lo toccano di meno e si impegnano di meno in attività condivise (Cohn et al., 1989; Tronick, 2005); la mancanza di una regolazione reciproca, nel contesto di accudimento, può influire sugli scambi sociali e sulla regolazione degli affetti, determinando interazioni povere, a-sincrone, disimpegnate, caratterizzate da emozioni negative (Goodman & Gotlib, 1999). Di conseguenza sono meno pronte a rispondere in modo adeguato alle richieste e ai segnali dei propri bambini. Rispetto alle madri non depresse, inoltre, esse mostrano maggior disimpegno ed un atteggiamento più critico, intrusivo ed ostile nei confronti dei figli (Goodman, Rouse, Connell, Broth, Hall & Heyward, 2011; Hammen, 1991).
Nell’interazione faccia a faccia presentano perlopiù stili interattivi distaccati o intrusivi, che hanno entrambi effetti negativi, sia pure differenti, sui bambini e provocano in loro, a seconda dei casi, una riduzione dell’attività o risposte disforiche di rabbia o di isolamento sociale (Cohn & Campbell, 1992; Cohn & Tronick, 1987; Field,1998).

Trattamento della madre e miglioramento dei figli

Alcuni ricercatori (Wickramaratne, Gameroff, Pilowsky, Hughes, Garber, Malloy et al., 2011) hanno cercato di valutare gli effetti di un trattamento con antidepressivo, su madri con tale quadro sintomatologico, sul funzionamento dei loro figli. Hanno valutato, dopo un anno se la madre guariva e dopo due se la madre non guariva, possibili sintomi psichiatrici in 80 bambini e ragazzi, tra i 7 ed i 17 anni, utilizzando la Scala per i Disturbi dell’Umore e la Schizofrenia per ragazzi in età scolare, ripetendo la valutazione dopo tre mesi dalla prima intervista. Le valutazioni delle madri e dei figli sono state fatte separatamente. I risultati dello studio hanno confermato come il trattamento con antidepressivo nelle madri sia associato ad una remissione dei sintomi psicopatologici nei loro figli. In particolare, i figli delle pazienti che non iniziano nessun trattamento sono risultati essere maggiormente a rischio di disturbo psicopatologico.
E’ stata in particolare evidenziata l’importanza dello stato emotivo della madre nel primo anno di vita. In particolare, è emersa una correlazione tra depressione materna nel primo anno di vita del bambino ed una successiva psicopatologia negli anni seguenti (Bagner, Pettit, Lewinsohn e Seeley, 2010).
In generale, nei bambini con madri depresse si evidenziano comportamenti di ritiro, e isolamento (Connell & Goodman, 2002; Lovejoy, 2000; Patrizi, Rigante, De Matteis, Isola & Giamundo, 2010) e problemi aggressivi, di disregolazione e sentimenti di rabbia (Cohn et al., 1992; Lee & Gotlib, 1989; Radke-Yarrow, Zahn-Waxler, Richardson, Susman & Martinez, 1994).
Diversi livelli di disturbo depressivo nella madre è risultato associato ad un aumento del rischio suicidario dei figli (Hammerton, Mahedy, mars, Harold, Thapar, Zammit e Collishaw, 2015; Garber, Little, Hilsman, Weaver, 1998; Wilcox, Arria Caldeira, Vincent, Pinchevsky, O’Grady, 2010).

Anatomia di un individuo che ama solo se stesso

Su D di La Reppublica un articolo di Umberto Galimberti sulla patologia narcisistica.

 

galimberti

Quando nasciamo, letteralmente veniamo al mondo, che incominciamo a vedere quando apriamo gli occhi, senza capire nulla di dove siamo capitati. C’è però una madre che fa da mediatrice tra noi e le cose del mondo. E siccome queste cose non sappiamo che cosa sono né che cosa significano, la sola “relazione oggettuale”, come dicono gli psicoanalisti, si instaura con quell’unico oggetto che percepiamo fuori di noi, che è la madre. Può rispondere ai nostri bisogni più o meno sollecitamente, può gratificarci con i suoi baci, i suoi abbracci, le sue carezze, può rassicurarci quando il mondo si fa buio perché viene la notte ad animare tutte le ombre, può attutire le nostre angosce, così come può rispondere ai nostri sorrisi, che ci capita di fare senza sapere davvero perché. Se questa relazione va abbastanza bene e le risposte della madre sono positive, prende corpo la “relazione oggettuale”, ossia la capacità di investire su un oggetto (la madre) che è fuori di noi. Ma se la relazione non va bene, se gli investimenti che il bambino fa sulla madre non ricevono risposte adeguate, o comunque non sono gratificanti, il bambino può incamminarsi sui sentieri della depressione, oppure può salvarsi dalla depressione investendo non più sull’oggetto esterno (la madre), ma su di sé.