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Libri per bambini che aiutano (genitori e bambini)

 

 

A volte un libro può aiutare non solo il bambino a raffigurare un’emozione, ma anche il genitore a identificarsi con il proprio bambino.

Alcuni libri, letti e riletti ai bambini sin da piccoli, aiutano a dare voce ad emozioni ed angosce che posso essere difficili da rappresentare.

Bion ha sottolineare che la madre ha la funzione di trasformare, digerire, quelle emozioni e angosce che il bambino non riesce a contenere dentro di sé, ma cosa succede quando è la madre stessa (o il padre) che non riesce a contenere certe angosce?

Il primo libro che voglio segnalare è Urlo di mamma di Jutta Bauer (Nord-Sud ed). La mamma-pinguino è molto arrabbiata è urla qualcosa al suo bambino, il libro descrive perfettamente come si può sentire il piccolo pinguino: si frantuma in mille pezzi, che vengono sparsi ovunque e lui fatica a ritrovarli. Alla fine è la mamma stessa che l’aiuta a ricomporre il suo corpo, cioè la sua psiche, ricucendo insieme i vari pezzi. Una mamma può sbagliare, ma quello che è fondamentale è la capacità riparativa. La mamma che aiuta il suo piccolo a ritrovare e ricomporre le parti della sua mente andate in pezzi a causa di un evento troppo intrusivo per poter essere contenuto nella sua mente.

Un libro diventato molto famoso tra le operatrici dell’infanzia è Che rabbia! di Mireille d’Allancé (ed. Babalibri). Al piccolo Roberto monta sempre più la rabbia, qualcosa di incontenibile e distruttivo che è raffigurato da un mostro talmente grande che il piccolo Roberto non può che farlo esplodere dalla sua bocca. Un mostro che prende il controllo, che fa cose che Roberto non condivide realmente, rompendo oggetti a cui tiene. Qui è il piccolo Roberto stesso che gradualmente riesce a contenere la sua rabbia, rendendo questo mostro sempre più piccolo e trovandogli un contenitore adatto.

Pezzettino (di Leo Lionni ed. Babalibri) si sente diverso, insicuro, piccolo, sente di avere una parte mancante, perché non riesce a definirsi, a capire chi è. Dopo un lungo e difficile viaggio, Pezzettino arriva su un’isola, cade e si rompe in mille pezzi. E’ dopo quel crollo che Pezzettino si ricompone e capisce che non gli manca niente, che lui è perfetto così, perché è semplicemente se stesso.

Questi sono solo tre,  tra i tanti libri che aiutano a capire e capirsi, che possono aiutare genitori e bambini nella loro relazione.

 

 

 

Quell’adolescente non è mio figlio!

adolescenza

Il bambino inizialmente idealizza i genitori, dipende completamente da loro e l’angoscia di frammentazione, di perdita di parti di sé, lo spinge ad identificarsi con essi. E’ l’idealizzazione che permette al bambino di andare avanti, di tollerare la sua impotenza e di identificarsi con l’onnipotenza genitoriale.
Durante l’adolescenza si assiste alla perdita dell’idealizzazione genitoriale. L’idealizzazione si sposta sui altri personaggi (cantanti, calciatori, personaggi famosi o anche gruppi di amici).
Il cinismo è uno degli aspetti che caratterizza la perdita dell’idealizzazione.
I genitori smettono di essere il modello. Nel bambino i genitori rappresentano quello che lui deve essere, in adolescenza, se tutto va bene, diventano quelli che l’aiutano ad essere quello che lui vuole essere.
Può succedere che il genitore non riesca ad identificarsi con il figlio, perché continua a vederlo come il figlio che lui ha immaginato e idealizzato. Hanno difficoltà a vedere il figlio come altro da loro e continuano a soffrire e provare rabbia per le aspettative deluse.

Winnicott parla di madre sufficientemente buona perché è inevitabile che un genitore operi identificazioni proiettive con il figlio. Quello che fa la differenza sono la frequenza, l’intensità e la capacita di riparazione. Sono questi aspetti che determinano il potenziale patogeno della relazione genitore-figlio. Gli oggetti interni (figure genitoriali che abbiamo dentro di noi) possono quindi assumere una connotazione aggressiva e frantumante. L’adolescente non può essere quello che è a causa della forte identificazione con le proiezioni genitoriali, ma non si sente autentico. A questo punto può esprimere il disagio con una varietà di comportamenti: condotte autolesive, onnipotenza, ecc.

Come mai mio figlio ai giardinetti non gioca con gli altri?

Il momento della separazione dalla mamma è una fase cruciale dello sviluppo dell’autonomia del bambino, dalla prima fase di completa dipendenza, in bambino mostra sempre più di interessarsi ad altro e la madre diventa sempre meno fondamentale, non è più il suo unico mondo. Questa fase dovrebbe essere auspicata e il bambino deve essere aiutato nel suo percorso di autonomia e indipendenza.

Una mamma mi chiede come mai Matteo, il suo bambino di due anni, quando lo porta ai giardinetti non mostra interesse verso gli altri bambini, prediligendo la sua compagnia o giochi solitari.

Prendiamo spunto da questa richiesta, per parlare in generale del ruolo dei genitori nell’acquisizione delle abilità di socializzazione dei bambini.

Al di là delle caratteristiche personali di ogni bambino, è fondamentale il ruolo dei genitori. Intorno ai due anni, il bambino si separa dalla mamma, diventa più autonomo, comincia ad avere le prime relazioni di amicizia, sottoforma di vicinanza e condivisione. Inizialmente, si interessa agli altri per imitarli, poi comincia a condividere i giochi e, infine, si avvia il vero e proprio gioco con gli altri.

E’ fondamentale la fiducia che abbiamo in lui, nelle sue capacità di vivere momenti di interazione con gli altri, anche lontano dal nostro sguardo.
Spesso, bambini che sono stati allattati a lungo, hanno maggiori difficoltà a separarsi dalla madre, perché viene protratta una situazione di dipendenza e gratificazione regressiva.
Se a casa giochiamo sempre con lui, è inevitabile che cerchi la nostra presenza anche quando si trova con gli altri bambini, il bambino deve acquisire l’autonomia nel gioco ed aver fiducia nella presenza della mamma in caso di bisogno.

La capacità del bambino di giocare con gli altri ai giardinetti o in ludoteca, inizia dal nostro modo di porci in questi ambienti. Spesso, si vedono mamme che sono loro stesse che non si separano dal bambino, lo seguono passo passo e, a volte, la vicinanza si trasforma in intrusione.

Per permettere al bambino di separarsi da noi, dobbiamo essere prima di tutto noi ad essere pronte anon sentirci più fondamentali per lui, superare lo stato di fusione. L’amore verso il bambino si dimostra non solo andando incontro ai suoi bisogni di dipendenza, ma anche offrendogli l’opportunità di muoversi dalla dipendenza all’autonomia (Winnicott,1971). Possiamo inizialmente invitarlo a guardare quanti bambini ci sono, esprimere interesse su quello che stanno facendo,incoraggiarlo se mostra interesse verso i giochi e le attività che stanno facendo altri bambini.
Non dobbiamo forzarlo, ma incoraggiarlo. Se un altro bambino è interessato ad un suo gioco, possiamo invitarlo a mostrarglielo, fargli vedere come ci gioca, ma non dobbiamo forzarlo a condividere, se non vuole.

Tenendo sempre presente che i bambini apprendono soprattutto dall’esempio, possiamo anche cominciare noi stesse a mostrarci interessate alle attività degli altri bambini, gratificandolo se mostra interesse lui stesso.
Se siamo apprensive, lui stesso non si sentirà sicuro. Inoltre, ricordiamoci che capire le “regole del gioco” infonde sicurezza, quindi, sia attraverso l’esempio che le parole, aiutiamolo a comprendere le regole della condivisione degli spazi e dei giochi.