Le origini della perversione


Stroller ha definito la pervesione la forma erotica dell’odio. Una sorta di vendetta per una minaccia della propria identità di genere subita nell’infanzia. Le perversioni sono predefinite e ripetitive. Non cambiano, sono sempre le stesse, perché il desiderio non è mai appagato. Il bisogno alla base del desiderio è quello di danneggiare l’altro. Il bisogno fa riferimento al biologico, al fisiologico. Il primo appagamento del bisogno lascia una traccia mnestica. Il desiderio appartiene, invece, alla sfera psichica. Il desiderio riesce ad attivare la traccia mnestica che aveva appagato il bisogno. E’ possibile quindi creare forme di desiderio anomale, ma non di bisogno.
Freud ha definito le perversioni il negativo della psicosi. Se non ci fosse la perversione, ci troveremmo di fronte a una psicosi. McDougall considera perversioni i comportamenti che non considerano l’altro.
Secondo Masud Khan il perverso non riesce a mettersi veramente in contatto con il suo vero sé e con quello dell’altro perché si è dovuto dissociare dall’inconscio intrusivo della madre. Sempre secondo Khan, quello che agli altri sembra puro sadismo, per il perverso è semplicemente un tentativo di ribaltare nel suo opposto la minaccia di un annientamento dall’interno. Ribaltamento che si attua attraverso il dominio onnipotente sull’altro. L’incontro del perverso con la realtà è sempre deludente. Non riesce infatti a essere, perché internamente è come un collage di oggetti parziali idealizzati, quello che Khan definisci un oggetto interno composito.

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