Che cosâè un attacco di panico
Lâattacco di panico è unâesperienza di angoscia improvvisa e travolgente, accompagnata da sintomi fisici intensi: tachicardia, sudorazione, tremori, respiro affannoso, dolore o oppressione al petto, nausea, vertigini, derealizzazione. Domina la sensazione di stare per morire, impazzire o perdere il controllo.
Dopo aver escluso una eventuale origine fisica, la domanda diventa: che cosa sta accadendo nella mente di questa persona, e perchĂŠ proprio adesso? In pratica si instaura una reazione di angoscia di morte, senza che ci sia la presenza di un pericolo reale.
Il panico è unâesperienza molto diffusa: moltissime persone hanno avuto almeno un attacco nella vita. E’ probabilmente il “disturbo del secolo”, come ai tempi di Freud lo era l’isteria. Solo in una parte di coloro che vivono un attacco di panico nella vita, si struttura un vero disturbo di panico, con la paura costante che lâattacco si ripeta (lâ “angoscia anticipatoriaâ) e con comportamenti di evitamento che restringono progressivamente la vita.
Il momento il cui avete un attacco di panico: cosa ricordare
Un attacco di panico è terribile da vivere, ma non è pericoloso e passa: raggiunge il picco in pochi minuti e di norma si esaurisce entro mezzâora. Il corpo sta producendo un allarme massimo seppur assenza di un pericolo reale. Molte persone sanno che la paura è âirrazionaleâ, e proprio per questo si vergognano, si isolano, evitano luoghi e situazioni o nascondono il disagio agli altri. La vergogna e lâevitamento sono parte del problema, perchĂŠ isolano la persona proprio quando avrebbe piĂš bisogno di unâaltra mente con cui pensare ciò che accade.
La lettura psicoanalitica: lâangoscia e i suoi significati
Il pericolo inconscio
Fin da Freud (Inibizione, sintomo e angoscia, 1926) lâangoscia è un segnale di pericolo. Ma di quale pericolo si tratta, se allâesterno non câè nulla di minaccioso? Per la psicoanalisi è un pericolo psichico, radicato nelle esperienze precoci: la paura di perdere lâoggetto dâamore o il suo amore, la paura della separazione, la paura del giudizio e della punizione del Super-io.
Freud distingue inoltre lâangoscia segnale, che avverte lâIo di un pericolo e gli permette di mobilitare le difese, dallâangoscia automatica, traumatica, in cui lâIo è sommerso e privo di mezzi. Lâattacco di panico appartiene a questa seconda forma: il segnale fallisce e lâIo viene travolto.
Il lavoro clinico sul panico (in particolare quello di Milrod, Busch e Shapiro sulla psicoterapia psicodinamica focalizzata sul panico) mostra come lâattacco si presenti spesso in momenti di vita carichi di significato inconscio: una separazione reale o minacciata, un passaggio verso una maggiore autonomia, un conflitto fra dipendenza e indipendenza, la comparsa di rabbia verso figure da cui si dipende, unâintimitĂ che spaventa. Il sintomo, in questa prospettiva, ha un senso: custodisce un conflitto che non ha trovato altra via per essere pensato.
La crisi del SĂŠ
Una seconda linea, che a me sembra particolarmente feconda, sposta lâattenzione dal conflitto alla struttura. Lâattacco di panico non è solo âpaura intensaâ, ma una crisi dellâIo e del senso di sĂŠ: per un momento viene meno la capacitĂ di sentirsi un soggetto coeso e continuo nel tempo.
In Kohut, il SĂŠ si costituisce e si mantiene grazie alle esperienze di rispecchiamento empatico e di idealizzazione. Quando queste sono state carenti o discontinue, la coesione del SĂŠ resta fragile e può incrinarsi sotto stress. Lâangoscia che ne deriva è quella che Kohut chiama angoscia di disintegrazione: non paura di un conflitto, ma paura di perdersi, di frammentarsi.
Winnicott, nel saggio La paura del crollo (1974), propone unâidea di grande rilevanza clinica: la persona teme un crollo che in realtà è giĂ avvenuto, in una fase precocissima in cui lâIo era troppo immaturo per sperimentarlo e rappresentarlo. PoichĂŠ non è mai stato vissuto, non può essere ricordato; può solo essere temuto come qualcosa che sta per accadere. Lâattacco di panico può allora essere compreso come il riaffiorare di unâangoscia primitiva (sentirsi cadere, dissolversi, non essere tenuti) che non ha mai avuto parole. L’angoscia di morte è quella che prova il neonato di fronte ai suoi bisogni insoddisfatti. Il bambino piange perchĂŠ sente un’angoscia, può essere fame, freddo, desiderio di contatto e consolazione, ecc., il genitore, tramite la capacitĂ empatica, fornisce al bambino quello di cui ha bisogno e questa angoscia diventa qualcosa di pensabile (“ho fame”, “ho freddo”, “voglio essere preso in braccio”, “ho sonno”, ecc.). Se il genitori, per problematiche interne proprie, non riesce a trasformare quest’angoscia in qualcosa di pensabile, non si costruire un apparato per trasformare alcune esperienze interne in qualcosa di pensabile e, quindi, meno angosciante.
Il panico come mancata simbolizzazione
Questo ci porta a un punto decisivo. Il panico non è semplicemente un contenuto inconscio rimosso che irrompe. Ă piuttosto lâesperienza di non avere una rappresentazione del proprio stato interno. Lâemozione non diventa pensiero e resta sensazione corporea pura, tanto piĂš terrorizzante quanto meno è comprensibile.
Bion lo descrive con il concetto di terrore senza nome: lâinfante, quando il genitore non riesce a contenere e trasformare le sue angosce attraverso la rĂŞverie, le reintroietta ancora piĂš spaventose e prive di significato. Gli elementi beta, esperienze emotive grezze mai trasformate in pensabili, restano scaricati nel corpo o agiti. Nella prospettiva della mentalizzazione (Fonagy e colleghi), il panico segnala un collasso temporaneo della capacitĂ di leggere i propri stati interni in termini di emozioni, desideri e significati: il corpo parla al posto della mente.
Che cosa significa âguarireâ
Per questo il lavoro analitico non si limita a eliminare i sintomi o a insegnare a gestirli. Le tecniche di controllo possono essere utili, ma lâobiettivo analitico è piĂš profondo:
- dare un senso al momento e alle circostanze in cui il panico è comparso, ricostruendo il suo legame con la storia emotiva e relazionale della persona;
- rafforzare le funzioni di contenimento dellâangoscia, grazie allâesperienza di una mente (quella dellâanalista) che accoglie e pensa ciò che il paziente non riesce a pensare;
- sviluppare la capacitĂ di mentalizzare, trasformando le sensazioni corporee devastanti in esperienze emotive riconoscibili e raccontabili;
- ricostituire una fiducia di base in sĂŠ e negli altri, e con essa un senso di continuitĂ del SĂŠ.
In questo senso guarire non significa non provare mai piĂš angoscia, nĂŠ evitare i fattori scatenanti, ma poter contare su un SĂŠ abbastanza coeso da attraversare lâangoscia senza esserne dissolto.
Il trattamento
Il trattamento psicoanalitico dei disturbi di panico è in genere piĂš efficace con un’alta frequenza delle sedute, che crea un contesto continuativo di holding in cui lâesperienza emotiva può essere pensata. Esistono anche protocolli psicodinamici strutturati e focalizzati sul panico, con studi controllati a supporto (Milrod et al., 2007).

Ă raro e prezioso leggere articoli sugli attacchi di panico in prospettiva psicoanalitica, quando purtroppo è diventato egemone l’approccio cognitivo -comportamentale. Sono una terapeuta che lavora sul tema e mi fa sempre piacere poter approfondire con riferimenti bibliografici validi