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Stati mentali gravi: perversione, anoressia, tossicodipendenza e psicosi

 

Le costruzioni psicopatologiche si riscontrano negli stati mentali gravi: perversioni, anoressie, tossicomanie e psicosi.

Tali stati mentali si reggono su difese perverse o psicotiche e tendono a distorcere la percezione della realtà fino a distruggerla. Invece, le difese nevrotiche tendono a limitare la percezione delle emozioni.

Le strutture psicopatologiche si formano silenziosamente nell’infanzia ed esprimono solo successivamente la loro potenzialità patogena.

Secondo De Masi, nella costruzione psicopatologica il carattere difensivo è secondario all’eccitazione che perverte la mente. La psicosi è  lenta e progressiva. Quando diventa evidente all’osservatore esterno vuol dire che il processo era già avvenuto silenziosamente nel corso del tempo. Nell’infanzia un comportamento bizzarro o difficoltà di apprendimento possono segnalare un processo già in atto.

L’episodio psicotico lascia cicatrici e focolai che possono portare a scompensi ulteriori. La possibilità di recupero dipende dal tempo trascorso e dalla gravità dell’episodio. Sono questi due fattori che incidono prevalentemente sulla possibilità di uscita dalla malattia. Il processo di ripristino del funzionamento normale comincia da piccole isole di sanità. Il processo psicotico evolve continuamente e si sviluppa per gradi, passando da stadi parzialmente reversibili ad altri che lo sono sempre meno. Per questo è importante, in tutti gli stati mentali gravi, cercare di scardinare alle prime avvisaglie il processo psicotico in atto.

 

 

Le origini della follia

L’origine della follia, o meglio della psicosi, si insinua nei primi processi relazionali. La precoce e prolungata distorsione delle prime relazioni emotive crea le premesse per un’alterazione della percezione della realtà psichica, che viene dissociata e sostituita da una costruzione fantastica (De Masi, 2006).
Attraverso la terapia analitica si favorisce nel paziente il funzionamento emotivo normale, in modo che possa capire la propria realtà psichica e quella dell’altro. E’ l’angosciante senso di impotenza, sin dall’età infantile, che spinge il paziente psicotico a sovvertire l’organizzazione del proprio pensiero.

E’ qualcosa di altamente distruttivo, sostiene De Masi, che si insinua in precocissima età nello sviluppo della propria capacità di pensare e di percepire le emozioni. Infatti, il bambino ha bisogno della capacità di contenimento materna. La madre deve essere in grado di percepire e dare senso all’esperienza emotiva del bambino, sin dalla sua nascita. Se il bambino non cresce in un ambiente con un’adeguata capacità di contenimento, non riesce a trasformare l’angoscia derivante dalle prime esperienze di frustrazione o sovrastimolazione.
Il nucleo psicotico, che ha iniziato a costruire la sua tela sia dalla primissima infanzia è già presente seppur silente. Solitamente è un qualche evento esterno che ne favorisce la slatentizzazione (cioè da latente diventa manifesto), ma non è tale evento a causare la psicosi.

La sola terapia farmacologia non è sufficiente. Attraverso la psicoanalisi, un paziente con nucleo psicotico ha la possibilità di elaborare l’esperienza infantile che ha reso possibile tale vulnerabilità. Non è solo una questione di biochimica celebrale, sono infatti le precoci esperienze mentali ed emotive che alterano tale biochimica e solo la trasformazione di tale fatti psichici ed emotivi può fornire una reale via di uscita dalla malattia.