Archivi tag: capacità di reverie

Psicoanalisi di coppia

counselor coppia

terapia coppia

La psicoanalisi di coppia è diversa da quella individuale. La coppia viene trattata come se fosse un’unica persona in terapia, una persona che pensa, sente e agisce e che, quindi, associa analiticamente come se fosse un’unica persona. La coppia crea infatti un campo che si può ammalare. Spesso ad essere problematica è, infatti, l’interazione preconscia e inconscia della coppia.
A volte il problema può essere individuale, ed allora è meglio valutare di intraprendere un’analisi personale, ma non è sempre così. Ad esempio, può accadere che l’altro venga usato per compensare parti fragili del proprio Sé, in questo caso la dinamica di coppia può slatentizzare, cioè rendere manifesto, il problema, che però è da trattare individualmente.
Nel decidere di intraprendere un percorso di coppia, è fondamentale che entrambi i membri della coppia abbiamo il desiderio di capire e trasformare gli aspetti problematici ed insoddisfacenti.
Spesso la relazione di coppia diventa problematica perhcé l’altro può funzionare da contenitore di identificazioni proiettive, proiezioni e scissioni di cui individui e coppia non sono consapevoli. Se l’altro diventa ricettacolo passivo di qualcosa di non elaborato dell’altro, si crea una relazione patologica.
L’obiettivo della psicoanalisi di coppia è di far in modo che la coppia acquisisca gli strumenti per elaborare, dare significato e trasformare il proprio funzionamento, cioè che ci sia una capacità di reverie di coppia.

Madre depressa. Cosa dice la ricerca psicologica sugli effetti sul figlio

bambino depresso

Perché una madre che soffre di depressione dovrebbe rivolgersi ad uno psicologo?

In letteratura è ampiamente dimostrato l’effetto negativo della depressione della madre sul figlio. I figli di genitori affetti da depressione rischiano di sviluppare essi stessi un disturbo depressivo, d’ansia, un deficit dell’attenzione o un disturbo dell’iperattività e l’abuso di sostanze (Birmaher, Ryan, Williamson, Brent, Kaufman, 1996; Weissman, Wickramaratne, Nomura, Warner, Pilowsky e Verdeli, 2006).

Interazione madre-figlio

Mattejat (2002) e Papousek (2002) sottolineano che l’interazione tra le madri con diagnosi di depressione e dei loro figli è gravemente compromessa. Ciò che sembra essere particolarmente perturbato è la continuità dell’interazione emotiva a causa o di un maggiore ritiro e perdita dell’iniziativa o di un’iperstimolazione intrusiva. La depressione, infatti, può compromettere la capacità materna e, di conseguenza, anche quella della diade madre-bambino, di regolare reciprocamente l’interazione (Cohn & Tronick, 1989)
Le madri depresse mostrano minore calore emotivo nel rapporto con il figlio, sono meno sensibili alle sue manifestazioni di disagio e meno capaci di discriminare le frequenze fondamentali di differenti tipi di pianto; sono meno coinvolte con il figlio, lo toccano di meno e si impegnano di meno in attività condivise (Cohn et al., 1989; Tronick, 2005); la mancanza di una regolazione reciproca, nel contesto di accudimento, può influire sugli scambi sociali e sulla regolazione degli affetti, determinando interazioni povere, a-sincrone, disimpegnate, caratterizzate da emozioni negative (Goodman & Gotlib, 1999). Di conseguenza sono meno pronte a rispondere in modo adeguato alle richieste e ai segnali dei propri bambini. Rispetto alle madri non depresse, inoltre, esse mostrano maggior disimpegno ed un atteggiamento più critico, intrusivo ed ostile nei confronti dei figli (Goodman, Rouse, Connell, Broth, Hall & Heyward, 2011; Hammen, 1991).
Nell’interazione faccia a faccia presentano perlopiù stili interattivi distaccati o intrusivi, che hanno entrambi effetti negativi, sia pure differenti, sui bambini e provocano in loro, a seconda dei casi, una riduzione dell’attività o risposte disforiche di rabbia o di isolamento sociale (Cohn & Campbell, 1992; Cohn & Tronick, 1987; Field,1998).

Trattamento della madre e miglioramento dei figli

Alcuni ricercatori (Wickramaratne, Gameroff, Pilowsky, Hughes, Garber, Malloy et al., 2011) hanno cercato di valutare gli effetti di un trattamento con antidepressivo, su madri con tale quadro sintomatologico, sul funzionamento dei loro figli. Hanno valutato, dopo un anno se la madre guariva e dopo due se la madre non guariva, possibili sintomi psichiatrici in 80 bambini e ragazzi, tra i 7 ed i 17 anni, utilizzando la Scala per i Disturbi dell’Umore e la Schizofrenia per ragazzi in età scolare, ripetendo la valutazione dopo tre mesi dalla prima intervista. Le valutazioni delle madri e dei figli sono state fatte separatamente. I risultati dello studio hanno confermato come il trattamento con antidepressivo nelle madri sia associato ad una remissione dei sintomi psicopatologici nei loro figli. In particolare, i figli delle pazienti che non iniziano nessun trattamento sono risultati essere maggiormente a rischio di disturbo psicopatologico.
E’ stata in particolare evidenziata l’importanza dello stato emotivo della madre nel primo anno di vita. In particolare, è emersa una correlazione tra depressione materna nel primo anno di vita del bambino ed una successiva psicopatologia negli anni seguenti (Bagner, Pettit, Lewinsohn e Seeley, 2010).
In generale, nei bambini con madri depresse si evidenziano comportamenti di ritiro, e isolamento (Connell & Goodman, 2002; Lovejoy, 2000; Patrizi, Rigante, De Matteis, Isola & Giamundo, 2010) e problemi aggressivi, di disregolazione e sentimenti di rabbia (Cohn et al., 1992; Lee & Gotlib, 1989; Radke-Yarrow, Zahn-Waxler, Richardson, Susman & Martinez, 1994).
Diversi livelli di disturbo depressivo nella madre è risultato associato ad un aumento del rischio suicidario dei figli (Hammerton, Mahedy, mars, Harold, Thapar, Zammit e Collishaw, 2015; Garber, Little, Hilsman, Weaver, 1998; Wilcox, Arria Caldeira, Vincent, Pinchevsky, O’Grady, 2010).