Inside out (2015), di Pete Docter

Inside out potrebbe essere un semplice ed intelligente manuale per genitori. La protagonista è l’undicenne Riley, o meglio, sono le sue emozioni di base: Gioia, Tristezza, Rabbia, Disgusto e Paura. Come una mamma amorevole, Gioia vorrebbe che Riley fosse sempre felice, tutto deve essere visto in chiave positiva. Il mondo infantile di Riley sembra dominato da Gioia, che riprende subito il controllo quando la bambina si trova in balia di altre emozioni. Il momento traumatico riesce, però, ad essere elaborato e superato solo quando Gioia, suo malgrado, lascia spazio ad altre emozioni. Riley è costretta al cambiamento, abbandona la sua vita perfetta in Minnesota e si trasferisce, per motivi di lavoro del padre, a San Francisco. Non è possibile evitare che Riley sia arrabbiata o che abbia paura. Non è possibile evitare che sia triste. Non è possibile evitare delusioni. Essere genitori perfetti è impossibile. Quello che è possibile è riparare. Una riparazione che passa anche dal poter chiedere aiuto, dall’accettare la propria fragilità. Una riparazione che attraversa quella che la Klein ha definito posizione depressiva. In un’epoca in cui i genitori si aspettano che la vita dei figli sia una sorta di reality di successo, Docter sembra dire che i grandi cambiamenti, come il passaggio alla pubertà, implicano anche un lutto. Riley deve distruggere le sue “isole della personalità”, deve lasciar andare l’amico Bing Bong, e solo allora potrà attraversare il cambiamento ed arrivare a nuove “isole della personalità”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *