Dico no, dunque sono

Arriva un momento in cui il bambino comincia ad auto-regolarsi, a non dipendere più strettamente dalla madre per capire e regolare il proprio stato emotivo. È il momento in cui inizia a separarsi e a viversi come un individuo con proprie caratteristiche e bisogni. Insieme a questa iniziale delimitazione del proprio Sé, impara a testare la propria autonomia, la propria capacità oppositiva: il “no” segna il suo spazio, la sua capacità di mettere confini, di definirsi come persona. Sono i primi rifiuti apparentemente irrazionali, davanti a cui un genitore può sentirsi spesso impotente. Non esistono ricette semplici ed universali per affrontare questo passaggio, come sempre, sono i genitori che devono sintonizzarsi sulla frequenza del proprio bambino, cercando di capire qual è il significato di ciascun rifiuto. Solitamente questo avviene spontaneamente, ma a volte è necessario porre maggiore attenzione a quello che sta succedendo in quel momento tra noi e nostro figlio. Solitamente, l’opposizione da parte del bambino, diventa netta intorno ai due anni, allora cosa possiamo fare di fronte a quello che sembra un capriccio puramente manipolatorio? Per prima cosa, è necessario dare poche regole, ma stabili. Non è possibile rifiutare tutto ad un bambino, le regole devono essere semplici, chiare e limitate. Su queste è necessario essere coerenti, possibilmente non solo all’interno della coppia genitoriale, ma anche con nonni e tate che si occupano del bambino. Ogni coppia genitoriale penserà a quali sono le regole fondamentali su cui non si può transigere, solitamente riguardano la sicurezza e l’educazione di base. È fondamentale non delegittimare l’emozione. Il bambino deve capire che è normale sentirsi tristi, arrabbiati, frustrati, è la reazione comportamentale che non può essere incontrollata. Si può anche chiaramente dire al bambino che capiamo come si sente, che una determinata cosa l’ha fatto arrabbiare, ma che un quel comportamento è sbagliato (ad esempio picchiare, rompere cose, ecc.). È per questa ragione che è importante che il genitore cerchi di comprendere la ragione del comportamento del figlio, per farlo sentire capito, per non alimentare la sua frustrazione, per non fargli percepire che quello che ad essere considerata sbagliata è l’emozione che sta provando. A volte il “capriccio” può essere inconsolabile, se abbiamo fatto il possibile per farlo sentire compreso, allora può essere meglio non insistere, lasciare che accetti di non poter ottenere quello che vuole ed in quel momento. Avere dei limiti è importante, cedere ad ogni richiesta, vuol dire non mettere limiti all’onnipotenza, non consentirgli di imparare a tollerare e gestire il sentimento di frustrazione. È quindi necessario stabilire dei confini, ma cercare sempre di andare incontro all’emozione sottostante, che può essere quella di presenza e attenzione da parte del genitore, di sicurezza e bisogno di conferme. È fondamentale fornirgli la possibilità di sperimentare l’autonomia, la capacità di fare da solo, senza farlo sentire abbandonato, fargli sentire che ci siamo nel momento in cui richiede aiuto più o meno esplicitamente. Concludendo, è bene sempre ricordarsi che i bambini apprendono principalmente attraverso l’esempio e l’imitazione, per cui, sempre seguendo il principio della coerenza, se non vogliamo che lui attui determinati comportamenti dobbiamo essere noi stessi i primi a bandirli e considerarli sbagliati. Troppo spesso si vedono genitori che urlano al figlio per chiedergli di parlare a voce bassa…

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